<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068</id><updated>2012-01-29T14:36:41.611+01:00</updated><category term='Stagione 2007/&apos;08'/><category term='Stagione 2009/&apos;10'/><category term='Stagione 2008/&apos;09'/><category term='Stagione 2006/&apos;07'/><category term='Stagione 2011/&apos;12'/><category term='Stagione 2010/&apos;11'/><title type='text'>BIOGRAFIE NERAZZURRE</title><subtitle type='html'>La gloriosa storia dell’Inter raccontata attraverso le gesta, le vittorie, gli atteggiamenti e le passioni di alcuni suoi memorabili protagonisti</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>29</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-3541470923083537838</id><published>2012-01-25T12:07:00.002+01:00</published><updated>2012-01-25T22:31:24.435+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2011/&apos;12'/><title type='text'>STORIA DI ANTONIO MANICONE, IL RINFORZO SILENZIOSO</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-gIVhuCly_xk/TyBy5ogv9oI/AAAAAAAAASY/y_j64i-FJlY/s1600/MANICONE.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5701683462703937154" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 213px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-gIVhuCly_xk/TyBy5ogv9oI/AAAAAAAAASY/y_j64i-FJlY/s320/MANICONE.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Gennaio, tempo di mercato di riparazione. Dove anche un acquisto poco reclamizzato, ma assai confacente ai bisogni tattici della squadra, può fare la differenza: ossia, ciò che si definisce l’uomo giusto al posto giusto ed al momento giusto. Il caso di Antonio Manicone, centrocampista comprato dall’Inter a stagione 1992/’93 ampiamente iniziata, il classico personaggio non da copertina, serio e diffidente, schivo e concreto, duttile sul rettangolo verde come nella vita. Una vita che l’ha visto terzo di quattro figli di una coppia spostatasi nel 1955 da Matera a Milano in cerca di una fortuna metropolitana guadagnata attraverso enormi sacrifici alla stregua di moltissime altre famiglie di allora: il sudore come filo conduttore di un’intera carriera, dunque, per questo guerriero classe 1966 nato e cresciuto alla Bovisa, uno dei popolari quartieri meneghini simbolo di lavoro e schiscèta, fatica e risparmio, orgoglio e responsabilità. Anima di una movimentata città che, all’epoca in cui il Biscione decise di riappropriarsi del cartellino di quel suo calciatore che a metà anni Ottanta era stato uno dei perni della Primavera nerazzurra diretta da Mario Corso, smetteva d’un tratto d’essere bevuta e cominciava a lasciare sempre maggior spazio al disonorevole periodo targato Tangentopoli.&lt;br /&gt;Natale 1992: l’Inter, rivoluzionata da appena cinque mesi per mezzo dell’imponente restyling tecnico fortemente voluto dal presidente Ernesto Pellegrini, è reduce da due pesantissime sconfitte contro Ancona e Lazio che altro non sono che lo sconnesso finale di un’altalenante prima porzione di torneo fatta di tante illusioni e diversi equivoci costati una già considerevole distanza dalla vetta della classifica, occupata dal multimiliardario Milan campione in carica guidato dal fido berlusconiano Fabio Capello. Il pubblico, che in estate aveva a malincuore salutato il poderoso e vincente trio tedesco Brehme-Klinsmann-Matthaeus a vantaggio di un accattivante quartetto di stranieri nuovo di zecca (i centrocampisti Igor Shalimov e Matthias Sammer, gli attaccanti Darko Pancev e Ruben Sosa), legittimamente rumoreggia: un solo successo nelle ultime cinque gare, per giunta ottenuto al novantesimo di fronte ad un modesto Brescia, è bilancio inammissibile per uno dei club che, grazie alle cospicue operazioni estive che avevano portato all’ombra della Madonnina pure gli ex juventini Luigi De Agostini e Salvatore Schillaci, in agosto veniva unanimemente additato come una delle rivali più accreditate della favorita compagine rossonera. Alla ripresa del campionato, però, l’allenatore Osvaldo Bagnoli – anch’egli instancabile e riservato milanese della Bovisa, col quale Manicone instaurò subito un magnifico rapporto di semplicità improntato sulla reciproca stima – iniziò a inserire in pianta stabile il conterraneo ventiseienne arrivato dall’Udinese durante il mercato autunnale che, in silenzio e senza le luci della ribalta puntate addosso, da lì in seguito avrebbe mutato radicalmente l’assetto ed i risultati della truppa nerazzurra. Giocatore geometrico ed essenziale, bravo nel recuperare e nel ripartire, intelligente uomo ovunque davanti alla difesa capace di mettere l’undici di mister Bagnoli in condizioni finalmente di funzionare, avendo donato un equilibrio ed una razionalità sino a quel momento sconosciute a una rosa colma di anarchici centrocampisti dalle spiccate caratteristiche offensive e, fatta eccezione per uno spaesato e riluttante Sammer ben presto divorato dalla nostalgia per la sua Germania, nessun operaio specializzato nell’interdire e dettare i ritmi alla squadra. Un operaio non con le stigmate del fuoriclasse, ma di un’efficacia tale che tuttavia gli avrebbe immediatamente garantito applausi convinti da parte degli esigenti tifosi della Beneamata che nella tiepida aria primaverile del 1993, danzando spensierati a San Siro sulle note dell’indelebile coro &lt;em&gt;“Attenzione a Ruben Sosa!”&lt;/em&gt; dedicato ad uno degli acquisti maggiormente redditizi dell’era Pellegrini, sognavano ad occhi aperti un’impossibile rimonta, peraltro sfiorata e comunque sfociata in un degnissimo secondo posto, ai danni dei “cugini”.&lt;br /&gt;Allora come adesso, la formazione interista è alle prese con una difficile risalita tricolore e, oltre che necessitare di un consistente sostituto per un campione del livello di Samuel Eto’o, ha bisogno di rinforzarsi a metà campo: un calciatore prezioso, dinamico ed al top psicofisico della carriera tipo l’Antonio Manicone di diciannove anni fa, protagonista della vittoria in coppa Uefa la stagione successiva e ora apprezzato vice-allenatore della Berretti nerazzurra, servirebbe di certo. Se dovesse poi giungere in sordina, per la felicità dei dirigenti del Biscione ligi all’oculata politica economica recentemente imposta dalla società di Corso Vittorio Emanuele, sarebbe l’ideale: l’importante, però, è che si riveli giocatore in grado di regalare oggettivamente qualcosa in più ad una compagine che oggi, pur facendo i conti con l’inevitabile logorio atletico che avanza inesorabile nei muscoli di molti degli eroi del Triplete, a ranghi completi è in ogni caso da ritenersi competitiva almeno quanto due dei tre club che attualmente la precedono in classifica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 25/01/2012 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.fcinternews.it/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;www.fcinternews.it&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Antonio Manicone&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Nato a Milano il 27/10/1966&lt;br /&gt;Centrocampista&lt;br /&gt;All’Inter dal 1993 al 1996&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 79-2&lt;br /&gt;Vittorie: 1 coppa Uefa (1993/’94)&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-3541470923083537838?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/3541470923083537838'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/3541470923083537838'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2012/01/storia-di-antonio-manicone-il-rinforzo.html' title='STORIA DI ANTONIO MANICONE, IL RINFORZO SILENZIOSO'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-gIVhuCly_xk/TyBy5ogv9oI/AAAAAAAAASY/y_j64i-FJlY/s72-c/MANICONE.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-8629801522332650909</id><published>2011-12-31T16:00:00.002+01:00</published><updated>2011-12-31T16:32:31.530+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2011/&apos;12'/><title type='text'>IL NERAZZURRO DELL’ANNO 2011 E’… SAMUEL ETO’O! (NONOSTANTE L’ANZHI)</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-toHq1aa9QaA/Tv8o_Iw4T8I/AAAAAAAAAQs/eSrhlIZlyHI/s1600/eto%2527o.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5692313519168966594" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 227px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/-toHq1aa9QaA/Tv8o_Iw4T8I/AAAAAAAAAQs/eSrhlIZlyHI/s320/eto%2527o.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Oltre che essere stato l’anno che ha osservato chiudersi il ciclo di successi maggiormente duraturo della storia interista (iniziato nel 2005 con la perfetta punizione di Sinisa Mihajlovic alla Roma che andava a sancire la conquista della quarta coppa Italia della Beneamata), il 2011 nerazzurro che oggi andrà a concludersi è stato senza dubbio quello del camerunese Samuel Eto’o. Con lui e le sue fondamentali valanghe di reti a disposizione, Zanetti e compagni hanno vissuto sei mesi a viaggiare ad una media pienamente da scudetto – riuscendo quasi nella straordinaria opera di rimontare tredici punti ad un Milan che lo scorso dicembre pareva già avere il tricolore cucito addosso con diverso anticipo – ed hanno messo in bacheca la settima coppa Italia della leggendaria e affascinante saga del Biscione. Una volta realizzatasi in estate la cessione ai russi dell’Anzhi, l’assenza del bomber cresciuto nell’Ucb Douala è invece risultata, assieme al sempre più aumentante logorio atletico di molti di quegli assi che per circa un lustro hanno contribuito a scrivere magnifiche ed impareggiabili pagine di gloria, una delle due sostanziali cause del recente periodo altalenante della compagine affidata prima a Gasperini e poi a Ranieri, squadra da ritenersi oggi probabilmente ancora competitiva ma di certo non più stellare. Una società che, di riflesso, nella persona di Eto’o ha pure visto concretizzarsi l’affare migliore della gestione di Massimo Moratti, avendo ricevuto nel 2009 dal Barcellona ben cinquanta milioni di euro e il cartellino del famelico “Scorpione Nero” in cambio di un fuoriclasse di pari età, e pressoché uguale livello, come Zlatan Ibrahimovic.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;“Io lavoro in Europa, ma sogno in Africa”&lt;/em&gt;, amava sovente ripetere il numero nove di Nkon nel biennio trascorso all’ombra della Madonnina, rimarcando così il feroce attaccamento alla sua terra d’origine: un continente splendido e indigente, tenace e tormentato dalle guerre, incantevole e dimenticato dal quale l’ambizioso Samuel ha ereditato la graffiante scaltrezza nei pressi dell’area di rigore nemica, l’istinto felino per il gol (53 in 102 presenze con la casacca nerazzurra) e per il velenoso dribbling, la classe cristallina quanto il cielo sopra il Kilimangiaro, la propensione al sacrificio anche a costo di snaturarsi (la stagione d’esordio agli ordini di Josè Mourinho, passata per esigenze tattiche a fare più l’esterno che il centravanti e finita con “appena” sedici realizzazioni, ne è a tal riguardo il manifesto simbolo), la luminosità del sorriso che sbuca contagioso dopo una rete o prima di sottoporsi spontaneamente quasi tutti i giorni, completata la faticosa sessione quotidiana di preparazione estiva svolta con la solita ed irreprensibile professionalità, a una mezzora abbondante di autografi sotto il caldo sole di Pinzolo. Un osannatissimo campione dall’animo disponibile e generoso, impulsivo e determinato, orgoglioso e sensibile: assoluto protagonista di coraggiose battaglie dentro e fuori il rettangolo verde, sia che ci fosse da impadronirsi di un trofeo oppure da zittire il becero razzismo di alcuni tifosi dalla rara ottusità mentale, e ammirato ambasciatore Unicef capace di regalare un prezioso orologio al portiere avversario solo per congratularsi della prodezza con cui quest’ultimo gli si era opposto – accadde con Sebastien Frey al termine di un Inter-Fiorentina del novembre 2009 – o di dar vita ad una fondazione che porta il proprio nome e si occupa concretamente di aiutare i bambini africani, avviandoli alla scuola ed a un avvenire meno problematico, strappandoli al carcere o semplicemente cercando di garantirgli un po’ di serenità. Una lunga sequela di gesta umane veramente notevoli in mezzo a sporadiche cadute di stile, tipo l’inattesa aggressione ad un giornalista di una radio di Yaoundè avvenuta nel maggio 1998 a conclusione di una polemica conferenza stampa dove un nervoso e diciassettenne Eto’o, che nel prosieguo di carriera si sarebbe tra l’altro assicurato lo scettro di capocannoniere del Camerun di ogni tempo, s’era fatto istintivamente guidare più dalle viscere che dalla ragione.&lt;br /&gt;Sul manto erboso, invece, nessuna caduta stile: gol a grappoli figli di piedi pregevoli e velocità indomabile, partite spesso vinte in solitario come soltanto un carismatico leader sa essere in grado, costante incubo degli estremi difensori e stupendo attaccante proprietario di un’illustrissima cassaforte colma di titoli perennemente griffati dai suoi decisivi centri: a livello di club, tra Spagna e Italia una luccicante collezione di successi recitante quattro campionati, tre coppe Campioni, tre coppe nazionali, tre Supercoppe, una coppa Intercontinentale ed un equivalente Mondiale. Giustamente celebrato alla stregua di una delle punte più forti del panorama internazionale del terzo millennio anche perché solo nella storia ad aver conseguito la mastodontica impresa di aggiudicarsi due Triplete consecutivi, in Catalogna nel 2009 e a Milano dodici mesi dopo, con le rispettive società d’appartenenza. A scanso di equivoci si ricorda, in particolar modo a qualche ossessionato e bilioso amministratore delegato al quale in futuro l’Enel non potrà certo negare un impiego in qualità di esperto in riflettori mal funzionanti, che l’unico autentico Triplete possibile è quello derivante dalla somma dei seguenti tre trofei, da conquistarsi ovviamente nell’arco di una sola stagione calcistica: scudetto, coppa nazionale, coppa Campioni. Tre obiettivi sul cui ottenimento, quest’anno, in casa nerazzurra peserà non poco la mancanza di un fuoriclasse tremendamente risolutivo ed in forma come lo strepitoso Samuel Eto’o dello scorso torneo: fierezza e voglia di non arrendersi dovranno essere dunque le parole chiave dell’imminente 2012 interista, ossia due delle prerogative massime da sempre invidiate all’infinito e degno popolo africano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 31/12/2011 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.fcinternews.it/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;www.fcinternews.it&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;Samuel Eto’o&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Nato a Nkon (Camerun) il 10/03/1981&lt;br /&gt;Attaccante&lt;br /&gt;All’Inter dal 2009 al 2011&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 102-53&lt;br /&gt;Vittorie: 1 scudetto (2009/’10), 2 coppe Italia (2009/’10, 2010/’11), 1 Supercoppa italiana (2010), 1 coppa Campioni (2009/’10), 1 Mondiale per Club (2010)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-8629801522332650909?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/8629801522332650909'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/8629801522332650909'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2011/12/il-nerazzurro-dellanno-2011-e-samuel.html' title='IL NERAZZURRO DELL’ANNO 2011 E’… SAMUEL ETO’O! (NONOSTANTE L’ANZHI)'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-toHq1aa9QaA/Tv8o_Iw4T8I/AAAAAAAAAQs/eSrhlIZlyHI/s72-c/eto%2527o.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-1336331123337636244</id><published>2011-11-16T11:36:00.000+01:00</published><updated>2011-11-17T21:36:03.115+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2011/&apos;12'/><title type='text'>DON HECTOR, CONDOTTIERO SFORTUNATO</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-NS2F8zwDkDk/TsVu_VXZdcI/AAAAAAAAAQU/h6VhcRV93-Y/s1600/CUPER.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5676064939716474306" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 214px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/-NS2F8zwDkDk/TsVu_VXZdcI/AAAAAAAAAQU/h6VhcRV93-Y/s320/CUPER.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;L’aria fritta che da ormai cinque anni ci veniva puntualmente propinata dallo spirito fazioso di parecchi giornalisti, o presunti tali, nel tentativo di lobotomizzare cervelli e stravolgere totalmente la realtà dei fatti, finalmente è stata una volta per tutte debellata dal giudizio del Tribunale di Napoli emesso lo scorso 8 novembre. Una sentenza che, oltre ad aver poggiato la pietra tombale su una vicenda che lascerà comunque segni d’amarezza indelebili sull’anima dei moltissimi tifosi truffati dagli squallidi intrallazzi concretizzati nelle stagioni precedenti allo scoppio di Calciopoli, in sede penale ha sostanzialmente ricalcato il giusto verdetto sportivo del luglio 2006 e, dunque, inchiodato definitivamente alla parete un quadro già noto: Juventus del direttore generale Luciano Moggi ritenuta colpevole principale per ciò che riguarda l’abominevole concorrenza sleale praticata ai danni di diverse squadre di Serie A antecedentemente al 2006/’07, una concorrenza sleale adeguatamente spalleggiata da personaggi dalla dubbia moralità che proseguivano imperterriti nella loro opera di distruzione della regolarità del football italiano – ossia gli arbitri Massimo De Santis, Salvatore Racalbuto, Paolo Bertini e Antonio Dattilo, i guardalinee Claudio Puglisi e Stefano Titomanlio, i designatori Paolo Bergamo e Pier Luigi Pairetto ed il vicepresidente Figc Innocenzo Mazzini – e parzialmente sottoscritta pure dalla Fiorentina di Sandro Mencucci, Andrea e Diego Della Valle (attorno al tavolo invocato da quest’ultimo, quindi, ora ci si potrà sedere solo per domandare al patron viola come intenderà scontare i quindici mesi di reclusione inflittigli), dalla Lazio di Claudio Lotito, dalla Reggina di Pasquale Foti e dal Milan del dirigente-ristoratore Leonardo Meani. Una sentenza che, però, ha avuto il pregio di rappresentare un simbolico regalo per l’odierno cinquantaseiesimo compleanno dell’uomo che, durante il campionato 2001/’02, senza i desolanti intrecci di cui sopra sarebbe pressoché certamente entrato nella storia dell’Inter come il mister capace di riportare lo scudetto sulla sponda nerazzurra del Naviglio dopo tredici, pesanti anni d’astinenza: l’argentino Hector Cuper, l’unico allenatore ingaggiato da Massimo Moratti che, tra quelli che con il Biscione non hanno conquistato nemmeno un trofeo, più se lo sarebbe meritato.&lt;br /&gt;Arrivato a Milano nel 2001 direttamente dalla Spagna (affrontando il lungo viaggio in maniera solitaria, come accaduto all’illustre predecessore Helenio Herrera, al volante della sua automobile) nel bel mezzo di una delle tante roventi estati che per i giovani studenti iniziavano ufficialmente con il ritorno in tv del Festivalbar e terminavano con l’emozionato saluto all’accattivante indigena che in vacanza ne aveva rapito il cuore, l’educato e rigoroso tecnico di Chabas tentò all’istante di restituire alla truppa capitanata da Javier Zanetti ciò che maggiormente le era mancato nel recente passato: la disciplina, apparentemente applicata con un’intransigenza tale che addirittura pareva stridere con il comportamento mite e riservato dell’”Hombre Vertical” sudamericano, gentile gaucho tutto d’un pezzo con l’hobby del sassofono che, all’autorevole carisma che immediatamente magnetizzò la Beneamata, accostava una predisposizione maniacale per il lavoro ereditata da una famiglia di umili ma degne origini. Pur continuando a giocare a pallone grazie al discreto talento posseduto, che in futuro gli avrebbe pure fatto collezionare otto presenze in Nazionale, Cuper da adolescente si era infatti dato da fare, tra le altre cose, come ragazzo di bottega: la fatica era il suo pane e le dure sedute atletiche, piuttosto mattiniere, cui il fido preparatore Alfano sottoponeva i nerazzurri erano dunque la naturale conseguenza che il tonico conducator albiceleste traduceva sul campo d’allenamento, luogo dove, pur avendo presto capito di capeggiare un gruppo caratterialmente disomogeneo e sovente privato dei propri uomini migliori a causa di alcuni infortuni di troppo, era riuscito a plasmare una compagine gagliarda e competitiva. Una formazione alla quale don Hector – fedelissimo attuatore di un classico 4-4-2 molto solido ed equilibrato, anche se poco spettacolare, che nelle due annate precedenti gli aveva fruttato due inaspettate finali di Champions League alla guida del non trascendentale Valencia – aveva perfettamente inculcato l’indole determinata e tenace, evidente marchio di fabbrica dell’ex arcigno difensore dalla voce roca e dallo sguardo penetrante che amava spesso preferire i gesti alle parole (l’abituale mano battuta con orgoglio sul petto di ciascun suo calciatore durante l’ingresso sul rettangolo verde ne era una chiara dimostrazione) e mal tollerava lo scarso rispetto delle regole. Una persona in grado di far restare il Biscione ai vertici della classifica per l’intera stagione, a cui l’appassionato pubblico interista, forte dei buoni risultati che la gestione Cuper stava producendo, aveva affidato l’attesissimo sogno tricolore fatalmente assente dalla straordinaria cavalcata-record 1988/’89.&lt;br /&gt;Un lieto sogno tramutatosi però, in una calda domenica di primavera, in un insopportabile incubo ululante una data ben precisa: cinque maggio 2002, ultima giornata di un torneo che, nonostante le numerose decisioni arbitrali subite a sfavore (le più clamorose nelle trasferte con Parma, Udinese, Venezia e Chievo), vedeva il club meneghino essere ancora al comando e disputare, nell’accecante sole di uno stadio Olimpico totalmente schierato in appoggio, la decisiva gara contro una dimessa Lazio reduce da un campionato ampiamente di basso profilo. Per cancellare in un solo attimo i discutibilissimi operati di certe giacchette nere – il criminoso De Santis della partita di Verona su tutti, rivelatosi risolutivo a 270 minuti dall’epilogo per l’assegnazione dello scudetto alla Juve dell’associato per delinquere Moggi – a Zanetti e compagni sarebbe in ogni caso bastato vincere a Roma alla fine di un’estenuante settimana di vigilia spesa tra indicibile tensione e desiderio di festa, ansia ed entusiasmo, nervosismo e speranza: una settimana dove Cuper, a differenza probabilmente di qualche suo atleta, insisteva nel non dare nulla per scontato e, come da decennale consuetudine, seguitava quindi a cercar di contenere le pressioni esterne nei confronti della squadra. Un angosciante secondo tempo d’incredibile affanno e paura, cui pure il solitamente combattivo allenatore argentino assistette con incredulità, chiuse invece il match sul 4-2 per i biancazzurri e fece così scivolare una Beneamata inspiegabilmente priva di voglia e carattere addirittura al terzo posto. Un lacerante, ma generato da un sopruso, terzo posto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 16/11/2011 sul sito &lt;a href="http://www.fcinternews.it/"&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;em&gt;www.fcinternews.it&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;)&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;Hector Cuper&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Nato a Chabas (Argentina) il 16/11/1955&lt;br /&gt;Allenatore&lt;br /&gt;All’Inter dal 2001 al 2003&lt;br /&gt;Vittorie: /&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-1336331123337636244?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/1336331123337636244'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/1336331123337636244'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2011/11/don-hector-condottiero-sfortunato.html' title='DON HECTOR, CONDOTTIERO SFORTUNATO'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-NS2F8zwDkDk/TsVu_VXZdcI/AAAAAAAAAQU/h6VhcRV93-Y/s72-c/CUPER.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-1992552221510249337</id><published>2011-10-22T21:17:00.002+02:00</published><updated>2011-10-23T18:16:17.742+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2011/&apos;12'/><title type='text'>INTER-JUVENTUS, TRIPLETE NEL SEGNO DI SPILLO</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-pV7dGs5R0hM/TqQ9P_DCjhI/AAAAAAAAAP8/HLoctJO95Mk/s1600/Altobelli.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5666721575970442770" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 149px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-pV7dGs5R0hM/TqQ9P_DCjhI/AAAAAAAAAP8/HLoctJO95Mk/s320/Altobelli.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Ancora una settimana e, il prossimo 29 ottobre in quel di San Siro, le più o meno recenti schermaglie verbali bianconerazzurre lasceranno finalmente spazio al campo, giudice inappellabile e fuori dalla competenza persino del tribunale di Marte, fantomatico foro che una larga fetta di tifosi di Del Piero e compagni, pur di dimostrare la vaneggiante tesi di una Calciopoli nata dalla congiura ordita dall’Inter nei confronti della Juventus, sarebbe in grado di chiamare in causa. Campo che, opportunamente sgomberato dalla porcheria delle sim svizzere e dei “ci mettiamo in mezzo” dei De Santis di turno, negli ultimi cinque anni ha visto il gruppo capitanato da Javier Zanetti inanellare magnificamente una coppa dietro l’altra ed i rivali torinesi alle prese invece con modestissimi settimi posti in classifica, leggendarie scoppole rimediate dal Fulham e indigesti preliminari di Europa League: dal luglio 2006 ad oggi, dodici scintillanti trofei per la Beneamata e, vittoria del campionato di Serie B a parte, nessuno per il club attualmente presieduto da Andrea Agnelli, dirigente insediatosi al timone diciotto mesi fa ma evidentemente non granché esperto delle leggi che disciplinano l’universo del pallone, tanto da poter credere di ribaltare un verdetto ampiamente già passato in giudicato (leggasi i due scudetti revocati alla fu banda-Moggi dalla giustizia sportiva che il “Giovin Signore”, addirittura in faccia ad un passivo Giancarlo Abete incapace d’intimare ufficialmente il rispetto di regole e sentenze, continua provocatoriamente ad ostentare e a sperare dunque di riottenere). Un lustro dove, in virtù dei numerosissimi trionfi e dei diversi record conseguiti, la società nerazzurra ha indiscutibilmente rappresentato l’ossessione per eccellenza del popolo juventino, indefesso consumatore di Maalox dal momento in cui, in sede di processo, anche l’avvocato-difensore della loro squadra ne ammise la colpevolezza. Cinque stagioni che, al contrario, per i sostenitori interisti hanno disegnato una stupenda collana di emozioni da indossare eternamente sul cuore, così come trentadue anni orsono, in seguito forse alla più bella prestazione di sempre del Biscione contro gli acerrimi avversari piemontesi, indossarono ripetutamente un luccicante “Spillo” che, di lì a breve, da dorato sarebbe diventato tricolore.&lt;br /&gt;Domenica 11 novembre 1979 era infatti in programma, in una Milano politicamente insofferente e avvolta d’autunno allora come oggi, il derby d’Italia tra i ragazzi allenati dal determinato ed esigente “Sergente di ferro” Eugenio Bersellini, mister dalle importanti doti tecniche ed umane, e la truppa bianconera di Giovanni Trapattoni: da un lato il carattere “operaio” del nucleo, più di sostanza che di qualità, allevato direttamente dal settore giovanile meneghino (Bordon, Canuti, Beppe Baresi, Bini, Oriali, Muraro) al quale si univa la geniale classe di Evaristo Beccalossi, dall’altro molti protagonisti del buon quarto posto mondiale raggiunto nel 1978 in Argentina dalla Nazionale di Enzo Bearzot (Zoff, Cuccureddu, Cabrini, Gentile, Scirea, Causio, Tardelli, Bettega). Su tutti, però, quel pirotecnico pomeriggio svettò la figura agile e longilinea di un timido attaccante ciociaro inizialmente scoperto da Fulvio Bernardini e arrivato all’ombra del Duomo, non ancora ventiduenne e con la suggestione d’andare a vestire la casacca tifata fin da bambino, nell’estate 1977: Alessandro Altobelli detto Spillo, la persona che il giorno di San Martino, con una pungente tripletta da sogno, avrebbe trafitto la Juventus e lanciato l’Inter alla conquista del suo dodicesimo scudetto, giunto al termine di un torneo tremendamente imbrattato dal Calcioscommesse, un enorme scandalo dal quale il club nerazzurro non fu nemmeno sfiorato ma che, tuttavia, fece precipitare in cadetteria le responsabili Milan e Lazio – non nuove quindi, come confermato da Calciopoli, a questo tipo di nefandezze – e punì ineccepibilmente diverse altre società e alcuni giocatori italiani d’indubbio talento. Un ultimo campionato autarchico che, seppur indecentemente sporcato dall’immagine delle manette messe ai polsi di atleti e presidenti al triplice fischio delle partite datate 23 marzo 1980, la squadra del patron Fraizzoli comandò sin dal principio, spiccando definitivamente il volo con l’entusiasmante 4-0 inflitto l’11 novembre alla Vecchia Signora: roboante punteggio utile, una volta per sempre, a convincere della propria forza una straordinariamente compatta Inter ed al contempo capace di consacrare Altobelli alla stregua di una delle punte più forti e prolifiche dell’epoca, in grado d’intendersi e di sfruttare a meraviglia i tanti assist prelibati servitigli dall’amico Beccalossi, numero dieci dal sontuoso piede sinistro proveniente, come il filiforme centravanti di Sonnino, anch’esso dal Brescia.&lt;br /&gt;Undici stagioni con la Beneamata, 466 presenze totali, 209 gol, un tricolore e due coppe Italia vinte prima di trasferirsi, al crepuscolo della carriera, proprio alla compagine bianconera per un’annata avara di soddisfazioni: con Dino Zoff in panchina, compagno d’avventura durante il vittorioso Mondiale spagnolo del 1982 che ha rappresentato per il riccioluto Sandro l’apice di un grande percorso agonistico coronato dalla rete in finale alla Germania Ovest, Altobelli tentò di disputare il conclusivo torneo di Serie A con lo stesso dinoccolato e veloce opportunismo in area di rigore che per oltre un decennio era stato il suo lampante marchio di fabbrica, racimolando però unicamente un misero bottino di appena quattro centri in venti match. Per un vorace cannoniere come lui (al quale tuttora appartiene il primato nerazzurro di gol realizzati in Europa, ben trentacinque) era quanto bastava a fargli capire che, perlomeno ad alti livelli, la corsa sul rettangolo verde era da ritenersi completata. Chiuse a Brescia, l’identico luogo da cui partì la formidabile ascesa che avrebbe fatto di Spillo l’uomo del triplete con la Juve. Pardon, contro la Juve.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 22/10/2011 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.fcinternews.it/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;&lt;em&gt;www.fcinternews.it&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;Alessandro Altobelli&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Nato a Sonnino (LT) il 28/11/1955&lt;br /&gt;Attaccante&lt;br /&gt;All’Inter dal 1977 al 1988&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 466-209&lt;br /&gt;Vittorie: 1 scudetto (1979/’80), 2 coppe Italia (1977/’78, 1981/’82)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-1992552221510249337?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/1992552221510249337'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/1992552221510249337'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2011/10/inter-juventus-triplete-nel-segno-di.html' title='INTER-JUVENTUS, TRIPLETE NEL SEGNO DI SPILLO'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-pV7dGs5R0hM/TqQ9P_DCjhI/AAAAAAAAAP8/HLoctJO95Mk/s72-c/Altobelli.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-5112892753385766978</id><published>2011-09-06T16:42:00.003+02:00</published><updated>2011-09-06T22:53:55.334+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2011/&apos;12'/><title type='text'>ARMANDO PICCHI, L’ANGELO DI UN’ESTATE DENSA</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-ZieV3r0Z7eA/TmaIPtk8LTI/AAAAAAAAAPo/ly1VQjaVV_Q/s1600/picchi.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5649352586096815410" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 189px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-ZieV3r0Z7eA/TmaIPtk8LTI/AAAAAAAAAPo/ly1VQjaVV_Q/s320/picchi.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Quella che sta andando a chiudersi, è stata un’estate nerazzurra densa: di colpi di scena, di orgoglio evidente, di poche parole, di saluti struggenti, di nuovi abbracci. Tutto è cominciato con l’improvviso addio di Leonardo, giovane tecnico che nei cinque mesi in cui è restato seduto sulla panchina della Beneamata ha comunque garantito una media-punti pienamente da scudetto e la vittoria di una coppa Italia, che ancora oggi non è completamente chiaro se sia principalmente stato voluto dal brasiliano o dalla società. E’ stata poi la volta della doverosa difesa a spada tratta da parte del compatto popolo interista – accorso nella fresca e rilassante Pinzolo, come d’abitudine, in massa – dell’immagine solennemente integra di Giacinto Facchetti, tentata d’infangare da una schiera di giornalisti intellettualmente disonesti che speravano ardentemente di trasformare le vittime in carnefici e ribaltare in tal maniera, agli occhi dell’opinione pubblica, un’insopportabile realtà mai digerita. Le pur rare e quasi noncuranti risposte di Massimo Moratti alle farneticanti richieste dirigenziali della compagine juventina (retrocessa in Serie B dalla giustizia sportiva al termine del torneo 2005/’06, giova ricordarlo, perché ritenuta colpevole primaria dell’ignobile sistema che non permetteva battaglie ad armi pari chiamato Calciopoli) sono state invece l’ovvia conseguenza del vespaio mediatico sollevato dal club reduce da due settimi posti consecutivi che, parafrasando l’autore Ennio Flaiano, pare ormai essere in grado di &lt;em&gt;"fare progetti unicamente per il passato".&lt;/em&gt; Questo, ha rappresentato altresì il bruciante agosto del commiato alla maglia dei campioni del mondo, oltre che dell’impavido e decoratissimo combattente Marco Materazzi, di uno degli attaccanti più forti spuntati sul palcoscenico internazionale del terzo millennio: quel Samuel Eto’o che, grazie agli encomiabili quanto fondamentali sacrifici tattici nella stagione d’esordio e alla caterva di reti segnate nella seconda, in appena un biennio ha contribuito a regalare un’enormità di momenti di giubilo al fiero ed esigente universo “bauscia”. Infine, è stata anche l’estate che, carta d’identità alla mano, ha visto approdare ad Appiano Gentile diversi talenti dal futuro potenzialmente lungo e roseo (Andrea Poli, Ricardo Alvarez e Mauro Zarate in particolare) ai quali il neo mister Gian Piero Gasperini, al di là di modificare il proprio credo in favore di un 4-3-1-2 maggiormente consono alle caratteristiche dei giocatori a disposizione, dovrà esser bravo a ritagliare l’apposito spazio nell’arco di un’annata che si preannuncia intensa ed estenuante. Il rasserenante periodo simboleggiato da gelati, tuffi e tintarella che si concluderà ufficialmente il prossimo 20 settembre, complice la pubblicazione del libro di Pierluigi Arcidiacono “Armando Picchi – Un nome già scritto lassù”, ha però avuto pure il pregio di rammentare a tutti la figura imprescindibile e condottiera del capitano della Grande Inter, scomparso prematuramente quarant’anni fa a causa di un vigliacco male che lo bastonò alla schiena: Picchi, assieme a Luis Suarez l’indiscutibile uomo-guida dello straordinario gruppo presieduto dal magnanimo signore rinascimentale Angelo Moratti ed allenato dall’istrionico innovatore argentino Helenio Herrera.&lt;br /&gt;Un carismatico livornese di ferro classe 1935, cresciuto nelle fila della formazione della sua città natale prima di trasferirsi nel 1959 alla Spal di Paolo Mazza, giunto a Milano nel 1960 in contemporanea dell’autoritario Mago di Buenos Aires che presto, dopo averlo inizialmente impiegato come terzino, ne avrebbe fatto un libero egregio: esile di torace ma svelto di gambe, indole schietta e grintosa, perno morale e sagace leader unanimemente eletto tale dai compagni che in lui vedevano un autentico allenatore in campo puntualmente capace di consigliare e gestire ciascuno di loro in qualunque frangente della gara (tanto che, a volte, le variazioni di gioco da lui decise sul manto erboso venivano comunicate ad un apparentemente infastidito Herrera, ma da quest’ultimo immediatamente ratificate, solo in seguito). Atleta stimatissimo anche dai rivali, ai quali il vigoroso carattere guerriero di Picchi incuteva assoluta soggezione: uno scaltro comandante sotto le cui direttive la Grande Inter visse tutte le sue sette stagioni di vertice, dal probabile scudetto della primavera 1961 – evaporato, a pro della Juventus, in circostanze quantomeno dubbie – sino al canicolare pomeriggio mantovano del 1967 – costato, nei fatali novanta minuti conclusivi, un altro pressoché certo tricolore – che sancì l’epilogo della sontuosa carriera meneghina del sapiente capociurma toscano, destinato al Varese, e con esso di una delle più maestose squadre di sempre. In mezzo, tre scudetti, due coppe Campioni, due coppe Intercontinentali, molte partite di altissimo livello o addirittura leggendarie, alcune epiche rimonte, 257 presenze, due gol ed un profondo mare (simile a quello della sua Livorno, che nel 1990 gli avrebbe a ragione intitolato lo stadio) di acume e senso tattico: doti che, unite al fenomenale tempismo mostrato sul rettangolo verde e alla naturale autorevolezza riconosciutagli da compagni ed avversari, lo hanno meritatamente innalzato a capitano per eccellenza della storia del Biscione.&lt;br /&gt;Una storia che quest’estate ha giustamente celebrato l’ex numero sei dal petto in fuori e dalla faccia severa, collocatosi tra il parziale cambio di volto della Beneamata e la polemica aria fritta ciclicamente riproposta da Andrea Agnelli per tentar d’oscurare il rischio tangibile di passare agli annali come l’unico presidente bianconero a non aver vinto neppure il trofeo riservato ai trionfatori del campionato cadetto, alloro definito con l’ingombrante appellativo “Ali della Vittoria”. Le stesse possedute dall’angelo della difesa nerazzurra Armando Picchi, un nome già scritto lassù.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 06/09/2011 sul sito&lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;em&gt; &lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.fcinternews.it/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;&lt;em&gt;www.fcinternews.it&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;Armando Picchi&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Nato a Livorno il 20/06/1935&lt;br /&gt;Difensore&lt;br /&gt;All’Inter dal 1960 al 1967&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 257-2&lt;br /&gt;Vittorie: 3 scudetti (1962/’63, 1964/’65, 1965/’66), 2 coppe Campioni (1963/’64, 1964/’65), 2 coppe Intercontinentali (1964, 1965)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-5112892753385766978?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/5112892753385766978'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/5112892753385766978'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2011/09/armando-picchi-langelo-di-unestate.html' title='ARMANDO PICCHI, L’ANGELO DI UN’ESTATE DENSA'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-ZieV3r0Z7eA/TmaIPtk8LTI/AAAAAAAAAPo/ly1VQjaVV_Q/s72-c/picchi.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-294750098478743814</id><published>2011-05-18T12:27:00.007+02:00</published><updated>2011-05-18T22:26:18.447+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2010/&apos;11'/><title type='text'>IL RITORNO DEL CHOLO A SAN SIRO</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-sU6LaSqNkdE/TdQoYVf42vI/AAAAAAAAAOE/0dUQSnjb23U/s1600/CHOLITO.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5608151834535975666" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 210px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/-sU6LaSqNkdE/TdQoYVf42vI/AAAAAAAAAOE/0dUQSnjb23U/s320/CHOLITO.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;In occasione di Inter-Catania di domenica prossima, ultima gara di un campionato nerazzurro sfavorevolmente indirizzato dall’appannata fase di gestione Benitez, il tecnico dei siciliani Diego Pablo Simeone tornerà a casa: momentaneamente, ma tornerà a casa. Nessun tifoso che ne abbia ammirato la proverbiale combattività nel biennio trascorso all’ombra del Duomo (1997-1999) ha certamente dimenticato l’audace centrocampista di Buenos Aires, autentica anima di un gruppo che aveva nel fenomenale Ronaldo la stella più luminosa e nel “Cholo” Diego Pablo il focoso leader carismatico. Un indomito lottatore che sul rettangolo verde era abituato a non abbassare la testa di fronte a niente ed al contempo era capace di gol pesantissimi: i derby, le fascinose sfide europee e, in generale, i match maggiormente carichi di pressione erano i palcoscenici preferiti dell’impetuoso atleta argentino, circostanze nelle quali era in grado di tirare fuori una delle sue frequenti reti (14 in 85 presenze con la casacca della Beneamata) oltre alla consueta partita fatta di mille palloni recuperati, grinta da vendere, tackle vincenti, tanta corsa ed inestinguibile voglia di &lt;em&gt;“ganar”&lt;/em&gt;. Doti che, abbinate alla riconosciuta autorevolezza ed al sentito attaccamento alla maglia, avrebbero tramutato in scroscianti applausi gli iniziali tre mesi di fischi che, in quel curioso autunno 1997 di prolungati scioperi studenteschi contro il ministro Berlinguer, una frettolosa parte di popolo “bauscia” aveva riservato alle poco convincenti prestazioni di un non ancora perfettamente ambientato Simeone.&lt;br /&gt;Sin da giovanissimo, quando qualcuno gli domandava cosa avesse voluto fare da grande, la risposta del ragazzo cresciuto nel quartiere Palermo Viejo era sempre la stessa: il calciatore. Nato e vissuto per il calcio, l’attuale mister degli etnei non è mai riuscito a concepire la vita senza allenamenti, partite, schemi: una dolce ossessione che lo ha accompagnato dagli esordi con la maglia del Velez Sarsfield e, prima e dopo Milano, nelle esperienze con Pisa, Siviglia, Atletico Madrid, Racing Avellaneda e Lazio. Lazio alla quale è legato l’unico trofeo conquistato in nerazzurro dal risoluto mediano sudamericano, ovvero l’emozionante coppa Uefa 1997/’98 vinta nella finale di Parigi contro la squadra capitolina: un secco e spettacolare 3-0 per gli uomini di Gigi Simoni che andò a lenire l’amaro in bocca per uno scudetto indegnamente andato ad una Juventus che nell’arco di tutto il torneo aveva beneficiato di tantissime, e spesso clamorose, sviste arbitrali a proprio favore. Lazio in cui, ad un anno dalla straordinaria ed inebriante notte transalpina, Simeone approdò per riprendersi ciò che dodici mesi addietro una frustrante lotta impari gli aveva impedito di ottenere: su precisa indicazione del neo tecnico dell’Inter Marcello Lippi, che pretese la riconferma di un Paulo Sousa già promesso al club biancoceleste come parziale contropartita all’interno dell’affaire-Vieri, il “Cholo” venne infatti ceduto alla compagine romana che si sarebbe poi laureata campione d’Italia a danno della società bianconera (la quale, a riprova dell’immutato “stile” ed al termine dell’ennesima stagione fallimentare, anche nel recente restyling del sito web si è impunemente distinta per noncuranza di sentenze definitive e albi d’oro ufficiali). Una cessione ritenuta necessaria da Lippi e molto probabilmente pure da qualche dirigente del Biscione, che presentò all’allenatore viareggino l’immagine di un giocatore attaccabrighe e nemico dichiarato di Ronaldo soltanto perché Diego, da professionista serio e di carattere quale ha perennemente dimostrato d’essere, tempo prima aveva comunicato allo stupito fuoriclasse brasiliano di non gradire il trattamento eccessivamente privilegiato di cui, a differenza dei compagni, godeva il centravanti carioca.&lt;br /&gt;La nazionalità di Helenio Herrera, l’ambizione di Roberto Mancini, la leadership di Josè Mourinho: i tre mister più decorati della gloriosa storia nerazzurra fusi in un’unica, energica personalità. Quella di un uomo inevitabilmente destinato – anche in virtù della buona conoscenza dell’ambiente interista che ne agevolerebbe certamente il lavoro – a giungere un giorno alla guida degli attuali iridati, quella di un preparato tecnico capace di conquistare due campionati argentini (nel 2006 con l’Estudiantes e nel 2008 con il River Plate) praticamente da debuttante, quella di un indomito mediano orgoglioso d’aver pronunciato parole come &lt;em&gt;“lo ripeto sempre ai miei figli: ho giocato nella squadra più bella del mondo e non è la Lazio con cui ho vinto lo scudetto, ma quella dove giocavo prima”&lt;/em&gt;. Frase valorosa alla stregua della scelta fatta da Leonardo nel momento in cui, sulla leggendaria scia dei soci fondatori della Beneamata, ha deciso di svestire l’abito rossonero per abbracciare con la solita eleganza i colori del club nobile, e fortunatamente mai capitanato da gente volgare tipo Gattuso, di Milano. Pure per questo, oltre che per aver tenuto pienamente in corsa su tutti i fronti sino ad aprile una formazione che aveva esaurito stimoli ed entusiasmo già a Natale, il rampante e signorile allenatore di Niteroi merita di poter disputare almeno una stagione dall’inizio alla fine. In attesa che l’ex totem dell’Albiceleste Simeone, dopo un adeguato percorso sulle generalmente arroventate panchine del Belpaese, possa in futuro tornare definitivamente a casa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 18/05/2011 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.fcinternews.it/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;&lt;em&gt;www.fcinternews.it&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;Diego Pablo Simeone&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Nato a Buenos Aires (Argentina) il 28/04/1970&lt;br /&gt;Centrocampista&lt;br /&gt;All’Inter dal 1997 al 1999&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 85-14&lt;br /&gt;Vittorie: 1 coppa Uefa (1997/’98)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-294750098478743814?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/294750098478743814'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/294750098478743814'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2011/05/il-ritorno-del-cholo-san-siro.html' title='IL RITORNO DEL CHOLO A SAN SIRO'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-sU6LaSqNkdE/TdQoYVf42vI/AAAAAAAAAOE/0dUQSnjb23U/s72-c/CHOLITO.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-4597294711037772713</id><published>2011-04-22T12:17:00.001+02:00</published><updated>2011-04-26T21:40:43.484+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2010/&apos;11'/><title type='text'>LUIS SUAREZ SIGNIFICA ANCORA GRANDE INTER</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-MUjhLpAqFsU/TbcfZVwgFMI/AAAAAAAAAN0/co3_jevTzRU/s1600/Luisito.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5599979181856265410" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 226px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/-MUjhLpAqFsU/TbcfZVwgFMI/AAAAAAAAAN0/co3_jevTzRU/s320/Luisito.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;In un’ipotetica F.C. Internazionale più forte di ogni tempo, valorosamente guidata da Josè Mourinho e schierata col 4-2-1-3 di tripletiana memoria, giocherebbe dinanzi alla difesa con al fianco l’eccezionale tuttofare Cambiasso. I suoi precisi lanci al millimetro illuminerebbero il favoloso trio d’attacco Ronaldo-Boninsegna-Meazza, le sue stupefacenti doti tecniche ben si sposerebbero con i devastanti inserimenti dell’impetuoso trequartista Matthaeus, la sua immensa intelligenza tattica saprebbe come proteggere al meglio il pacchetto arretrato comandato da Picchi e completato, davanti al geniale portiere Zenga, dal roccioso stopper Samuel e dagli imponenti terzini Maicon e Facchetti. Lui è Luis Suarez Miramontes, esile figlio di un macellaio della nativa La Coruna, l’uomo che esattamente cinquant’anni fa – correva la primavera 1961, stagione divenuta celebre per il primo sbarco nello Spazio operato dal cosmonauta sovietico Jurij Gagarin – con i propri piedi dolci, la costante brillantezza atletica, il fantasioso estro, la competenza agonistica e il volitivo temperamento trasformò l’Inter in Grande Inter. Pilotandola, in stile Gagarin, al di sopra dell’atmosfera calcistica planetaria.&lt;br /&gt;Sul finire di un’annata in cui la compagine nerazzurra aveva incredibilmente visto sgretolarsi il sogno tricolore per colpa di una paurosa crisi di risultati maturata tra marzo e aprile ed anche a causa del consueto potere scandalosamente esercitato dalla Juventus (alla quale venne concesso dalla Caf, organo presieduto dal tifoso bianconero Della Volpe e facente capo al duplice presidente di FIGC e Juve Umberto Agnelli, di ridisputare la decisiva sfida di ritorno contro la Beneamata originariamente persa 2-0 a tavolino), il generoso patron Angelo Moratti ordinò di versare nelle casse del Barcellona una cifra a dir poco sensazionale, 250 milioni di lire che permisero alla società blaugrana d’innalzare di un anello il Camp Nou, per portare a Milano il formidabile regista Suarez. Massicciamente voluto dall’innovatore argentino Helenio Herrera, carismatico tecnico che da una stagione sedeva sulla panchina dell’Inter e che era già stato maestro di don Luis in Catalogna quando ancora il talento iberico giostrava da mezzala, l’asso cresciuto a bistecche paterne sbarcò in Italia in concomitanza dell’ultima ed inutile partita del torneo 1960/’61: dalla tribuna dello stadio di Catania, il riservato ragazzo di La Coruna osservò sgomento il suo futuro club squagliarsi 2-0 sotto l’infuocato sole di Sicilia, iniziando quindi a temere che quello potesse apparire come un cattivissimo presagio per l’avventura che il ventiseienne galiziano, unico giocatore spagnolo ad essersi aggiudicato il Pallone d’Oro e già allora indiscusso faro della Nazionale che si sarebbe laureata campione d’Europa nel 1964, aveva deciso d’intraprendere. Timori, però, immediatamente dissipati: nonostante un primo anno chiuso senza titoli e passato in parte in infermeria per un preoccupante infortunio al ginocchio, che non gli impedì tuttavia di ottenere un notevole bottino di quindici reti in trentadue gare, la sconfinata classe e l’irreprensibile professionalità del numero dieci del Biscione incominciarono da subito a contagiare la squadra, imperniata sulle evidenti capacità dell’atleta ex-Barça e ottimamente amalgamata in un gruppo perfetta sintesi di abili condottieri (capitan Picchi e, appunto, Suarez) e fenomenali astri nascenti (Facchetti, Mazzola e Corso su tutti). Una formazione di cui Luisito, indomito toreador dalle movenze eleganti e dallo sguardo orgoglioso, ne era al contempo motore e cervello.&lt;br /&gt;Motore, cervello, ma anche sommo equilibratore di un team condotto ad una sequenza di strabilianti successi che, a partire dal campionato 1962/’63, caratterizzarono pressoché un intero decennio (sebbene qualche provocatorio pontificatore di Serie B, pur essendo acceso supporter di una compagine che per quarantaquattro stagioni consecutive non ha visto l’ombra di un trofeo, lo abbia con sdegno bollato &lt;em&gt;"un mini-ciclo di due anni a metà anni Sessanta"&lt;/em&gt;): scudetti vinti e stravinti, alcuni svaniti di un soffio per sfortuna o discutibili decisioni altrui, imprese e rimonte memorabili, quattro coppe euromondiali sollevate al cielo e quasi altrettante sfuggite ad un passo dal sogno. Gesta divenute leggenda alla pari dell’ultima portentosa epopea nerazzurra, apertasi con la conquista della coppa Italia 2005 e, in particolar modo nelle convinzioni di chi era presente al “Meazza” ed al termine del match si è prodigato in un doveroso applauso verso i componenti di un club che verrà comunque ricordato in eterno come uno dei più forti di sempre, chiusasi nell’amara e surreale serata di Inter-Schalke: un esaltante periodo attraversato da intensa gioia, ostentata fierezza, momenti di folle ed adrenalinica estasi, record imbattibili, gremite feste di popolo, soddisfazioni estreme e, soprattutto, numerosissimi titoli. Per la precisione, dato che un paio di mesi fa sulla sponda rossonera del Naviglio c’è chi si è autoproclamato docente di matematica ad honorem, quattordici in sei anni.&lt;br /&gt;Cifre assolutamente all’altezza delle mirabolanti opere mostrate dalla formazione di cui Suarez era l’anima, una comitiva dalla quale nell’estate 1970 il neo presidente Fraizzoli lo fece partire con destinazione Sampdoria ma, a ulteriore conferma del fatto d’essere sempre stato unanimemente ritenuto basilare uomo-guida sia in campo che nello spogliatoio, nella quale riapparve quattro anni più tardi nelle vesti di allenatore: una nuova avventura all’ombra del Duomo, bissata pure nel girone di ritorno della complicata stagione 1991/’92 e per poche gare dell’annata 1995/’96, nettamente meno entusiasmante rispetto però a quella vissuta da calciatore. Esigue le gioie provate in panchina, senza dubbio maggiori le giovani e ancora sconosciute promesse segnalate alla Beneamata (ad esempio, un adolescente Cristiano Ronaldo) da quando l’amico Massimo Moratti, sicuramente anche come gesto di gratitudine verso uno dei giocatori simbolo della squadra posseduta dall’adorato padre, lo nominò capo degli osservatori alcuni giorni dopo aver rilevato la società da Ernesto Pellegrini. Un atto considerato obbligatorio nei confronti di chi, esattamente mezzo secolo fa, con il suo smisurato talento e la sua preziosa saggezza ha fondamentalmente contribuito a far sbocciare una Grande Inter. La prima, e ora non più sola, Grande Inter.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 22/04/2011 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.fcinternews.it/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;&lt;em&gt;www.fcinternews.it&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;Luis Suarez Miramontes&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Nato a La Coruna (Spagna) il 02/05/1935&lt;br /&gt;Centrocampista (poi allenatore)&lt;br /&gt;All’Inter dal 1961 al 1970 (come calciatore) e nelle stagioni 1974/’75, 1991/’92 e 1995/’96 (come allenatore)&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 328-55&lt;br /&gt;Vittorie (tutte da calciatore): 3 scudetti (1962/’63, 1964/’65, 1965/’66), 2 coppe Campioni (1963/’64, 1964/’65), 2 coppe Intercontinentali (1964, 1965)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-4597294711037772713?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/4597294711037772713'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/4597294711037772713'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2011/04/luis-suarez-significa-ancora-grande.html' title='LUIS SUAREZ SIGNIFICA ANCORA GRANDE INTER'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-MUjhLpAqFsU/TbcfZVwgFMI/AAAAAAAAAN0/co3_jevTzRU/s72-c/Luisito.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-7260069856893574123</id><published>2011-03-20T10:33:00.022+01:00</published><updated>2011-03-23T21:44:23.412+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2010/&apos;11'/><title type='text'>LOTHAR MATTHAEUS, CINQUANT’ANNI DA CAMPIONE</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-R7g1Mtsp68k/TYpbMTXnf5I/AAAAAAAAANs/swTHVc_t8lI/s1600/Lothar%2BOro.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5587378554622410642" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 221px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/-R7g1Mtsp68k/TYpbMTXnf5I/AAAAAAAAANs/swTHVc_t8lI/s320/Lothar%2BOro.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Fate il nome di Lothar Matthaeus ad un qualunque tifoso di età almeno sui ventotto-trenta cresciuto a pane e Inter e state certi che, pur essendo recentemente reduce da un’appagante quanto sconfinata collezione di scudetti e coppe, al tifoso in questione immediatamente brillerà lo sguardo: di sincero entusiasmo, di vivissima nostalgia, d’indelebile affetto. Il trascinatore tedesco della forte squadra allenata da Giovanni Trapattoni a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, da granitico e tenace fuoriclasse quale ha sempre dimostrato di rappresentare, domani taglierà l’importante traguardo del mezzo secolo di vita e, con ogni probabilità, lo farà con la consueta sicurezza che ne caratterizzava i terrificanti calci da fermo o con cui, nell’imminenza di una qualsiasi gara, saliva da valoroso capofila le scalette che portavano al terreno di gioco per poi annunciare spavaldo ai compagni &lt;em&gt;"tranquilli, oggi la partita la vinco io"&lt;/em&gt;. E così era.&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Estate 1988. Mentre la musica piange il fondatore dei Red Hot Chili Peppers ed in Italia vengono introdotti i chiacchieratissimi limiti di velocità, a Milano, proveniente dal blasonato Bayern Monaco ed accompagnato dalla prima delle quattro bellissime mogli che in futuro ne avrebbero contraddistinto le turbolenti vicende sentimentali, atterra Matthaeus: centrocampista universale dal destro preciso e detonante tipo un colpo di chitarra di Hillel Slovak e dalle straripanti doti atletiche che nessun decreto Ferri sarebbe mai riuscito ad arginare. L’allora presidente Ernesto Pellegrini, re della ristorazione collettiva, imperniò su di lui una straordinaria campagna acquisti: il guizzante puntero argentino Ramon Diaz, il portentoso terzino sinistro Andreas “Zampa di Ferro” Brehme e gli inesauribili propulsori di metà campo Nicola Berti ed Alessandro Bianchi erano i restanti ingredienti che, in quell’afoso luglio, l’ambizioso patron interista – al timone della Beneamata dal marzo 1984 ma ancora a secco di trofei e, ulteriore smacco, con negli occhi le freschissime immagini di festa per il tricolore rossonero numero undici – aggiunse al ciclonico ventisettenne di Erlangen per appoggiare finalmente un menù da scudetto sulla tavola sapientemente apparecchiata dal Trap. Scudetto che, alcuni mesi più avanti ed a suon di strepitosi record, si sarebbe materializzato come il tredicesimo della bacheca nerazzurra: cinquantotto punti (in un torneo che ne assegnava due per vittoria) in trentaquattro incontri, con sessantasette gol fatti ed appena diciannove incassati, dipingevano l’identikit di una formazione splendida e spietata, un capolavoro di cuore ed energia basato sull’anima condottiera e poco diplomatica del suo castano panzer, indiscusso leader che sapeva inizialmente intimorire gli avversari con le sue prodigiose accelerate ed in seguito tramortirli con l’esplosività del proprio piede.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Aver guidato la truppa subito al vertice – ed aver inoltre contribuito in maniera fondamentale al conseguimento, ventisei stagioni dopo l’ultima gioia continentale targata Angelo Moratti, della Uefa 1990/’91 – garantì quindi a Lothar un credito pressoché infinito nei confronti del fiero ed esigente pubblico interista, che ancora oggi, al di là d’essere stato il primo giocatore a vincere un Pallone d’Oro con indosso la maglia che fu di Suarez e sarebbe poi stata di Ronaldo, lo ricorda alla stregua di uno degli stranieri maggiormente completi e decisivi sbarcati all’ombra del Duomo: un dinamico omino d’acciaio da quarantatré battiti cardiaci al minuto capace di attaccare e difendere con identica disinvoltura, con due litri di aria nei polmoni in più rispetto allo standard ed un corpo allenato con irreprensibile professionalità e perciò affidabile come un solido elettrodomestico made in Deutschland. Un centrocampista da ben 53 reti in 153 match con la casacca del Biscione ed in possesso di un forziere strapieno di titoli, sia in ambito di club (tra Belpaese e Germania, otto campionati vinti sommati ad altrettante coppe) che di Nazionale (adolescente trionfatore dell’Europeo 1980 e orgoglioso capitano del gruppo issatosi in vetta al mondo dieci anni più tardi), compagine della quale è tuttora proprietario del primato assoluto di presenze, centocinquanta, che è lì a rammentare al globo la caratterizzante tempra massiccia e senza tempo del mattatore teutonico.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;L’autentica differenza che il ragazzo cresciuto nell’impronunciabile Herzogenaurach era in grado di fare sul rettangolo verde – unita al feroce piglio da caparbio e polemico capociurma, alla preziosa elasticità tattica ed alla eccezionale potenza fisica da cui scaturivano le impetuose incursioni nell’area rivale – concorse fortemente ad appassionare e dividere la sognante Milano “da bere” dell’epoca, una città che, oltre a consolidare l’aspetto di prosperosa metropoli in cima ad industria e moda, tornava prepotentemente ad ergersi regina del panorama calcistico attraverso due team, seppure agli antipodi, di altissimo livello. Da un lato l’Inter del trio tedesco iridato a Italia’90 (agli ex bavaresi Matthaeus e Brehme, infatti, nell’estate 1989 s’era aggregato l’acrobatico centravanti Jurgen Klinsmann in sostituzione del meritevole Ramon Diaz), dall’altro il Milan degli olandesi Rijkaard-Van Basten-Gullit vincitori dell’Europeo 1988. Di qua il pragmatico e razionale perfezionismo del tradizionalista Trapattoni, mister convinto sostenitore della marcatura a uomo nonché attuale tecnico nostrano più decorato, di là il maniacale ricorso a zona e fuorigioco imposto dal presunto innovatore Arrigo Sacchi. Da una parte la maggiormente scudettata e mai retrocessa formazione nerazzurra, nata nel 1908 dal disegno di un pittore e perenne espressione aristocratica del capoluogo lombardo, dall’altra la comitiva rossonera – fondata nel 1899 per opera dei brumisti e storicamente assunta a simbolo del ceto sociale meneghino medio-basso – allora principalmente stimolata dalle conquiste oltreconfine, alle quali era tortuosamente giunta alcune annate dopo il definitivo rientro in Serie A.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Un grave infortunio accadutogli durante la disgraziata stagione 1991/’92, pericolosamente vissuta tra crisi coniugali e di squadra, mise anticipatamente fine all’avventura milanese di Lothar ma, diversamente da quanto pensava la dirigenza interista, non alla sua fantastica carriera, magnificamente proseguita per otto primavere ancora con Bayern Monaco e Nazionale nel reinventato ruolo di libero e chiusa, quasi all’alba dei quarant’anni, con una fugace esperienza statunitense nei New York Metrostars. Con lo stesso spirito testardo e combattivo con cui si riprese dall’incidente al ginocchio destro che stoppò la sua luminosa parentesi alla Beneamata, dunque, l’odierno c.t. della Bulgaria si accinge a spegnere le cinquanta candeline: un lasso temporale del tutto trascurabile per un campione rimasto giovane così a lungo da sembrare eterno, testualmente definito da Diego Armando Maradona come &lt;em&gt;"il miglior avversario incontrato in vita mia"&lt;/em&gt;. Il verdetto del più grande numero dieci di sempre su uno dei più grandi numeri dieci della storia.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 20/03/2011 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.fcinternews.it/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;www.fcinternews.it&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Lothar Matthaeus&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Nato a Erlangen (Germania) il 21/03/1961&lt;br /&gt;Centrocampista&lt;br /&gt;All’Inter dal 1988 al 1992&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 153-53&lt;br /&gt;Vittorie: 1 scudetto (1988/’89), 1 coppa Uefa (1990/’91)&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-7260069856893574123?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/7260069856893574123'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/7260069856893574123'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2011/03/lothar-matthaeus-cinquantanni-da_20.html' title='LOTHAR MATTHAEUS, CINQUANT’ANNI DA CAMPIONE'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-R7g1Mtsp68k/TYpbMTXnf5I/AAAAAAAAANs/swTHVc_t8lI/s72-c/Lothar%2BOro.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-8909250032398113894</id><published>2011-02-15T16:00:00.003+01:00</published><updated>2011-03-22T22:59:14.999+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2010/&apos;11'/><title type='text'>NICOLA BERTI, L’EROE CHE INCANTO’ MONACO DI BAVIERA</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/--GZeeU6rh9Q/TVr21EiSk-I/AAAAAAAAANc/UESPBKRAB78/s1600/Nicolino.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5574038880435475426" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 170px; CURSOR: hand; HEIGHT: 193px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/--GZeeU6rh9Q/TVr21EiSk-I/AAAAAAAAANc/UESPBKRAB78/s320/Nicolino.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;A distanza di nove mesi dall’entusiasmante trionfo di Zanetti e compagni nella finale di Champions disputata a Madrid – inebriante notte, e magica alba, che ogni tifoso della Beneamata custodirà gelosamente nel cuore in eterno – i riflettori s’accenderanno di nuovo su Inter-Bayern: la sfida che andrà in scena il prossimo 23 febbraio sul prato del “Meazza”, infatti, sarà la sesta che vedrà contrapposte due delle regine storiche del football europeo (assommanti in totale diciassette trofei internazionali), una saga iniziata ventitré anni fa con l’immagine della prodigiosa cavalcata di un grintoso ed estroverso ventunenne divenuta immortale istantanea di uno dei gol più belli della mitologia nerazzurra.&lt;br /&gt;Nella spettacolare rete realizzata all’Olympiastadion di Monaco al minuto settantuno del match d’andata degli ottavi di coppa Uefa 1988/’89, marcatura che andava a bissare quella dell’inseparabile amico Aldo Serena e fissava così il definitivo 2-0, c’era tutto il giocatore Nicola Berti: la spinta furente di un centrocampista dalle notevoli qualità atletiche che partendo a ridosso della propria area di rigore attraversava palla al piede l’intero rettangolo verde, l’energica determinazione di chi con sfrontata tenacia voleva compiere un’impresa apparentemente proibitiva, la geniale vena di follia che rovesciava inaspettatamente l’andamento di una gara, il micidiale tempismo nel rubare la sfera all’avversario che scatenava il successivo catapultarsi con istintiva precisione innanzi al portiere rivale. Caratteristiche che aggiunte all’eclettica capacità del golden-boy di Salsomaggiore Terme nel ricoprire con profitto qualunque ruolo di metà campo gli fosse offerto e alle preziose doti di goleador spesso messe in mostra contro la concittadina formazione rossonera, squadra che a Berti risultava assai indigesta al punto d’arrivare a proferire un epico &lt;em&gt;"meglio sconfitti che milanisti"&lt;/em&gt;&lt;meglio&gt; al termine di un derby perso, facevano di lui il Dejan Stankovic dell’epoca.&lt;br /&gt;Rispetto però al risolutivo gladiatore serbo, sposatosi presto e oggi già con tre figli all’attivo, completamente differente era il modo di approcciare la realtà extracalcistica da parte dell’impetuoso mattatore emiliano, il più “Anni Ottanta” tra i personaggi giunti all’Inter negli anni Ottanta: inimitabile ciuffo immerso nel gel alla stregua di un paninaro qualunque, abiti casual-raffinato e tanto denaro a disposizione da vero yuppie, intensa movida notturna popolata da bellissime donne, giovane di successo dall’avvenente aspetto glamour capace di far sfrigolare il muscolo cardiaco delle sognanti adolescenti, che sovente, anche solo per ammirarne da vicino il furbo e smagliante sorriso, intasavano per ore la piazzetta sotto il suo appartamento situato nel centro dell’allora metropoli “da bere”. In simile ruggente e mai banale decennio d’imperante eccesso, ambizione, voglia di vivere, spensieratezza, benessere, vistosità, attimo da cogliere e ottimismo a tutti i costi, Nicolino ci sguazzava alla maniera di una foca nel mare ghiacciato: così quanto l’Italia intera, fresca reduce da una lunga fase di grigio piombo e dunque affascinata da tale epoca dirompente e festaiola, in cui il pallone appassionava a dismisura grazie ad un campionato esageratamente ricco di fuoriclasse, impazzava la disco-music ed i ragazzini indossavano il berretto dell’emergente Jovanotti vinto con i punti delle merendine, la neonata tv commerciale donava momenti di ritrovata leggerezza, la moda diventava firma ed i migliori attori di cinema erano quelli che facevano ridere la gente.&lt;br /&gt;Un simbolo, un leader d’entusiasmo, un uomo che sapeva far la differenza sia in campo che fuori: dare il 110% sul terreno di gioco e divertirsi nella vita di tutti i giorni era l’irrinunciabile connubio dello scanzonato Nick, un audace cocktail che, nei nove tornei e mezzo trascorsi all’ombra della Madonnina, ne ha tuttavia a tratti limitato le prestazioni agonistiche. In virtù pure del certificato “antimilanismo” e dell’eccezionalità dimostrata dal non possedere peli sulla lingua (peculiarità che sovente, con palesato orgoglio dell’atleta parmense, lo portava ad essere eletto bersaglio principe delle curve avversarie) il pubblico interista per Berti però stravedeva e, di conseguenza, era quindi in grado di perdonargli persino i più evidenti cali di rendimento, in assenza dei quali il vigoroso centrocampista ducale diveniva pedina determinante per provare a scardinare e vincere qualsiasi partita. Dei suoi 41 gol in 312 apparizioni con la divisa del Biscione, infatti, pochi quelli non di significativa importanza: sette son serviti a lasciare un’indelebile traccia sul sensazionale scudetto-record maturato durante la prima annata meneghina (1988/’89), un paio sono risultati decisivi per ipotecare due coppe Uefa (1990/’91 e 1993/’94) grazie alle preziose reti messe a segno nelle infuocate finali d’andata rispettivamente contro Roma e Salisburgo, altri ancora – ad esempio siglati in esaltanti derby o in memorabili gare europee come la leggendaria rimonta compiuta ai danni dell’Aston Villa – hanno concorso a scrivere alcune delle pagine maggiormente emozionanti della gloriosa storia della Beneamata. Al tricolore numero tredici ed ai due prestigiosi allori continentali, l’ex mediano viola ha sommato inoltre la Supercoppa di Lega nell’anno di grazia 1989 ed un’ennesima coppa Uefa conquistata nella inconsapevolmente già “calciopolesca” stagione 1997/’98, stagione a metà della quale l’inarrestabile incursore dalla chioma ribelle salutò il gruppo di mister Gigi Simoni per tentare l’avventura londinese con la maglia del Tottenham: una scelta dettata forse dall’idea di voler cancellare le dolorose amarezze inghiottite nel recente passato, dove due terribili e ravvicinati infortuni al ginocchio (il secondo di questi lo condusse alla definitiva esclusione dal giro della Nazionale, compagine con cui era giunto in semifinale al Mondiale casalingo del 1990 e ad undici metri dalla vittoria nella canicolare edizione statunitense del 1994) lo avevano insolitamente scoraggiato tanto da convincersi che il percorso calcistico italiano, cominciato a Parma e appassionatamente proseguito a Firenze e Milano, potesse ritenersi concluso a sole trenta primavere.&lt;br /&gt;Una carriera fatta di cuore e corsa, di fervore ed istinto, di fan in estasi e sentito amore per la casacca nerazzurra. Colori tatuati sull’anima di Nicola tuttora in modo lampante, come chiaramente indimenticabile per i tifosi degli attuali iridati resterà la prodezza realizzata a Monaco quella fredda sera del 23 novembre 1988: una fantastica giocata che il club di Massimo Moratti, il cui debutto da presidente fu proprio bagnato da una rete di Berti utile a sconfiggere 1-0 il Brescia, si augura di ripetere tra circa una settimana quando a San Siro verranno in visita i tedeschi del dirigente Karl-Heinz Rummenigge. Un’altra potente icona anni Ottanta acclamatissima dalla Nord che, alla stregua del talento di Salsomaggiore, farebbe comodo anche alla magnifica e plurititolata Inter d’inizio terzo millennio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;(Articolo pubblicato il 15/02/2011 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.fcinternews.it/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;&lt;em&gt;www.fcinternews.it&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;Nicola Berti&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Nato a Salsomaggiore Terme (PR) il 14/04/1967&lt;br /&gt;Centrocampista&lt;br /&gt;All’Inter dal 1988 al 1997&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 312-41&lt;br /&gt;Vittorie: 1 scudetto (1988/’89), 1 Supercoppa italiana (1989), 3 coppe Uefa (1990/’91, 1993/’94, 1997/’98)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-8909250032398113894?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/8909250032398113894'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/8909250032398113894'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2011/02/nicola-berti-leroe-che-incanto-monaco.html' title='NICOLA BERTI, L’EROE CHE INCANTO’ MONACO DI BAVIERA'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/--GZeeU6rh9Q/TVr21EiSk-I/AAAAAAAAANc/UESPBKRAB78/s72-c/Nicolino.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-800618154832847650</id><published>2011-01-02T15:15:00.002+01:00</published><updated>2011-01-02T16:07:49.861+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2010/&apos;11'/><title type='text'>LA STORIA DI INVERNIZZI, ESEMPIO PER LEONARDO</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/TSCUeFVTd-I/AAAAAAAAAM4/A1WfLVunbMw/s1600/Invernizzi.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5557605184723711970" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 203px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/TSCUeFVTd-I/AAAAAAAAAM4/A1WfLVunbMw/s320/Invernizzi.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Pur avendo tra le mani la squadra che – Balotelli a parte – solo alcuni mesi prima si era straordinariamente laureata campione di tutto, in coda alla vittoriosa gara contro il Mazembe, che ha con merito issato l’Inter in cima anche al mondo, il placido tecnico Rafa Benitez ha inconsuetamente alzato la voce per reclamare dai tre ai quattro nuovi acquisti, per additare l’insolitamente parsimoniosa società di Corso Vittorio Emanuele come unica responsabile del fatto d’essere distante dalle sette alle tredici lunghezze dalla capolista Milan e, infine, per colpevolizzarla di non aver un serio progetto in testa (tesi assai difficile da avvalorare parlando di un club che, negli ultimi sei anni, ha conquistato la bellezza di quattordici trofei) e di non garantirgli quindi un supporto adeguato. Così facendo, l’allenatore spagnolo, che spesso ha però dato l’impressione di possedere indole eccessivamente pacata per un ambiente da sempre ricco d’infuocate personalità e sotto il tiro dei media come quello nerazzurro, ha decretato il proprio esonero e, oltre che al neo mister Leonardo, ha spalancato le porte alla Storia: quella con la esse maiuscola, quella narrante di uno scudetto vinto ai danni della compagine rossonera al termine di un’incredibile rimonta, coronata, dopo che pochi turni di campionato avevano sancito un ritardo di punti già ragguardevole dai “cugini” capoclassifica, grazie al contributo fondamentale di un “eroe quasi per caso” chiamato Giovanni Invernizzi.&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Se, come asseriva Confucio, studiare il passato significa prevedere il futuro, vale sinceramente la pena di raccontare la vicenda di Giovanni Invernizzi, equilibrato milanese di Albairate classe 1931 scomparso sei anni orsono, l’uomo che condusse al successo un’Inter in una situazione per certi versi simile a quella odierna. Così come oggi, pur se per motivi differenti, durante la stagione 1970/’71 la formazione meneghina si trovava alle prese con un allenatore col quale i giocatori avevano scarso feeling – il “ginnasiarca” Heriberto Herrera, intransigente paraguayano arrivato nell’estate 1969 dalla Juventus e soprannominato “Accacchino” da Gianni Brera per distinguerlo dal ben più celebre e blasonato “Accaccone” Helenio Herrera – ed anche allora pareva psicofisicamente svuotata dalla interminabile serie di conquiste nazionali ed internazionali da cui era reduce. La svolta di quel torneo avvenne il 9 novembre 1970, mattina seguente ad un derby malamente perso 3-0: si era soltanto alla quinta giornata quando, per tentare di risollevare le sorti della comitiva vittoriosa unicamente all’esordio e già distante cinque lunghezze dalla vetta, venne chiamato il tecnico della Primavera ed ex centrocampista nerazzurro degli anni Cinquanta Invernizzi per sostituire l’esonerato Heriberto, reo, tra l’altro, d’aver deciso in agosto l’esclusione dalla rosa di tre colonne della Grande Inter euro-mondiale quali l’infaticabile mediano Gianfranco Bedin, la saettante ala destra Jair Da Costa e lo scintillante fantasista mancino Mario Corso (quest’ultimo, disponendo però di un evidente talento fuori dal comune, fu giocoforza presto reinserito in organico dall’arcigno mister sudamericano). Malgrado fosse inizialmente stata indicata dal presidente Ivanoe Fraizzoli alla stregua d’una soluzione pro-tempore, da subito “Robiolina” (simpatico appellativo che, provenendo l’allenatore lombardo dalla nota famiglia proprietaria d’importanti caseifici, gli fu senza indugio affibbiato) instaurò con la squadra un apprezzato rapporto umano improntato su dialogo e fiducia, fiducia che ad esempio dimostrò immediatamente attraverso l’istantaneo reintegro di Bedin e Jair. La formidabile rimonta, anche un po’ per scherzo come documenta la strana tabella stilata dai senatori del gruppo, s’avvio così con un 2-0 al Torino e proseguì, dopo la sconfitta di Napoli della domenica successiva, con un fantastico ruolino di ventuno punti su ventiquattro prima d’affrontare la fatidica stracittadina di ritorno: 7 marzo 1971, antivigilia del sessantatreesimo compleanno della Beneamata, Milan seccamente superato 2-0 dalle reti di Mario Corso e Sandro Mazzola ed avvicinato ad una sola lunghezza. Rivera e soci cominciarono a fiutare l’atroce profumo della beffa: tempo due settimane e, nella sfida casalinga contro il Napoli in cui il capocannoniere Boninsegna per insaccare di testa il gol decisivo rischiò di farsela staccare dall’intervento a gamba tesa del difensore partenopeo Panzanato, l’aggancio fu cosa fatta. Da lì in poi i rossoneri si sciolsero come neve al sole, mentre i ragazzi di Invernizzi seguitarono imperterriti nella loro marcia, che alla terzultima divenne ufficialmente trionfale: battendo con un sonoro 5-0 il Foggia a San Siro, ed approfittando della parallela debacle milanista a Bologna, il Biscione si cucì sulla maglia il tricolore numero undici, un emozionantissimo titolo reso ancor più bello dall’averlo ottenuto ai danni degli storici rivali.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Al sanguigno tecnico del Diavolo Nereo Rocco, in quella Milano agitata e violenta d’inizio anni di Piombo, si contrapponeva dunque la figura mite e a tratti persino dolce di Invernizzi: un uomo di pregevole buonsenso e orgogliosa umiltà, che coi giocatori amava intendersi anziché irrigidirsi come faceva il suo rigoroso predecessore, presto divenuto insopportabile, per le maniere tenacemente inflessibili e le idee atleticamente dispendiosissime, a pressoché tutta la vecchia guardia e non solo. La stessa vecchia guardia che, esasperata, ne caldeggiò vivamente l’esonero a beneficio appunto di “Robiolina”, il quale, al contrario del sergente Heriberto, sapeva se necessario ascoltare i consigli dei più influenti calciatori a sua disposizione (in particolar modo Tarcisio Burgnich, Giacinto Facchetti, Sandro Mazzola e Mario Corso, ovvero quattro dei sei reduci della Grande Inter di papà Angelo Moratti) mettendoli così nell’invidiabile condizione di rendere al meglio. L’ex mister della Primavera, da dinamico centrocampista quale era stato, non s’accontentò però di quello scudetto e, forte della recuperata serenità del gruppo e di un’opera giuridicamente immensa dell’avvocato Prisco innanzi alla Commissione Disciplinare di Ginevra, la stagione successiva raggiunse la finale di coppa Campioni, massimo trofeo continentale che sfumò solamente davanti all’Ajax della stella Johann Cruijff, in una difficile serata in cui probabilmente tornarono ad affacciarsi antiche crepe nella ritrovata armonia di spogliatoio, tanto che alcuni mesi dopo, in una situazione diventata ormai ingovernabile, a malincuore Fraizzoli fu costretto a sollevare dall’incarico l’allenatore di Albairate.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Il semplice fatto che l’intelligente Leonardo – elogiando pubblicamente l’eccezionale lavoro svolto da Josè Mourinho nel biennio all’ombra della Madonnina – abbia sin dalla prima conferenza stampa dato da intendere che l’avvenire non può prescindere dalla memoria, quindi, basterebbe già per incendiare i sogni di rimonta-remake dei sostenitori della Beneamata, convinti che alla figura del carismatico tecnico brasiliano, elegante ed autorevole uomo di calcio a 360 gradi, non dovranno piacevolmente legare solo il ricordo del 6-0 complessivamente incassato dal suo ex Milan nei due derby della scorsa stagione. Al quarantunenne mister di Niteroi che porta l’impegnativo nome del massimo genio del Rinascimento italiano, dunque, il non facile compito di rinverdire i fasti di un “eroe quasi per caso” chiamato Giovanni Invernizzi.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 02/01/2011 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.fcinternews.it/"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;www.fcinternews.it&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;Giovanni Invernizzi&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Nato a Albairate (MI) il 26/08/1931&lt;br /&gt;Centrocampista (poi allenatore)&lt;br /&gt;All’Inter, eccezion fatta per le stagioni 1950/’51, 1952/’53 e 1953/’54, dal 1949 al 1960 (come calciatore) e dal 1970 al 1973 (come allenatore)&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 149-6&lt;br /&gt;Vittorie da allenatore: 1 scudetto (1970/’71)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-800618154832847650?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/800618154832847650'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/800618154832847650'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2011/01/la-storia-di-invernizzi-esempio-per.html' title='LA STORIA DI INVERNIZZI, ESEMPIO PER LEONARDO'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/TSCUeFVTd-I/AAAAAAAAAM4/A1WfLVunbMw/s72-c/Invernizzi.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-2755139399014808027</id><published>2010-12-10T10:30:00.004+01:00</published><updated>2010-12-15T21:50:58.004+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2010/&apos;11'/><title type='text'>PEPPINO PRISCO, L’AVVOCATO (NERAZZURRO) DEL PARADISO</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/TQkpnNhoyqI/AAAAAAAAAMs/vn_OeLXw1k8/s1600/Prisco_color.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5551013769333230242" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 232px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/TQkpnNhoyqI/AAAAAAAAAMs/vn_OeLXw1k8/s320/Prisco_color.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Ormai, fra i tifosi nerazzurri, è un pensiero sempre più comune: l’avvocato Giuseppe Prisco, leggendario vicepresidente interista di cui in questi giorni ricorre il nono anniversario dalla scomparsa avvenuta un freddo 12 dicembre 2001, ha deciso di andarsene semplicemente per potersi gustare una delle squadre italiane più forti di ogni tempo – la corazzata di Massimo Moratti capace in sei anni di conquistare qualcosa come tredici trofei che, seppur i ragazzi dell’annebbiato mister Benitez paiano da circa un mese e mezzo patologicamente involuti e psicofisicamente a pezzi, tra una settimana ad Abu Dhabi potrebbero diventare quattordici – dalla miglior postazione possibile: il Paradiso. Un luogo che, nelle ultime stagioni assai ricche di soddisfazioni, i sostenitori della Beneamata hanno metaforicamente spesso toccato con un dito e a cui, ricordando appunto il celebre Peppino ed il giocatore a lui maggiormente simpatico (il monumentale Giacinto Facchetti), nelle ore del trionfo hanno immancabilmente indirizzato la loro affettuosa dedica.&lt;br /&gt;Un tifoso tra i tifosi, il più tifoso dei tifosi: questo e molto altro è stato Prisco, un nome difficilissimo da citare senza obbligatoriamente avvicinarlo alla parola Inter, come dire Rimini senza menzionare i vocaboli mare e discoteca. Nato a Milano il 10 dicembre 1921 da padre partenopeo (anch’esso principe del foro) e madre settentrionale, sottotenente degli alpini ad appena diciannove anni con medaglia d’argento al valor militare attribuitagli in seguito alla terribile campagna di Russia cui era miracolosamente sopravvissuto, laureato in giurisprudenza nel 1944 e presidente dell’Ordine del capoluogo lombardo dal 1967 al 1982: tre grandissimi amori – la famiglia, la penna nera, la professione – ai quali da sempre se ne accostava un quarto, indelebilmente tinto dai colori della più nobile compagine meneghina, società per la quale da bambino perse appassionatamente la testa e nella quale nel 1950 entrò nel Consiglio con la carica di segretario, prima di divenirne ininterrottamente vicepresidente a partire dal luglio 1963, quando Angelo Moratti, legato a Peppino da un sincero rapporto di affetto e stima reciproca, lo nominò tale. L’Inter ha davvero rappresentato la sua vita: adorata per settant’anni, dove, oltre che per i moti gioiosi dovuti alla collezione di trofei che periodicamente il Biscione gli regalava, si è spesso reso celebre per le spettacolari battute di pungente, arguta e mai volgare ironia riservate alle due antagoniste storiche Juventus e Milan, che nelle ultime stagioni, tra la rovinosa caduta in Serie B della Vecchia Signora (che, senza faccendieri di sorta, non è più in grado di vincere nulla e per questo motivo reclama dissennatamente i tricolori altrui) e gli ampi ritardi in classifica accumulati sui pentascudettati “cugini” da parte dei rossoneri, gli avrebbero sicuramente offerto l’input per nuove, geniali e sferzanti stoccate. Stoccate però inferte con un umorismo leale e piacevole riconosciutogli persino dai rivali, tanto che nessuno, in quasi metà secolo, ha mai parlato di lui se non in termini rispettosi e positivi: seppur pungolati dai suoi sarcasmi, tutti recavano per il competente dirigente ambrosiano l’ammirazione che si doveva ad un uomo acuto che viveva il calcio con genuina partecipazione, stile combattivo ed inestinguibile estro satirico. Comportamenti lontani chilometri dalla becera acredine vomitata dai parecchi e sovente trascurabili personaggi che, con le loro arroganti prese di posizione puntualmente accoppiate ad una disarmante pochezza di reali argomentazioni in merito, grazie a media compiacenti han l’occasione d’infestare il mondo pallonaro attuale.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;“Prisco, in una visione popolaresca, ha impersonificato l’Inter più dei suoi presidenti. Non ha concesso spiragli alla sua fede nerazzurra: mai. Ha perseguitato gli avversari, soprattutto Milan e Juve, con le più diaboliche invenzioni dialettiche”&lt;/em&gt;: questo, contenuto in un editoriale dal titolo “Onore e grazie al primo tifoso d’Italia”, il premuroso saluto tributato dall’amico ed allora direttore della Gazzetta dello Sport Candido Cannavò, capace, in poche righe, di riassumere al meglio l’animo colto ed agguerrito dell’avvocato-alpino. Un animo passato alla storia anche per esser riuscito nell’incredibile impresa di far rigiocare una gara di coppa Campioni catastroficamente persa 7-1 dalla sua amata: un’opera da sonori applausi, seppur quel match contro il Borussia Monchengladbach fosse stato palesemente falsato dalla lattina di Coca Cola che un supporter di casa, intorno alla mezzora e sul risultato di 2-1 per i tedeschi, scagliò all’indirizzo della testa dell’attaccante ospite Roberto Boninsegna, il quale, stramazzato al suolo, fu costretto ad uscire in barella. Un’opera da sonori applausi principalmente perché, non esistendo ancora – a livello UEFA – la regola che comportava la sconfitta a tavolino per la società ritenuta oggettivamente responsabile degli atti teppistici dei propri sostenitori, il ferratissimo legale bauscia schierato dinanzi alla Commissione Disciplinare di Ginevra conseguì il capolavoro di legiferare in materia e far quindi ripetere il funesto incontro disputato in Germania: così, dopo aver vinto 4-2 la partita di ritorno che nel frattempo era divenuta quella d’andata, l’eroico 0-0 ottenuto sul neutro di Berlino il primo dicembre 1971 diede il pass ai milanesi per proseguire il cammino europeo. Un percorso interrottosi soltanto in finale, sei mesi più tardi, di fronte al poderoso Ajax di Johann Cruijff.&lt;br /&gt;In tribunale o davanti al microfono di un giornalista, il garbato spirito battagliero e senza peli sulla lingua di Peppino emergeva di continuo. &lt;em&gt;“Inter-Juventus termina spesso con delle lamentele contro l’arbitro: il guaio è che sono sempre le nostre”&lt;/em&gt; era a sottolineare con amaro sarcasmo parlando delle accese sfide con il club bianconero; addirittura epiche – e assai più numerose – sono divenute nel tempo le punture riservate ai “cugini”, per cui Prisco nutriva una rivalità particolare nata dal fatto di condividere la stessa città (dove, si sa, i successi di una squadra sono i tormenti dell’altra): tra le tante, impossibile non ricordare frasi come &lt;em&gt;“la Serie B non è nel nostro codice genetico, a differenza del Milan che ci è invece finito due volte: la prima a pagamento, la seconda gratis”&lt;/em&gt; oppure &lt;em&gt;“la fondazione dell’Inter, operata da alcuni soci scissionisti rossoneri, è la testimonianza che nella vita, se hai buona volontà e ti impegni al massimo, puoi arrivare al top pur partendo da umili origini”&lt;/em&gt; o &lt;em&gt;“il mio sogno? Vincere un derby allo scadere grazie a un gol segnato in fuorigioco o con la mano. Meglio se in fuorigioco e con la mano”&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;Il tutto proferito con un doveroso sorriso sulle labbra, caratteristica imprescindibile di una persona che si era seriamente vista la morte in faccia durante la drammatica spedizione russa e perciò, avendo ben impresso in mente questa immane sciagura che aveva lasciato superstiti tre soli ufficiali degli iniziali cinquantatre partecipanti, era tornata a casa felice anche di un singolo respiro: da qui, fondamentalmente, scaturiva la gioiosa e fanciullesca forza d’animo dello storico vicepresidente della Beneamata che, tipo un adolescente qualunque, alla veneranda età di ottanta primavere conservava nel portafoglio, in mezzo a quella degli adorati genitori, la fotografia di Ronaldo (assieme a Meazza, secondo l’avvocato, il più forte di sempre), un campione che, come ad esempio accaduto di recente all’uomo simbolo della fallita “Remuntada” catalana Zlatan Ibrahimovic, dopo essere stato per anni elevato ad incontrastata icona nerazzurra ha opportunisticamente pensato di trasferirsi, esaurita l’intermedia esperienza spagnola, sull’altra sponda del Naviglio. Peppino, per tale irriguardoso e declassante gesto, dall’alto della sua preziosa arte ironica lo avrebbe probabilmente liquidato con l’identico motto utilizzato per commentare la farsa messa in atto dal Milan nella vergognosa notte di Marsiglia datata marzo 1991: &lt;em&gt;“se dovessi difenderlo per quello che ha fatto, chiederei la perizia per incapacità d’intendere e di volere”&lt;/em&gt;. La squadra del Diavolo, una volta ancora, beffata con una battuta da Paradiso: privilegiato posto dal quale, dopo aver vissuto da protagonista l’epopea della mitica compagine di Helenio Herrera, Prisco si è potuto godere una nuova e meravigliosa Grande Inter.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 10/12/2010 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.calciatori-online.com/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;&lt;em&gt;www.calciatori-online.com&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Giuseppe Prisco&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;strong&gt;Nato a Milano il 10/12/1921&lt;br /&gt;Vicepresidente (prima consigliere)&lt;br /&gt;All’Inter dal 1950 al 2001 (dal 1963 al 2001 come vicepresidente)&lt;br /&gt;Vittorie: 8 scudetti (1952/’53, 1953/’54, 1962/’63, 1964/’65, 1965/’66, 1970/’71, 1979/’80, 1988/’89), 2 coppe Italia (1977/’78, 1981/’82), 1 Supercoppa italiana (1989), 2 coppe Campioni (1963/’64, 1964/’65), 3 coppe Uefa (1990/’91, 1993/’94, 1997/’98), 2 coppe Intercontinentali (1964, 1965)&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-2755139399014808027?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/2755139399014808027'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/2755139399014808027'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2010/12/peppino-prisco-lavvocato-nerazzurro-del.html' title='PEPPINO PRISCO, L’AVVOCATO (NERAZZURRO) DEL PARADISO'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/TQkpnNhoyqI/AAAAAAAAAMs/vn_OeLXw1k8/s72-c/Prisco_color.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-3138317258002917299</id><published>2010-08-11T21:30:00.003+02:00</published><updated>2010-08-12T21:30:54.723+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2010/&apos;11'/><title type='text'>ROBERTO BAGGIO 2: LA VENDETTA DEL FUORICLASSE</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/TGRHho_0JlI/AAAAAAAAAL8/v4cXsU5yYpo/s1600/Roberto+Baggio.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5504603287819920978" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 261px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/TGRHho_0JlI/AAAAAAAAAL8/v4cXsU5yYpo/s320/Roberto+Baggio.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;La vendetta, specialmente in un periodo dell’anno torrido come l’estate, è indubbiamente un piatto che va servito freddo: Roberto Baggio, magari, l’avrà pensato all’atto della sua recente nomina a presidente del Settore Tecnico della FIGC, un’investitura generata dalle ceneri del più fallimentare e penoso Mondiale mai disputato dalla Nazionale di calcio italiana in un secolo di storia. Una figuraccia inscenata in Sudafrica lo scorso giugno dagli uomini guidati dal C.T. Marcello Lippi, proprio l’allenatore che più di tutti ha mostrato scarso feeling con il maggior fuoriclasse nostrano dell’ultimo ventennio, quel Baggio al quale il cocciuto mister viareggino, ai tempi dell’Inter 1999/2000, preferiva addirittura l’impacciato e fuori posizione Paulo Sousa nel ruolo di trequartista alle spalle del tandem d’attacco. Un atteggiamento ostile, secondo quanto scritto da Roby nell’autobiografia “Una porta nel cielo”, dovuto quasi esclusivamente al netto rifiuto da lui opposto alla squallida offerta lippiana di fungergli da spia all’interno dello spogliatoio: un’onesta resistenza che però per il “Divin Codino”, in quella fase nerazzurra spesso recluso in panchina e a cui l’indispettito ex coach bianconero pare negasse persino i meritati applausi dei compagni per le sontuose giocate regalate in allenamento, si rivelò l’inizio della (ad alti livelli) ingiusta fine.&lt;br /&gt;Storia di un (non) rapporto nato nella Juventus 1994/1995 e deflagrato un lustro più tardi, allorché a Milano approdò lo spigoloso trainer toscano che, anche per mezzo d’incomprensibili scelte estive tipo quella di far cedere il prezioso gladiatore del centrocampo Diego Simeone per favorire l’acquisto di Vladimir Jugovic oppure costringendo a terminare anzitempo la prestigiosa carriera di un’esemplare e leggendaria bandiera della Beneamata come capitan Beppe Bergomi, portò a classificarsi solamente quarta una squadra ricca di campioni in vari ruoli (oltre a Baggio, era infatti presente in rosa gente come Peruzzi, Panucci, Javier Zanetti, Seedorf, Recoba, Mutu e, seppur a disponibilità ridotta per i ripetuti e gravi infortuni, l’invidiatissima coppia offensiva Ronaldo-Vieri che alimentava ulteriormente i sogni dei già elettrizzati tifosi del Biscione): ciò, causa folle annata precedente, nonostante il cammino verso l’obiettivo tricolore non fosse nemmeno appesantito da infrasettimanali impegni europei. Una delle stagioni più deludenti della gestione di Massimo Moratti – soprattutto se paragonata alle enormi ed entusiaste attese di quell’indimenticabile agosto 1999 contraddistinto, tra le molte altre cose, da una straordinaria eclissi totale di sole e dall’exploit canoro della norvegese Lene Marlin con il singolo “Unforgivable Sinner” – si chiudeva con un faticoso quarto posto conquistato soltanto nello spareggio con il Parma, in una serata veronese di fine maggio che ribadì per l’ennesima volta la grandezza del calciatore veneto, autore di una spettacolare quanto decisiva doppietta nel 3-1 finale a conclusione di un’inaccettabile periodo che lo aveva comunque sempre visto comportarsi da professionista irreprensibile, e l’inadeguatezza di un allenatore come Lippi: quest’ultimo, guadagnata la riconferma grazie alla maestosa prestazione del “nemico” contro gli emiliani, mise il presidente nella condizione di non rinnovare il contratto in scadenza all’ex Pallone d’Oro per poi, nei pochi mesi successivi in cui sedette ancora sulla panchina interista, caldeggiare ed ottenere l’arrivo in nerazzurro di giocatori dalla imbarazzante mediocrità che rispondevano ai nomi di Ballotta, Cirillo, Macellari, Brocchi, Vampeta, Peralta e Hakan Sukur.&lt;br /&gt;Una situazione equiparabile al recente torneo sudafricano, inaspettatamente caratterizzato da un epocale quanto comprensibile disamore mostrato da parecchi verso Cannavaro e compagni, dove agli “ingombranti” uomini di talento sono stati preferiti atleti dalla qualità eufemisticamente non eccelsa oppure ad un passo dal chiudere con affanno la carriera. Al Baggio in versione dirigente, ed al neo Commissario Tecnico Cesare Prandelli, il difficile compito di tornare dunque a riscuotere simpatie e riportare i quattro volte iridati a livello della propria storia: una storia che sul rettangolo verde Roby ha vissuto per sedici lunghi anni (56 presenze e 27 reti) e per tre emozionanti Fifa World Cup. La prima fu quell’Italia’90 che fece conoscere a tutto il pianeta la smisurata classe dell’allora ventitreenne appena tumultuosamente passato dalla Fiorentina alla Juventus, classe che ben si sposava con la poesia delle notti magiche di un gruppo azzurro brillante e di formidabile valore, orgogliosamente trascinato da un popolo con occhi e cuore sintonizzati sulle affascinanti immagini dell’edizione più ricca di stelle che il calcio ricordi. L’ultima fu Francia’98, dove un assurdo dualismo con Alessandro Del Piero non permise a Roberto di essere costantemente titolare nonostante fosse reduce da una stagione fantastica a Bologna, che lo condusse poi dritto alla corte di Moratti, signorile patron che già nell’estate 1995, mentre andava man mano ad affievolirsi il vezzo del codino che invece furoreggiava ad inizio Novanta nelle giovani capigliature non ancora in età da motorino, ne sfiorò fortemente l’acquisto. In mezzo USA’94, la manifestazione più contrassegnata dall’asso vicentino che, a dispetto del cognome curiosamente identico ad un celebre quartiere milanese, impresse l’indelebile marchio del campione anche oltreoceano: con cinque gol ed alcune prestazioni magnifiche scortò una compagine nient’affatto spettacolare sino ai rigori della finale contro il Brasile. Serie di tiri dal dischetto che, così come nella semifinale 1990 e nei quarti 1998, risultò nuovamente fatale all’unico italiano ad aver segnato in tre diverse rassegne mondiali ed all’intera squadra, guidata all’atto conclusivo quasi esclusivamente per merito delle prodezze dell’acclamato fantasista che aveva reso irrefrenabile l’entusiasmo di una nazione compattamente incollata, se necessario pure a tarda sera, alle gesta dei ragazzi del pedante C.T. Arrigo Sacchi protagonisti nella estenuante canicola statunitense.&lt;br /&gt;Ora i tifosi azzurri possono ragionevolmente tornare a sognare tipo quando il riservato Roby, fervente buddista già ambasciatore FAO e Cavaliere della Repubblica, si faceva trasversalmente ammirare per le sue stupende punizioni dirette all’incrocio dei pali, per la magia dei dribbling ubriacanti, per la precisione nei tiri dal dischetto, per la sfavillante tecnica posseduta, per gli infiniti gol ed assist di pregevole fattura, per la smisurata forza d’animo con cui affrontava e prodigiosamente superava i dolorosi infortuni che gli hanno sovente martoriato le ginocchia e paventato prematuri addii agonistici. Seppur costellato da tremende cicatrici sugli arti inferiori, seppur ostacolato in modo inammissibile da alcuni allenatori che amavano credersi superbamente celebri ed in Baggio vedevano probabilmente un’abbagliante minaccia, seppur l’esigua bacheca di trofei conquistati con i vari club non gli abbia adeguatamente reso merito: a sei anni di distanza dalla sua ultima gara da professionista, Roberto è finalmente rientrato in quella galassia del pallone che, anche se parzialmente ripulito dalle sacrosante condanne dell’estate 2006, soprattutto nella cariche dirigenziali continua ad aver assoluto bisogno di gente trasparente, appassionata e tenace quanto lui. &lt;em&gt;"Non è forte colui che non cade mai, ma colui che cadendo si rialza"&lt;/em&gt; &lt;non&gt;affermava Goethe: la frase di uno dei più grandi letterati di sempre, quindi, per raccontare uno dei più grandi numeri dieci di sempre. Due massimi geni da gustarsi freddi, come la vendetta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato l' 11/08/2010 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.calciatori-online.com/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;&lt;em&gt;www.calciatori-online.com&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Roberto Baggio&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;Nato a Caldogno (VI) il 18/02/1967&lt;br /&gt;Attaccante&lt;br /&gt;All’Inter dal 1998 al 2000&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 59-17&lt;br /&gt;Vittorie: /&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-3138317258002917299?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/3138317258002917299'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/3138317258002917299'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2010/08/roberto-baggio-2-la-vendetta-del.html' title='ROBERTO BAGGIO 2: LA VENDETTA DEL FUORICLASSE'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/TGRHho_0JlI/AAAAAAAAAL8/v4cXsU5yYpo/s72-c/Roberto+Baggio.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-5642757544720655998</id><published>2010-06-06T12:30:00.002+02:00</published><updated>2010-06-06T15:23:44.356+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2009/&apos;10'/><title type='text'>JOSE’ MOURINHO, SPECIALE COME LA SECONDA GRANDE INTER</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/TAug60C7B4I/AAAAAAAAAK8/Ew_uJKTx86o/s1600/Jose-Mourinho.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5479650303890098050" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 192px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/TAug60C7B4I/AAAAAAAAAK8/Ew_uJKTx86o/s320/Jose-Mourinho.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Ora che ha lasciato trionfalmente Milano con destinazione Madrid alla ricerca di un habitat calcistico meno infido ed a lui maggiormente congeniale, anche i suoi acerrimi e tormentati detrattori potranno candidamente ammetterlo: il portoghese Josè Mario dos Santos Felix Mourinho – per tutti, o quasi, lo “Special One” – entra di diritto nell’elenco dei più grandi allenatori che il football italiano abbia mai conosciuto in oltre un secolo di storia. Ci entra in modo fragoroso, così come fragorosamente – era il 3 giugno 2008 – si presentò durante la prima conferenza da tecnico nerazzurro, nella quale sbalordì la platea con una già ottima padronanza della lingua di Dante e con quell’esilarante &lt;em&gt;"non sono pirla"&lt;/em&gt; che ne ammorbidì all’istante la fama da duro e nel contempo ne confermò l’istinto del sapiente provocatore: l’inizio di una lunga ed azzeccata serie di uscite verbali che avrebbero presto contribuito, insieme naturalmente ai molti successi mietuti sul rettangolo verde che sarebbero andati a sommarsi ai numerosi ottenuti in passato con Porto e Chelsea, a rendere mitica la figura dell’oggi quarantasettenne mister di Setubal agli occhi dei tifosi interisti.&lt;br /&gt;Frasi penetrate nella leggenda come &lt;em&gt;"a me non piace la prostituzione intellettuale"&lt;/em&gt; e &lt;em&gt;"se l'Ufficio Stampa dell'Inter mi dicesse di non comunicare coi media per un paio di mesi, per me sarebbe fantastico"&lt;/em&gt; a sottolineare il rapporto per nulla idilliaco che per due anni ha legato il trainer lusitano alla maggioranza dei giornalisti sportivi di casa nostra, che spesso deformavano opinioni e facevano dell’obbiettività un optional pressoché in disuso. Invettive come &lt;em&gt;"io sono al fianco di Zenga, Del Neri e Prandelli perché tutti e tre hanno perso punti giocando contro la Juve"&lt;/em&gt; adoperate per mettere in risalto come i primi a lamentarsi fossero quelli cui la casta arbitrale aveva erroneamente concesso svariati favori. Espressioni tipo &lt;em&gt;"son tornato ad avvertire il rumore dei nemici: per me questo non è però mai stato un problema, piuttosto una sfida"&lt;/em&gt; per far capire come lui, come peraltro storicamente pure il club meneghino che si trovava a guidare, provasse esaltazione nello smentire sul campo le continue malevolenze esterne. Sino ad arrivare al memorabile &lt;em&gt;"non si parla del Milan e della Roma che termineranno la stagione con zero titoli"&lt;/em&gt;, uno slogan divenuto subito citatissimo e utile ad evidenziare la pochezza altrui raffrontata alle invidiate vittorie di Zanetti e compagni, sovente tuttavia oggetto d’infinite polemiche da parte dei già menzionati e scarsamente professionali media. Frasi, in definitiva, che dipingevano un uomo per niente impaurito dal manifestare il proprio libero pensiero in qualunque occasione, un uomo ben più robusto dei finti pregiudizi del nostro attuale universo calcistico soffocato da banalità, ipocrisie e disomogeneità di sorta.&lt;br /&gt;Personaggio da amare incondizionatamente oppure da biasimare con forza, individuo capace di far discutere più della staffetta Mazzola-Rivera, dibattutissimo polo d’attrazione col potere di dividere in maniera alquanto netta: un destino parecchio simile a quello del “Mago” Helenio Herrera, l’altro allenatore nerazzurro che, identicamente come Josè, con l’apporto fondamentale della famiglia Moratti ha avuto l’abilità di ponderare, modellare e far crescere una Grande Inter all’ombra del suo scrupoloso ingegno, della sua lampante autorevolezza nei confronti della squadra (alla quale garantiva sempre la necessaria serenità, tendendo strategicamente ad accentrare ogni tipo di controversia solo su di sé), delle sue straordinarie arti motivatorie e, principalmente, delle sue eccezionali qualità di comunicatore ed evidente leader.&lt;br /&gt;Ereditando dal bravo Roberto Mancini una compagine che in quattro stagioni aveva messo in bacheca sette trofei e che quindi rischiava preventivamente di sentirsi sazia ed a fine ciclo, la missione del neo-arrivato Mou – che ancora aveva da conoscere tante cose del mondo del pallone italico – poteva correre il pericolo di naufragare presto, sotto gli accorgimenti disgustosi messi in atto da chi ad esempio lo invitava ad &lt;em&gt;"abbassare i toni"&lt;/em&gt; o da chi ne risultava assai insofferente all’enorme carisma. Così, però, non è stato: forte della sua incrollabile autostima da qualcuno inesattamente scambiata per arroganza, del rispetto e della dedizione assoluta dei propri calciatori (nessuno dei quali, pure tra chi giocava meno, ha mai lontanamente pensato di parlarne in termini poco entusiastici o di non mostrare fiducia nei suoi metodi di lavoro) e dell’appoggio pressoché totale dei sostenitori della Beneamata che in lui si rispecchiavano soprattutto per le battaglie combattute contro il gelatinoso Sistema, ha magistralmente cementato un gruppo di atleti di eccellente livello e l’ha condotto, in appena due annate e senza aver introdotto schemi tatticamente avanguardistici, a vincere due scudetti, una coppa Italia, una Supercoppa italiana ed una coppa Campioni.&lt;br /&gt;Quella terza coppa Campioni (o Champions League che dir si voglia) che l’affascinata gente “Bauscia” inseguiva dal 1965 e in nome della quale ha trascorso una lunga, estasiata ed indimenticabile notte in bianco nell’attesa di salutare gli eroi che l’avevano conquistata, sbarcati all’alba in un commovente San Siro colmo di sessantamila cuori, voci e vessilli nerazzurri. Un successo magnificamente giunto a chiusura della stagione più bella dell’ultracentenaria e nobile saga interista, una stagione 2009/’10 in cui i tifosi del Biscione han potuto ripetutamente riempire piazza Duomo e appendere orgogliosi le bandiere alle finestre di casa per festeggiare – in ordine temporale – coppa nazionale, tricolore e coppa Campioni nell’arco di soli diciassette, meravigliosi giorni: “Triplete” leggendario mai riuscito ad altra squadra nella storia del nostro calcio, forse anche perché in panchina non poteva disporre di un tecnico sublime nel tenere altissima la concentrazione dei suoi come Josè Mario dos Santos Felix Mourinho. Il perfetto gestore di uomini della seconda, speciale, Grande Inter.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 06/06/2010 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.calciatori-online.com/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;&lt;em&gt;www.calciatori-online.com&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Josè Mario dos Santos Felix Mourinho&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;Nato a Setubal (Portogallo) il 26/01/1963&lt;br /&gt;Allenatore&lt;br /&gt;All’Inter dal 2008 al 2010&lt;br /&gt;Vittorie: 2 scudetti (2008/’09, 2009/’10), 1 coppa Italia (2009/’10), 1 Supercoppa italiana (2008), 1 coppa Campioni (2009/’10)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-5642757544720655998?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/5642757544720655998'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/5642757544720655998'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2010/06/jose-mourinho-speciale-come-la-seconda.html' title='JOSE’ MOURINHO, SPECIALE COME LA SECONDA GRANDE INTER'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/TAug60C7B4I/AAAAAAAAAK8/Ew_uJKTx86o/s72-c/Jose-Mourinho.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-7691828189500782145</id><published>2010-04-29T13:00:00.007+02:00</published><updated>2010-05-03T22:21:35.132+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2009/&apos;10'/><title type='text'>ADIOS IBRA, L’ INTER VOLA A MADRID</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/S91dpflYZ_I/AAAAAAAAAJs/PgKlgQwbMB4/s1600/IBRA.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5466628490131957746" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 250px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/S91dpflYZ_I/AAAAAAAAAJs/PgKlgQwbMB4/s320/IBRA.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Lo scorso luglio, non appena siglato il trasferimento di Zlatan Ibrahimovic al Barcellona, molti addetti ai lavori (o presunti tali) si precipitarono incautamente a dire che l’Inter, perdendo il suo giocatore più bravo ed influente, difficilmente avrebbe potuto ripetere le entusiasmanti stagioni precedenti: tra l’altro, la Juventus dello “Zico del 2000” Diego Ribas da Cunha e degli altri reclamizzati volti nuovi, a incessante detta dei sopracitati addetti ai lavori e non solo, pareva definitivamente aver azzerato il rilevante gap che, dopo “Moggiopoli”, l’aveva costantemente fatta navigare lontana dai nerazzurri sempre campioni d’Italia. Un baratro che si teorizzava fosse stato scavato principalmente grazie alle smisurate capacità di Ibrahimovic, spettacolare attaccante svedese abilmente comprato da Massimo Moratti nell’ormai storica e risanante estate 2006, ma che quest’anno ha dovuto registrare una clamorosa smentita a riguardo. Seppur privata dell’innegabile talento della punta di Malmoe, ignobilmente spinto a cambiare maglia innanzitutto dalle brame del vorace procuratore Mino Raiola, il club di Corso Vittorio Emanuele, ad oggi straordinariamente già approdato anche alla finale della coppa nazionale ed in piena lotta per aggiudicarsi il quinto tricolore consecutivo, non solo ha centrato un’agognatissima finale di coppa Campioni assente dal 1972 – la quinta della propria storia, la seconda nell’ardita e dirompente carriera di mister Josè Mourinho – superando in semifinale i favoriti blaugrana detentori del trofeo, ma, in particolar modo rispetto alla prima Inter dello “Special One” che per risolvere le gare sembrava superficialmente avvalersi soltanto delle magie del fuoriclasse cresciuto nel ghetto di Rosengard, lo ha fatto aumentando notevolmente la cifra di partite giocate in maniera brillante.&lt;br /&gt;Tra i tantissimi calciatori per i quali è stato speso denaro per acquistarne il cartellino, Ibra è probabilmente il miglior affare del quindicennale governo di Moratti junior: arrivato ad Appiano Gentile non ancora venticinquenne per 24,8 milioni di euro (nonostante in quei giorni si desse per scontato il suo passaggio dalla retrocessa Juve al penalizzato Milan) e rivenduto per 50 milioni cash più un centravanti di pari età e livello come Samuel Eto’o, nella compagine meneghina Ibrahimovic ha disputato tre bellissime stagioni ed è risultato determinante per la conquista di altrettanti meravigliosi campionati (e di due Supercoppe italiane). Si è inoltre progressivamente perfezionato soprattutto sotto l’aspetto realizzativo, ha infiammato e riempito i cuori della gente nerazzurra con gol e gesti tecnici di rara genialità, non si è in alcun caso sottratto alle polemiche ma, anzi, le ha spesso rinfocolate con la sua blindata fermezza nordica unita a quell’accattivante impulsività nata da una combinazione forte: padre bosniaco e musulmano, madre croata e cattolica. Storia di una sensazionale e potente multietnicità.&lt;br /&gt;L’uomo che in 117 match con la casacca che fu di Meazza e Ronaldo ha firmato 66 reti – in aggiunta a svariati e mai banali assist – si è quindi appropriato per un triennio dello scettro d’incondizionato leader, a volte capriccioso, spaccone e sfrontato oltre i limiti, ma sempre decisivo e con in testa una sola idea: la vittoria. Non fosse così, ad esempio, l’Inter avrebbe quasi certamente uno scudetto in meno: quello agguantato, al termine di una settimana ad alta tensione in cui parecchi s’eran dilettati a parlare e scrivere a vanvera, sotto l’ininterrotto diluvio di Parma del trepidante pomeriggio di domenica 18 maggio 2008, un pomeriggio assolutamente indimenticabile per i sostenitori della Beneamata. Come indimenticabile, per i medesimi supporter di Zanetti e soci, lo era magari stata la serata precedente a quell’ultima giornata di un torneo che, a novanta ansiosi minuti dalla fine, vedeva la capolista di mister Mancini distanziare la Roma di un unico, poco rassicurante punto: apparentemente intenti a trascorrere lieti momenti in compagnia della fidanzata o degli amici, al cospetto di una leggera pioggia primaverile che nessuno immaginava potesse tramutarsi nell’acquazzone scatenatosi di lì a qualche ora, ma con il senno giocoforza rapito da ciò che si sarebbe consumato il giorno dopo sul prato del Tardini. Luogo in cui Ibra, coraggiosamente entrato al sesto della ripresa nonostante non disputasse una gara da circa due mesi a causa di un infido infortunio non ancora del tutto smaltito, scacciò con una portentosa doppietta le paure e gli affanni dei seguaci del Biscione, consegnò loro lo scudetto numero sedici e li condusse strafelici a San Siro, dove l’arrivo della squadra rincasata dalla città emiliana diede inizio ad una memorabile festa di popolo sui gremiti spalti prima e sull’invaso terreno di gioco poi. E dove, non solo in senso meteorologico, era nel frattempo tornato il sereno. &lt;div&gt;Non a caso, mercoledì a salutare l’approdo in finale di Champions League dei ragazzi di Mourinho c’era una splendida notte stellata, che illuminava il viso gioioso, stravolto ed estasiato dei tifosi che avevano appena visto terminare l’epica sfida del Camp Nou, adesso anche ufficialmente consapevoli di una cosa: pur mantenendo la prodigiosa solidità difensiva e l’indole d’acciaio che sovente l’ha portata ad esaltarsi nelle difficoltà, l’Inter attuale ha mutato pelle rispetto a quella della passata stagione, che con troppa facilità abusava del lancio lungo per le enormi doti fisico-tecniche dell’accentratore di gioco Ibrahimovic. Dall’agosto 2009, nel cervello del carismatico allenatore di Setubal, la manovra corale ed il fraseggio corto sono diventati un imperativo pressoché categorico: come il non avere rimpianti per la cessione di Zlatan, di cui oggi, a maggior ragione dopo aver eroicamente negato al suo Barça la tanto pubblicizzata “remuntada” ed il conseguente ingresso al Bernabeu il prossimo 22 maggio 2010, i sostenitori nerazzurri non hanno più nostalgia. I quali, già mentalmente proiettati al magnifico atto conclusivo di Madrid, lo hanno congedato con un iberico e definitivo &lt;em&gt;"adiòs"&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 29/04/2010 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.calciatori-online.com/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;&lt;em&gt;www.calciatori-online.com&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;Zlatan Ibrahimovic&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Nato a Malmoe (Svezia) il 03/10/1981&lt;br /&gt;Attaccante&lt;br /&gt;All’Inter dal 2006 al 2009&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 117-66&lt;br /&gt;Vittorie: 3 scudetti (2006/’07, 2007/’08, 2008’09), 2 Supercoppe italiane (2006, 2008)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-7691828189500782145?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/7691828189500782145'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/7691828189500782145'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2010/04/adios-ibra-l-inter-vola-madrid.html' title='ADIOS IBRA, L’ INTER VOLA A MADRID'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/S91dpflYZ_I/AAAAAAAAAJs/PgKlgQwbMB4/s72-c/IBRA.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-7033766392195968997</id><published>2010-01-16T21:15:00.010+01:00</published><updated>2010-05-03T22:25:39.428+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2009/&apos;10'/><title type='text'>I  SETTANTUNO, DOLCEAMARI ANNI DEL “MAGO DAI CAPELLI BIANCHI”</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/S1MqX8TiJQI/AAAAAAAAAJk/InpxrUV7sMM/s1600-h/simoni--310x210.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5427728566724994306" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 310px; CURSOR: hand; HEIGHT: 210px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/S1MqX8TiJQI/AAAAAAAAAJk/InpxrUV7sMM/s320/simoni--310x210.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Della ormai quindicennale era di Massimo Moratti a capo dell’Inter (ricorrenza che, impreziosita da un “tesoretto” di dieci trofei tra scudetti e coppe varie, cadrà il prossimo 18 febbraio) c’è un mister in particolare che i tifosi e, specialmente, i giocatori hanno amato più degli altri: per i modi affabili e comprensivi, per le ingenti dosi di equilibrio e umanità che distribuiva in ogni occasione, per la dignitosa semplicità con cui si poneva, perché non ha mai preteso di dover essere immune alle critiche o di poter presuntuosamente valere più di alcuni talentuosi calciatori che aveva a disposizione. Un “Mago dai capelli bianchi”, come fu ribattezzato da Candido Cannavò il 7 maggio 1998 – giornata consecutiva all’indimenticabile trionfo nella finale Uefa – sulle pagine di una ben presto introvabile Gazzetta dello Sport. Questo Mago nostrano nato nella felsinea Crevalcore, che porta il nome di Luigi (detto Gigi) Simoni, il 22 gennaio si accinge a festeggiare il compleanno numero settantuno da direttore tecnico dell’A.S. Gubbio e può permettersi di sfogliare orgoglioso l’album dei ricordi, rimembranti un passato da allenatore che ha regalato gioie ma anche amarezze: la più grande gioia e la più grande amarezza, a dispetto di un’onorata carriera ultratrentennale spesa in larga parte ad ottenere faticose promozioni in Serie A, sbocciate a distanza di pochi giorni ed alla guida della società cui ancora oggi è spesso ricondotta la sua figura, l’irrequieta e blasonata Inter, squadra disegnata nel 1908 da un pittore e perciò da sempre raffinata, geniale, imprevedibile, pazza.&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Il 26 aprile 1998, pomeriggio della decisiva sfida Juventus-Inter con le due acerrime rivali divise in vetta da un solo punto, al “Delle Alpi” di Torino si materializzò l’apoteosi dell’ingiustizia, al culmine di una stagione zeppa di discutibilissime scelte arbitrali favorevoli al club piemontese (le più clamorose nelle partite casalinghe contro Udinese, Lazio, Roma, Bari, Piacenza e nelle trasferte di Brescia ed Empoli) che, otto anni dopo, avrebbe legittimamente pagato – con la retrocessione in Serie B e la cancellazione di due tricolori – i torbidi intrecci operati soprattutto dal proprio direttore generale Luciano Moggi. Un irriguardoso personaggio al quale viene tuttora offerto il ruolo di protagonista in trascurabili talk-show dalla spiccata linea editoriale farsesca, don Luciano, di cui si sarebbe poi scoperto l’uso di specifiche schede telefoniche svizzere che impedivano qualunque tipo d’intercettazione, utili per poter parlare segretamente con i designatori arbitrali, cui faceva regolare dono di tali schede e con i quali, oltre ad incontrarsi periodicamente, s’accordava circa le giacchette nere da impiegare per determinati, e determinanti, match di campionato. In aggiunta a ciò, durante l’esplosione dello scandalo primaverile del 2006, tra le altre cose venne alla luce che, in virtù dell’ampia confidenza condivisa, il dirigente bianconero dispensava arroganti ordini all’ex arbitro Fabio Baldas, che occupava il posto di moviolista di un’urlata e seguitissima trasmissione sportiva del lunedì, su come e quanto variare agli occhi dei telespettatori le decisioni arbitrali prese il giorno prima (palesando quindi, da parte sia dello pseudo-moviolista che del caotico programma televisivo stesso, perlomeno un’incontrovertibile sudditanza): guarda caso, Baldas risultava proprio essere il designatore del torneo 1997/’98, ovvero quello passato alla storia per il fallo da rigore incredibilmente non fischiato successivamente ad un macroscopico contatto tra lo sgraziato difensore juventino Mark Iuliano e l’attaccante nerazzurro Ronaldo. Un episodio che scatenò la giustificata ira del solitamente tranquillo Simoni, tanto da farlo entrare in campo per ergersi a portavoce dell’intero popolo del Biscione e gridare in faccia al direttore di gara Piero Ceccarini, che pochi istanti dopo l’impressionante penalty negato al centravanti carioca ne assegnò uno alla Juventus, una sola, sferzante ed istintiva frase: &lt;em&gt;"si vergogni!"&lt;/em&gt;. Non si è mai saputo se Ceccarini abbia poi realmente provato vergogna, di certo però lo scudetto, nonostante le diverse interrogazioni parlamentari fiorite a Montecitorio nelle giornate appresso, finì per una manciata di punti sulle casacche bianconere ed al secondo classificato mister di Crevalcore, così come ai suoi giocatori ed ai tifosi tutti, non rimase che cercar riscatto da quell’iniquo e aspro epilogo nell’imminente finale Uefa.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Era infatti il sesto giorno del mese di Maria, periodo di prime gustose granite e di ultime gite scolastiche fuoriporta, quando l’Inter travolse la Lazio in quella presentatasi come l’edizione numero uno che prevedeva la disputa di un atto solo, senza più bisogno d’avvalersi della meno emozionante doppia partita d’andata e ritorno, per deciderne il vincitore: un inappellabile 3-0 portò la Beneamata ad impadronirsi della propria terza coppa Uefa al termine di un cammino impegnativo, pazzesco, esaltante che si chiuse a Parigi con il portiere Gianluca Pagliuca nelle inconsuete vesti di capitano a sollevare ciò che oggi, a quasi dodici anni esatti di distanza, resta il più recente alloro europeo conquistato dalla compagine attualmente campione d’Italia. L’affidabile Simoni, quindi, diveniva il primo tecnico capace di regalare un trofeo a Massimo Moratti (generoso presidente che dal febbraio 1995, attraverso un coraggioso esborso di settanta miliardi di lire ed in coda a quattro trepidanti settimane di trattative, si era insediato sulla cima del club meneghino a furor di popolo e nel nome del leggendario padre Angelo) impostando, nell’arco della stagione 1997/’98, una formazione titolare solida e concreta anche se poco spettacolare, imperniata su qualche ottimo elemento (Pagliuca, Simeone, Djorkaeff), sui due odierni recordman di presenze in nerazzurro (Bergomi, Zanetti) e su un unico, autentico, indiscusso fuoriclasse: Luiz Nazario de Lima, in arte Ronaldo, fenomenale attaccante brasiliano arrivato a Milano come il trainer bolognese nell’elettrizzante e densa d’avvenimenti estate 1997, probabilmente lo straniero più forte della storia interista, sicuramente il miglior atleta degli ultimi vent’anni di calcio mondiale.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Il giocare un football per nulla scenografico, tuttavia, sarà il motivo per cui, in un tardo pomeriggio di fine autunno 1998, il buon Gigi – reduce da due vittorie consecutive, una ottenuta in Champions League contro il Real Madrid campione in carica – verrà inaspettatamente esonerato: una scelta resa viepiù singolare dal fatto che i nerazzurri fossero ancora in piena corsa per tutti gli obiettivi e che, assieme a quella di riconfermare in panchina l’inadeguato Marcello Lippi a scapito del talento cristallino del sommo fantasista Roberto Baggio, è forse da archiviarsi come l’errore più grave commesso da Moratti in tre lustri di appassionata gestione. Un’annata e mezzo all’ombra del Duomo, condita da una prestigiosa coppa vinta e da un tricolore meritato ma ingiustamente svanito al fotofinish, è però bastata all’allenatore emiliano per battere l’iniziale scetticismo con il quale era stato accolto (sino ad allora, infatti, non aveva mai guidato alcuna squadra di vertice) e farsi perennemente ricordare con immutato affetto dalla gente, consapevole che, se non fosse stato scorrettamente derubato della bacchetta, Simoni avrebbe realizzato una magica accoppiata italo-europea. Riuscita in casa Inter, al momento, soltanto ad un altro Mago: argentino, spavaldo e senza capelli bianchi.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;(Articolo pubblicato il 16/01/2010 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.calciatori-online.com/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;&lt;em&gt;www.calciatori-online.com&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;&lt;br /&gt;Luigi Simoni&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;Nato a Crevalcore (BO) il 22/01/1939&lt;br /&gt;Allenatore&lt;br /&gt;All’Inter dal 1997 al 1998&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;Vittorie: 1 coppa Uefa (1997/’98)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-7033766392195968997?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/7033766392195968997'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/7033766392195968997'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2010/01/i-settantuno-dolceamari-anni-del-mago.html' title='I  SETTANTUNO, DOLCEAMARI ANNI DEL “MAGO DAI CAPELLI BIANCHI”'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/S1MqX8TiJQI/AAAAAAAAAJk/InpxrUV7sMM/s72-c/simoni--310x210.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-5827399917945709762</id><published>2009-11-07T14:30:00.001+01:00</published><updated>2009-11-07T15:38:38.310+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2009/&apos;10'/><title type='text'>DON HELENIO, IL PRIMO “SPECIAL ONE” DELLA STORIA</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/SvWB09dYo2I/AAAAAAAAAGM/WSdX9aE26SA/s1600-h/HH.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5401366074951770978" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 218px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/SvWB09dYo2I/AAAAAAAAAGM/WSdX9aE26SA/s320/HH.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Il prossimo 9 novembre, ormai, saranno trascorsi dodici anni esatti dalla scomparsa del capostipite di tutti gli allenatori di moderna generazione: quel giorno del 1997, infatti, si spegneva nel reparto rianimazione dell’ospedale di Venezia Helenio Herrera, colui che, con i suoi modi tanto magnetici quanto istrionici e le sue teorie certamente avanguardistiche ma spesso discusse, per primo avrebbe dato scintillante importanza alla figura del mister. Figura che in Italia, fino all’avvento dell’uomo venuto alla luce a Buenos Aires nel 1910 (nonostante più passaporti indicassero nel 1916 la data di nascita) ma cresciuto in Marocco ed affermatosi in Francia come difensore di medio livello ed in Spagna nelle vesti di tecnico di successo, era da sempre esiliata negli angoli semibui del palcoscenico calcistico.&lt;br /&gt;Per i suoi estimatori rimarrà in eterno il geniale ed orgoglioso trainer che, con sfrontata competenza ed eccezionali doti di psicologo, ha plasmato l’Inter più forte di ogni tempo. Per i suoi detrattori, invece, sarà costantemente ricordato come un polemico e megalomane individuo che amava accentrare su di sé qualunque merito e che ha avuto la sola fortuna d’imbattersi in un presidente che gli ha permesso d’avere a disposizione un nucleo di fuoriclasse (su tutti il terzino-goleador Giacinto Facchetti, gli illuminati centrocampisti Luis Suarez e Mario Corso, l’estroso attaccante Sandro Mazzola) con cui sarebbe stato impossibile non vincere. Da entrambe le fazioni, tuttavia, sarà perennemente rievocato alla stregua di un personaggio che ha ridato entusiasmo e curato il football nostrano dalla condizione depressa e malaticcia del dopoguerra, che soltanto un “Mago” – di soprannome e di fatto – come Herrera poteva guarire.&lt;br /&gt;Arrivato a Milano nell’estate 1960 reduce dai recenti trionfi con il Barcellona, tra la perplessità di alcuni e l’esaltazione di molti altri, il neo-allenatore si presenta come colui che intende cambiare la mentalità del calcio del nostro Paese e dell’Inter in particolare, al cui timone c’è il generoso petroliere Angelo Moratti che da cinque stagioni insegue vanamente la conquista di un titolo e che per strappare “HH” alla concorrenza lo ha letteralmente ricoperto di denaro (ingaggio record di 45 milioni annui più eventuali premi doppi rispetto alla squadra), argomento al quale don Helenio risultava da sempre assai sensibile. Il suo impatto con l’intero mondo del pallone tricolore è, da subito, di una dirompenza inaudita: fa appendere cartelli nello spogliatoio recitanti slogan assolutistici tipo “nel calcio chi non dà tutto non dà niente”, sottopone i fino ad allora disabituati giocatori a dieta ferrea ed allenamenti di un’intensità mai vista improntati quasi esclusivamente sulla velocità, introduce la consuetudine dei ritiri, fa fuori un campione prediletto dal popolo come Antonio Valentin Angelillo in nome dell’osservanza delle sue regole, ne crea di nuovi attingendo direttamente dal settore giovanile, si esibisce in proclami sensazionali sin dall’inizio dell’avventura (&lt;em&gt;"Venceremo todo y contra todos",&lt;/em&gt;&lt;venceremo&gt; &lt;em&gt;"Milan e Juve non esistono",&lt;/em&gt;&lt;milan&gt; &lt;em&gt;"Sono solo colpevole di essere il più bravo"&lt;/em&gt;&lt;sono&gt;) dimostrando immediatamente di possedere inattaccabile autostima e sicurezza di sé, probabilmente le maggiori qualità che servono ad una persona che voglia amarsi ed avere successo.&lt;br /&gt;Il presidente, passati i primi due tornei dedicati all’assimilazione e all’assestamento dei metodi herreriani (ostacolati, in verità, anche da qualche circostanza “anomala” di troppo, come ad esempio l’assurda ripetizione del match-scudetto con la Juve dell’aprile 1961, inizialmente dato vinto a tavolino all’Inter causa invasione di campo dei tifosi bianconeri), comincia però ad essere stanco delle tante promesse del costosissimo tecnico sudamericano a cui puntualmente non seguono i fatti. I dubbi di Angelo Moratti, che nella tarda primavera 1962 l’avevano pure indotto a pensare all’emergente allenatore del Mantova Edmondo Fabbri, verranno comunque presto fugati dall’avvio di un ciclo romanzescamente fenomenale: tre scudetti (1963, 1965, 1966), due coppe Campioni (1964, 1965), due coppe Intercontinentali (1964, 1965), un titolo italiano svanito nello spareggio contro un Bologna in precedenza penalizzato e poi discutibilmente riabilitato dal’accusa di doping (1964), un secondo gettato alle ortiche all’ultima giornata come peraltro accaduto per la massima finale europea del medesimo anno (1967), un duraturo periodo d’incontrastato vertice in cui vennero sbaragliati avversari del calibro della Juventus di Sivori, del Milan di Rivera, del Real Madrid di Puskas e Di Stefano, del Benfica di Eusebio. L’Italia, l’Europa ed il Mondo per un lustro sono di assoluta dominazione nerazzurra, portano indelebilmente griffato il nome della meravigliosa squadra di Herrera e Moratti, artefici di una compagine che fino a quell’epoca si chiamava Inter e che da lì in poi, negli anni in cui una Milano sempre più popolata ed in potente sviluppo si entusiasmava per “Il ragazzo della via Gluck” cantato da Celentano, sarebbe eternamente stata ribattezzata “Grande Inter”. Unica nella storia del calcio di casa nostra, assieme al Torino di Valentino Mazzola, ad essere accostata all’aggettivo “Grande”: un gruppo magico, guidato appunto da un “Mago” nomade e carismatico, presuntuoso e vincente. Uno che, dopo averla condotta per otto leggendarie stagioni all’impetuoso grido di &lt;em&gt;"Vamos a ganar!",&lt;/em&gt;&lt;vamos&gt; lascerà spontaneamente il club meneghino – prima di ritornarvi per cinque sfortunati mesi, seguiti alla quinquennale esperienza romanista, nel 1973 – a poche ore dalle dimissioni del presidente, in un 18 maggio 1968 ricco di struggente malinconia per la gente che, in un colpo, perdeva due degli uomini più importanti e gratificanti della lunghissima e gloriosa saga del Biscione.&lt;br /&gt;Da allora, Herrera è ancora adesso il solo tecnico ad aver portato la coppa Campioni sulla sponda nerazzurra del naviglio, quella coppa che oggi il popolo interista chiede al portoghese Josè Mourinho, per molti versi simile al predecessore “HH” (straordinarie e coraggiose doti di comunicatore, palmares e conto in banca invidiabili, lavoratore assai scrupoloso ma concretamente poco incline al calcio-spettacolo, polo d’attrazione ed autentico leader di spogliatoio) ed a lui accomunato, oltre che dal fatto di dividere l’opinione pubblica in maniera pressoché netta tra chi lo adora e chi lo detesta, dall’essere entrambi entrati a forza nella storia della Beneamata: uno l’ha poi mirabilmente scritta, l’altro ha da circa un anno e mezzo iniziato a farlo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 07/11/2009 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.calciatori-online.com/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;&lt;em&gt;www.calciatori-online.com&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Helenio Herrera&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;Nato a Buenos Aires (Argentina) il 10/04/1910&lt;br /&gt;Allenatore&lt;br /&gt;All’Inter dal 1960 al 1968, dal 1973 al 1974&lt;br /&gt;Vittorie: 3 scudetti (1962/’63, 1964/’65, 1965/’66), 2 coppe Campioni (1963/’64, 1964/’65), 2 coppe Intercontinentali (1964, 1965)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-5827399917945709762?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/5827399917945709762'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/5827399917945709762'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2009/11/don-helenio-il-primo-special-one-della.html' title='DON HELENIO, IL PRIMO “SPECIAL ONE” DELLA STORIA'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/SvWB09dYo2I/AAAAAAAAAGM/WSdX9aE26SA/s72-c/HH.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-6520695069499712156</id><published>2009-08-16T16:00:00.006+02:00</published><updated>2009-10-27T22:51:40.257+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2009/&apos;10'/><title type='text'>JULIO CRUZ:  IL BOMBER GENTILUOMO</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/SoghewJNwYI/AAAAAAAAAF4/J97pMPRHGPg/s1600-h/OK+GOL.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5370579367842660738" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 210px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/SoghewJNwYI/AAAAAAAAAF4/J97pMPRHGPg/s320/OK+GOL.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;La terza fase della lunga vita italiana di Julio Ricardo Cruz, trentaquattrenne attaccante argentino di Santiago del Estero, ricomincia dunque dalla Roma biancoceleste, colori fortemente rassomiglianti quelli della sua nazionale, della quale spera ancora di poter far parte - magari per cogliere l’occasione di disputare, bissando Germania 2006, il secondo Mondiale in carriera - come accadutogli già in ventidue circostanze in passato.&lt;br /&gt;Dopo aver messo in luce le proprie qualità a Bologna nel triennio 2000-2003 ed essersi tolto diverse soddisfazioni (singole e di squadra) nelle successive sei stagioni con la maglia dell’Inter, il puntero cresciuto nel Banfield, club che lanciò pure l’attuale simbolo nerazzurro nonché capitano di mille battaglie Javier Zanetti, proverà adesso a farsi apprezzare anche nella compagine del parsimonioso ed ostinato presidente Claudio Lotito: grazie a capacità sportive notevoli e rare doti umane per chi è ingranaggio di un universo spesso tacciato d’immoralità ed arroganza come quello del calcio, non sarà difficile per “El Jardinero” conquistare il popolo laziale e renderlo presto orgoglioso di lui. Perché non si può non essere orgogliosi e ben felici d’annoverare in rosa un atleta dalla preziosa sapienza e duttilità tattica (che lo porta ad avere il medesimo elevato rendimento sia che giochi da prima oppure da seconda punta, da esterno in un tridente o da centravanti unico), dalla pregevole e completa tecnica di base e da una media-gol, in rapporto ai minuti disputati, che lo ha fatto eleggere come uno dei calciatori più decisivi della quattordicinnale e sempre più vincente era di Massimo Moratti. Malgrado lo scarso credito riservatogli da un mister come Josè Mourinho che, nello scorso torneo, lo ha incomprensibilmente impiegato assai poco e, talora, addirittura nell’assurdo ruolo di mediano.&lt;br /&gt;Julio, nei sei anni all’ombra della Madonnina, non è quasi mai stato considerato titolare inamovibile, ma anzi è sovente partito dalla panchina per far spazio, a turno, ai vari Vieri, Martins, Adriano, Crespo, Ibrahimovic e Balotelli: ogni qualvolta è però stato chiamato in causa, l’affidabile attaccante sudamericano ha perennemente risposto con prestazioni degnissime e spesso condite da reti “pesanti”, che suoi più reclamizzati e capricciosi compagni di reparto, in quel momento, si guardavano bene dal realizzare. Ciò, a differenza di questi ultimi, senza mai essere minimamente polemico od irrispettoso nei loro confronti o nei confronti di allenatore o società: un po’, insomma, come quelle ligie e pacate persone che in ufficio devono forzatamente convivere con alcuni presuntuosi colleghi, i quali, alzando la voce od utilizzando parole al veleno, credono di poter sempre così imporre le loro logiche.&lt;br /&gt;E’ soprattutto per tale ed incessante atteggiamento puntuale, serio e disciplinato che Cruz divenne uno dei prediletti del grande Giacinto Facchetti, che in molti comportamenti del bomber sbarcato in Italia dal Feyenoord - e che non avevano ad esempio niente a che fare con quelli scorretti di un Fabio Cannavaro qualunque - riconosceva gli onesti valori che aveva costantemente tentato, con successo, di perseguire ed insegnare. Il “Cipe” cominciò a stravedere per lui sin dalle gare d’esordio dell’ex rossoblù in veste nerazzurra, la seconda delle quali, datata 17 settembre 2003, coincisa con il gol ufficiale numero uno con i nuovi colori: sul palcoscenico del mitico “Highbury” di Londra, tempio che in quell’occasione vide l’Inter essere la prima (e tuttora sola) squadra italiana ad espugnarlo, l’iniziale segnatura dell’argentino aprì le danze dell’entusiasmante 3-0 finale sull’Arsenal futuro campione d’Inghilterra. Una devastante e spettacolare dimostrazione di forza che verrà ricordata in eterno come uno dei match più scintillanti offerti dalla Beneamata in Champions League: non a caso, la prima di Cruz goleador combaciò immediatamente con un indimenticabile pezzo di storia del Biscione. A ruota, molte delle successive settantaquattro reti dell’uomo di Santiago del Estero sarebbero risultate altrettanto importanti per il conseguimento di ben quattro scudetti e due coppe nazionali: con serena rassegnazione degli amareggiati sostenitori bolognesi che, nei giorni in cui si stava consumando il passaggio di “El Jardinero” in maglia interista, provavano vanamente a dissuaderlo dall’intraprendere l’avventura meneghina perché tanto, com’era in uso ironizzare in quei torbidi anni pre-Calciopoli, la compagine a quell’epoca guidata dal cortese ma determinato Hector Cuper &lt;em&gt;"non vinceva mai".&lt;non&gt;&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Da allora, quattro degli ultimi cinque tricolori assegnati hanno preso la strada di Appiano Gentile: agli ironici detrattori, che comunque han smesso di ridere già da tempo, miglior risposta non la si poteva dare. Sul campo, nel modo in cui piace a Cruz e sarebbe sicuramente piaciuto a Facchetti: con buona pace di gufi, nani, ballerine e colleghi d’ufficio vari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 16/08/2009 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.calciatori-online.com/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;www.calciatori-online.com&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;Julio Ricardo Cruz&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;strong&gt;Nato a Santiago del Estero (Argentina) il 10/10/1974&lt;br /&gt;Attaccante&lt;br /&gt;All’Inter dal 2003 al 2009&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 195-75&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Vittorie: 4 scudetti (2005/’06, 2006/’07, 2007/’08, 2008/’09), 2 coppe Italia (2004/’05, 2005/’06)&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-6520695069499712156?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/6520695069499712156'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/6520695069499712156'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2009/08/julio-cruz-il-bomber-gentiluomo.html' title='JULIO CRUZ:  IL BOMBER GENTILUOMO'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/SoghewJNwYI/AAAAAAAAAF4/J97pMPRHGPg/s72-c/OK+GOL.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-3006489552652630644</id><published>2009-05-22T19:18:00.007+02:00</published><updated>2009-10-27T22:53:12.971+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2008/&apos;09'/><title type='text'>ADRIANO, IL LATO MALINCONICO DELLO SCUDETTO NUMERO 17</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Shrv0GBx8sI/AAAAAAAAADA/2Mz6Ao6EnSI/s1600-h/Adri.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5339843986451460802" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 209px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Shrv0GBx8sI/AAAAAAAAADA/2Mz6Ao6EnSI/s320/Adri.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Negli ultimi ed abbastanza problematici tre anni e mezzo, Adriano Leite Ribeiro hanno provato in molti ad aiutarlo. C’hanno provato i suoi allenatori, Roberto Mancini e Josè Mourinho: il primo con diverse iniezioni di fiducia tipo il farlo partire titolare anche in circostanze in cui la precaria condizione ne scoraggiava vivamente l’utilizzo o concedendogli la possibilità di ritrovare il sorriso raggiungendo per alcune settimane le persone care in Brasile, il portoghese facendogli più da genitore che da tecnico e motivandolo come pochi altri avrebbero saputo fare. C’hanno provato i compagni di squadra che, a dispetto delle ridicole dicerie che lo volevano inviso al folto gruppo argentino presente ad Appiano Gentile, mai gli hanno fatto mancare appoggio e preziosi consigli. C’ha provato la società Inter, con a capo l’indulgente presidente Massimo Moratti, che gli ha costantemente perdonato ogni forma di cattiva condotta (e dal 2006 ad oggi, tra ritardi e pecche di svariato genere, sono state parecchie) seguitando a riversargli rinnovata speranza e fiumi di milioni sul conto corrente. Ed infine c’hanno provato i tifosi, perennemente pronti a sostenerlo e a dimostrargli affetto sia che il mastodontico sudamericano fosse reduce da una splendida doppietta nel derby oppure venisse da mesi in cui, anziché la rete avversaria, a gonfiarsi era unicamente la propria pancia.&lt;br /&gt;Adriano invece, probabilmente vittima di un’infida malattia della psiche che lo ha portato ad avere sempre meno rispetto e stima di sé, ha ripagato questa gente solo con una serie d’ininterrotti pentimenti e vane promesse di non ricadere più negli antichi errori: situazioni a cui facevano occasionalmente seguito alcune buone prestazioni, adatte esclusivamente ad illudere che presto sarebbe finalmente tornato il travolgente campione apprezzato soprattutto nelle stagioni a cavallo dell’improvvisa morte del padre, avvenuta nell’estate 2004. Una sfilza di entusiasmanti performance che allora gli erano valse l’appellativo “Imperatore” e, attraverso un’incontenibile potenza fisica associata all’agile bravura brasiliana e ad un mancino al fulmicotone, l’avevano guidato appena ventiduenne a poter essere annoverato tra gli attaccanti più forti e completi al mondo. Un talento già di per sé consistente che però aveva il non semplice compito di continuare a crescere - principalmente a livello tattico - e confermarsi nel tempo, di dover gestire le inevitabili pressioni in aumento da parte dei mass-media (i quali, specie negli ultimi anni, si sono spesso e indelicatamente concentrati soltanto sulla sua poco professionale vita privata) ed al momento stesso l’obbligo morale di rimanere coi piedi ben piantati a terra: se a ciò si somma la nostalgia per i famigliari lontani e la malinconica sensazione di solitudine realizzata qualche periodo dopo la scomparsa dell’amato papà Almir, si può comprendere, ma non giustificare, cosa lo abbia spinto ad un’esistenza esageratamente sregolata sposatasi poi con l’abuso di alcool. Un vincolo che, attualmente, rappresenta un grave problema pure per giovani meno famosi e benestanti del calciatore carioca, convinti di poter realmente divertirsi o scacciare i brutti pensieri con l’effimero quanto devastante aiuto di bevande ad alta gradazione.&lt;br /&gt;Portare in testa una corona, metaforicamente raffigurata dal raggiungimento di successo e ricchezza, non è mai stato facile: lo è ancora in misura minore se la persona che l’arriva ad indossare proviene da un’infanzia assai modesta spesa in una delle tante disagiate favelas della natia Rio de Janeiro, città di grande attrazione turistica che storicamente non conosce vie di mezzo (prosperità per pochi e povertà per molti, carnevale festeggiato con sfarzo che si mischia ai frequenti omicidi per un pugno di soldi) e che da lì, in una giornata agostana d’inizio millennio, ha fatto partire Adriano alla conquista dell’Europa. Fu infatti la sera del 14 agosto 2001, teatro il leggendario “Santiago Bernabeu” di Madrid, quella che fece in modo che l’esordio in maglia nerazzurra dell’ignoto ragazzone di Vila Cruzeiro restasse indelebile tra i tifosi interisti che videro la prestigiosa amichevole tra la truppa di Hector Cuper ed il temibilissimo Real: entrato ad una decina di minuti dal termine sul risultato di 1-1, il diciannovenne sudamericano, appena prelevato dal Flamengo in cambio della seconda metà del cartellino di Vampeta, sbalordì tutti con un magnifico gol decisivo su calcio di punizione ed una serie di altre giocate d’altissima scuola degne di un vero predestinato. Un predestinato che nel giro dei successivi ventiquattro mesi, trascorsi in parte a Milano ed in parte in prestito a Firenze e Parma, si sarebbe guadagnato l’ampia considerazione e le lodi della totalità degli strabiliati addetti ai lavori e non solo.&lt;br /&gt;Poi, proprio mentre l’Inter era all’alba di uno dei periodi più luminosi e gaudenti della sua storia che è culminata lo scorso week-end con l’ottenimento del meritatissimo diciassettesimo scudetto, in avvio di 2006 l’atleta verdeoro iniziò ad infarcire il curriculum di eccessive nefandezze: allenamenti saltati o svolti male a causa delle precedenti notti brave che andavano a sommarsi ad abitudini alimentari non consone ad un professionista di tali proporzioni, che stava sempre più affidandosi a birre e drink vari come estremo tentativo di sopperire alla felicità perduta di un giovane a cui fama e denaro parevano esistere soltanto per ricordargli le responsabilità che aveva – e che da tempo stava disattendendo - ed amplificarne quindi quell’inquieto senso d’insoddisfazione chiamato depressione. Da allora ad oggi, il percorso agonistico dell’“Imperatore” ha alternato troppi momenti di buio a saltuari lampi di confortante ripresa, utili solo ad abbagliare e a ribadire l’incapacità della punta carioca di non riuscire più ad essere stabilmente all’altezza delle enormi potenzialità fisico-tecniche possedute.&lt;br /&gt;Il calciatore, perlomeno a certi livelli, non sarà forse più recuperabile (la recente rescissione del contratto con la Beneamata ed il susseguente ritorno nel poco competitivo torneo brasiliano ne sono probabilmente la prova): l’uomo, invece, è obbligatorio salvarlo. L’unico augurio da fare adesso ad Adriano è che, attraverso una ritrovata serenità, possa debuttare nella sua nuova fase di vita come fece otto anni fa a Madrid: con immensa personalità e forza interiore, stupendo tutti e strappando infiniti applausi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 22/05/2009 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.calciatori-online.com/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;&lt;em&gt;www.calciatori-online.com&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;Adriano Leite Ribeiro&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Nato a Rio de Janeiro (Brasile) il 17/02/1982&lt;br /&gt;Attaccante&lt;br /&gt;All’Inter dal 2001 al 2002, dal 2004 al 2009&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 177-74&lt;br /&gt;Vittorie: 4 scudetti (2005/’06, 2006/’07, 2007/’08, 2008/’09), 2 coppe Italia (2004/’05, 2005/’06), 2 Supercoppe italiane (2005, 2006)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-3006489552652630644?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/3006489552652630644'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/3006489552652630644'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2009/05/adriano-il-lato-malinconico-dello.html' title='ADRIANO, IL LATO MALINCONICO DELLO SCUDETTO NUMERO 17'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Shrv0GBx8sI/AAAAAAAAADA/2Mz6Ao6EnSI/s72-c/Adri.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-6002410009209716027</id><published>2009-02-21T17:20:00.004+01:00</published><updated>2009-10-27T22:53:40.087+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2008/&apos;09'/><title type='text'>ROBERTO BONINSEGNA UNICITÀ DEL DERBY D’ITALIA</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Sg7_C4AqOZI/AAAAAAAAAAU/_-MmE54cCE0/s1600-h/Boninsegna.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5336483033340590482" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 245px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Sg7_C4AqOZI/AAAAAAAAAAU/_-MmE54cCE0/s320/Boninsegna.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;La molto presunta, ed assai poco certa, frase infelice di José Mourinho sul valore dei tre scudetti consecutivi ottenuti dall’Inter di Roberto Mancini (i cui meritati sette trofei in quattro anni di gestione nerazzurra, comunque, potrebbero risultare un traguardo di non facile raggiungimento anche per il pluridecorato tecnico portoghese) ha recentemente riattizzato la già arroventatissima rivalità tra tifosi interisti e juventini: una rivalità epocale, resa vieppiù accesa e pungente in seguito allo scoppio, nella primavera 2006, dell’ignobile scandalo “Moggiopoli” (o “Calciopoli” che dir si voglia). Il più tremendo scandalo della storia del calcio italiano, nonostante qualcuno ancora tenti, disperatamente e ben poco obiettivamente, di far passare alla stregua di un’ingiusta e premeditata farsa.&lt;br /&gt;Nel groviglio di tale acre antagonismo, forse un solo giocatore è riuscito, ieri come oggi, a riscuotere totale apprezzamento da entrambe le fazioni pur avendo vestito ambedue le maglie in rigorosa sequenza, senza alcun “depurante” intermezzo tra queste: Roberto Boninsegna da Mantova, uno a cui volontà e coraggio, sin da quando mamma Elsa lo diede alla luce sotto i bombardamenti che nel 1943 stavano deturpando la suggestiva città lombarda, non hanno mai fatto difetto.&lt;br /&gt;Mentre il mondo assisteva alla riunificazione del Vietnam e la NASA conduceva la sonda “Viking 1” ad atterrare su Marte, nella lontana estate 1976 accadde infatti che il presidente meneghino Ivanoe Fraizzoli decidesse incredibilmente di scambiare alla pari uno dei centravanti italici più devastanti di sempre con il siculo Pietro Anastasi, di Bobo più giovane ma innegabilmente meno forte. Un’operazione di mercato che lasciò sconcertati tutti gli aficionados della Beneamata, Boninsegna incluso: perché “Bonimba” - come lo ribattezzò, accostandolo al nano Bagonghi, il giornalista Gianni Brera - nell’Inter era cresciuto, aveva vinto da capocannoniere il suo primo tricolore al termine di una fantastica rimonta ai danni di un Milan che dopo appena sette turni del torneo 1970/’71 vantava già sei punti di vantaggio sui cugini, in 281 match era stato capace di accumulare qualcosa come 171 segnature, in breve tempo aveva conquistato il pubblico con quel preciso mancino d’inaudita potenza e l’animo da leone che spesso lo portavano a cercare la rete perfino a costo di rimetterci la pelle (emblematico, a questo proposito, il gol al Napoli nella stagione dello scudetto: pur d’insaccare la palla di testa, l’attaccante virgiliano rischiò di farsela staccare da un intervento a gamba tesa del difensore partenopeo Panzanato). Da buon innamorato ferito, tuttavia, l’esplosivo numero nove non si fece sfuggire l’occasione della vendetta: trafisse la sua ex squadra con una doppietta spietata non appena la incontrò da avversario, si fece così immediatamente gradire dai sostenitori della Juventus e contribuì poi in maniera determinante alle loro gioie, partecipando alla vittoria di due campionati, una coppa Italia ed una coppa Uefa nello spazio di tre sole annate, al tramonto delle quali approdò a Verona per godersi gli ultimi spiccioli di una gratificante carriera.&lt;br /&gt;Carriera che visse uno dei momenti più alti nel 1970 in Messico, durante l’edizione dei Mondiali che la gente italiana ricorda con maggior emozione, quella dell’entusiasmante 4-3 contro la Germania in coda ad una gara entrata nella leggenda del football nostrano. Il valoroso Bobo di tale partita si rivelò gran mattatore anche in virtù della realizzazione del gol che, aprendo le ostilità, diede il “la” ad un incontro epicamente combattuto e regalò la finale agli azzurri di fronte al magnifico Brasile di Pelè: un Brasile che, nonostante il provvisorio pareggio di “Bonimba”, schiantò ad ogni modo 4-1 la compagine del c.t. Valcareggi. Dopo quella messicana, per il centravanti col viso da pugile ci fu una fugace apparizione nel corso dell’amara rassegna successiva disputatasi sul suolo tedesco: il sapore non fu però affatto lo stesso di quarantotto mesi prima, quando balzò talmente sugli scudi da offuscare temporaneamente pure la stella del collega di reparto Gigi Riva, suo ex compagno nel Cagliari dal 1966 al 1969 col quale - essendo entrambe impetuose punte di sfondamento con un unico piede, il sinistro, ma letale - non ebbe mai un rapporto idilliaco a causa della notevole concorrenza venutasi a creare tra di essi.&lt;br /&gt;Le ventidue presenze condite da nove reti con la casacca degli attuali campioni del mondo, tuttavia, sono solo un paio delle molte e significative cifre che hanno consacrato Boninsegna nell’olimpo dei migliori attaccanti, così da essersi meritato una citazione in uno dei film maggiormente autentici ed appassionati del 1998 cinematografico: quel “Radiofreccia” diretto dall’inedito regista Luciano Ligabue in cui il protagonista, davanti ad un microfono di una delle diverse radio libere che cominciavano a prender forma nella provincia emiliana anni Settanta, inizia una schietta recita dei suoi giovani pensieri proprio dicendo &lt;em&gt;"credo nelle rovesciate di Bonimba"&lt;/em&gt;.&lt;credo&gt;&lt;credo&gt;&lt;credo&gt; Negli istintivi gesti atletici di questo splendido guerriero di Mantova (che si è dunque confermata, oltre che nebbiosa terra di bellezze artistiche e buona cucina, anche patria di sportivi talentuosi ed audaci come fu il mitico Tazio Nuvolari) si sono riconosciuti due popoli perennemente in contrasto tra loro: Roberto Boninsegna, pur mantenendo ancora oggi un cuore più nerazzurro che bianconero, è riuscito in tale prodezza. In attesa della sentita sfida di campionato dell’aprile prossimo e di eventuali incroci nelle altre competizioni, una prodezza da derby d’Italia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 21/02/2009 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.calciatori-online.com/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;&lt;em&gt;www.calciatori-online.com&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;Roberto Boninsegna&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Nato a Mantova il 13/11/1943&lt;br /&gt;Attaccante&lt;br /&gt;All’Inter dal 1969 al 1976&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 281-171&lt;br /&gt;Vittorie: 1 scudetto (1970/’71)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-6002410009209716027?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/6002410009209716027'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/6002410009209716027'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2009/02/roberto-boninsegna-unicita-del-derby.html' title='ROBERTO BONINSEGNA UNICITÀ DEL DERBY D’ITALIA'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Sg7_C4AqOZI/AAAAAAAAAAU/_-MmE54cCE0/s72-c/Boninsegna.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-6343215708826363281</id><published>2009-01-14T18:30:00.003+01:00</published><updated>2009-10-27T22:54:06.560+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2008/&apos;09'/><title type='text'>GIUSEPPE BARESI: PREZIOSO ESEMPIO</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Sg7_kYzfEtI/AAAAAAAAAAc/OZggB54XMbI/s1600-h/Baresi1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5336483609079386834" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 213px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Sg7_kYzfEtI/AAAAAAAAAAc/OZggB54XMbI/s320/Baresi1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Ieri battagliava in mezzo al campo per strappar palla agli avversari e donarla ai vari Beccalossi, Brady e Matthaeus (a proposito, auguri all’asso tedesco fresco di matrimonio) che avevano la missione di accendere la luce del gioco ed imprimere la svolta determinante alla gara, oggi è il vice di uno degli allenatori più quotati, arguti ed affermati degli ultimi anni - il portoghese José Mourinho - sicuramente il più mediatico e chiacchierato di tutti. Una vita calcistica al servizio degli altri quella di Giuseppe Baresi, mite e coraggioso bresciano nato a Travagliato il 7 febbraio 1958, una vita calcistica a fortissime tinte nerazzurre.&lt;br /&gt;Con l’Inter debutta l’1 giugno 1977 in occasione di un match di coppa Italia a Vicenza e da quel giorno la formazione milanese si assicurerà per le successive quindici primavere le prestazioni di un tenace mediano (sovente utilizzato pure da terzino) che, per grinta ed abnegazione tattica, rinnoverà i fasti dei leggendari gregari della compagine herreriana Carlo Tagnin e Gianfranco Bedin. Dalla giovane Inter operaia e vincente di Eugenio Bersellini, alla maestosa squadra dei record di Giovanni Trapattoni: Baresi è stato protagonista di tre lustri di football ai massimi livelli, ha avuto mister autorevoli, è stato compagno e rivale di magnifici fuoriclasse, ha vestito diciotto volte la maglia della Nazionale, ha vinto tutto dentro i confini - due scudetti, due coppe ed una Supercoppa - oltre ad un’indimenticabile coppa Uefa nella sua penultima stagione all’ombra della Madonnina (1990/’91) prima di andare a chiudere la carriera a Modena, disputando in Emilia due tornei di Serie B come fece anni addietro, però in casacca milanista, il più celebrato fratello Franco.&lt;br /&gt;Con un simile palmares, risulta alquanto arduo comprendere le ragioni di chi, nel pre e nel post Inter-Lecce dello scorso settembre, ha lamentato chissà quali ingiustizie verso giornalisti e tifosi per il semplice fatto che Mourinho, con un gesto che dimostra gratitudine e rispetto per il lavoro del proprio valente collaboratore, avesse ritenuto opportuno mandare in conferenza stampa una persona con provata esperienza e conoscenza dell’ambiente nerazzurro e del calcio italiano attualmente superiore alla sua. Esempio di una delle tante inutili polemiche create al solo scopo di calamitare attenzione su chiunque menzioni il nome del tecnico che, albo d’oro alla mano, punta a far laureare il club meneghino campione d’Italia per la quarta volta consecutiva e campione d’Europa per la terza volta nella storia: un individuo che ama temerariamente sempre dire quel che ha in testa e, oltre che per le doti di gran comunicatore e per le scelte tattiche talora errate o quantomeno discutibili, fa parlare di sé persino per il colore dei capelli (ogni riferimento ad una ridicola trasmissione televisiva di qualche settimana fa non è puramente casuale).&lt;br /&gt;Per conseguire gli elevati obiettivi postisi, tuttavia, all’ambizioso uomo di Setubal sarà sicuramente d’aiuto il poter contare su un secondo che garantisca la profonda dedizione alla causa, il sincero attaccamento alla maglia e l’esemplare professionalità che lo hanno perennemente contraddistinto: qualità che nel tempo lo hanno condotto con merito ad indossare i gradi di capitano della Beneamata e si sono poi potute ampiamente apprezzare anche nell’amico Beppe Bergomi, “allievo” dello stimato atleta di Travagliato dal quale ha ereditato fascia, carattere ed importanti valori umani e sportivi. Valori che Baresi ha quindi seguitato ad inculcare pure ai ragazzi delle giovanili nerazzurre che negli ultimi anni, sotto la sua supervisione come responsabile del settore, hanno raggiunto continui risultati d’indubbio prestigio anche grazie agli insegnamenti morali da lui impartiti, da pregevole persona che ha di regola badato all’essenza e non all’apparenza delle cose. Oggi che impazza la moda Facebook, ed ai rapporti umani vengono purtroppo spesso preferiti i rapporti virtuali, riuscire ad attenersi a tale concetto di vita non è affatto opera irrilevante.&lt;br /&gt;Se è vero che dietro ad un grande uomo c’è sempre una grande donna, è altrettanto probabile che di fianco ad un grande allenatore ci sia sempre un prezioso vice: soprattutto in questo caso, dove l’ex centrocampista lombardo, assieme a pochi altri, la scorsa estate si è dovuto assumere l’impegnativo compito d’introdurre rapidamente lo “Special One” all’interno dell’ambiente, delle abitudini e della storia di un affascinante ma complesso mondo chiamato F.C. Internazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 14/01/2009 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.calciatori-online.com/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;&lt;em&gt;www.calciatori-online.com&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;Giuseppe Baresi&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Nato a Travagliato (BS) il 07/02/1958&lt;br /&gt;Centrocampista&lt;br /&gt;All’Inter dal 1976 al 1992&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 559-13&lt;br /&gt;Vittorie: 2 scudetti (1979/’80, 1988/’89), 2 coppe Italia (1977/’78, 1981/’82), 1 Supercoppa italiana (1989), 1 coppa Uefa (1990/’91)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-6343215708826363281?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/6343215708826363281'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/6343215708826363281'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2009/05/giuseppe-baresi-prezioso-esempio.html' title='GIUSEPPE BARESI: PREZIOSO ESEMPIO'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Sg7_kYzfEtI/AAAAAAAAAAc/OZggB54XMbI/s72-c/Baresi1.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-3102134565400883747</id><published>2008-10-20T19:30:00.004+02:00</published><updated>2009-10-27T22:54:39.604+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2008/&apos;09'/><title type='text'>UNICO, EMBLEMATICO WALTER ZENGA</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Sg8A2yM0lBI/AAAAAAAAAAs/4Z1gdQ6RjDA/s1600-h/The+world%27s+best+goalkepper.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5336485024645813266" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 212px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Sg8A2yM0lBI/AAAAAAAAAAs/4Z1gdQ6RjDA/s320/The+world%27s+best+goalkepper.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;la&gt;&lt;la&gt;&lt;em&gt;"La Nord non dimentica i suoi eroi: Walter Zenga uno di noi"&lt;/em&gt; è stato l’affettuoso striscione che, la sera dello scorso 13 settembre in occasione di Inter-Catania, il popolo nerazzurro ha dedicato al suo portiere più forte ed estroso di tutti i tempi (avvicinabile soltanto dal leggendario Giorgio Ghezzi, spericolato “Kamikaze” dei due tricolori consecutivi giunti a metà anni Cinquanta) riapparso sul prato del “Meazza” sei mesi dopo la suggestiva festa del centenario di cui era stato uno dei protagonisti più acclamati dalla emozionata ed entusiasta folla presente.&lt;br /&gt;Situazione alquanto strana, per usare un eufemismo, quella di tornare a San Siro nelle vesti di allenatore avversario della squadra per cui si è sempre fatto il tifo, nel cui vivaio si è cresciuti e nella quale si è militato, giovanili escluse, per ben dodici stagioni: Walter Zenga, simpatico ed impulsivo milanese di Viale Ungheria classe 1960, costituisce uno di quei rari casi in cui il bambino tifoso, mutato nel corso delle annate in adolescente che segue gli incontri dalla curva, ha l’invidiata fortuna di poter essere artefice dei destini del proprio club del cuore, diventandone prima splendida promessa, poi pregevolissimo giocatore ed infine autentico simbolo. Un sogno divenuto realtà che, attraverso grande impegno e cura dei particolari, gli ha permesso di vivere una realtà da sogno: la geniale istintività mischiata alle ottime doti fisico-tecniche lo hanno fatto eleggere miglior estremo difensore al mondo per tre anni di fila (1989,1990,1991), l’hanno premiato come miglior portiere sia all’Europeo 1988 che al Mondiale 1990 e, prima d’essere indelebilmente ribattezzato “Uomo Ragno”, gli hanno garantito un bottino di 58 presenze in Nazionale che solo l’astrusa decisione di un sedicente profeta ravennate gli ha ingiustamente impedito d’incrementare.&lt;br /&gt;Una carriera perennemente esposta alle luci della ribalta, alla stregua della sua chiacchieratissima vita privata: una vita trascorsa nell’atmosfera magica della ruggente “Milano da bere” degli anni Ottanta, dove giovani tribù di Yuppies e Paninari dividevano il capoluogo lombardo in chi portava l’orologio sul polsino studiando da manager e chi vestiva il Moncler sotto una criniera immersa nel gel. Walter, di quella Milano d’avanguardia, ne era un po’ l’emblema: reattivo e disinvolto tra i pali come quando si lanciava nella cattura di una donna, carismatico e mai banale in campo come nelle dichiarazioni post-partita o nelle frequenti apparizioni in tv. L’unico neo di tale brillante percorso sportivo, forse, è rappresentato dal fatto d’aver vinto meno, a livello collettivo, in confronto al vistoso talento di cui disponeva: nell’ordine, uno scudetto, una Supercoppa italiana e due coppe Uefa (trofeo ritenuto d’indubbio prestigio almeno sino al 1996/’97, stagione a partire dalla quale scatterà la regola dell’accesso in Champions League consentito pure alle compagini non detentrici del massimo alloro nazionale), la seconda di queste conquistata al cospetto del proprio inneggiante pubblico per mezzo di una prestazione da indiscusso numero uno. Un trionfante trentaquattrenne che però, quell’indimenticabile notte targata 11 maggio 1994, recava con sé l’amara consapevolezza e gli occhi inumiditi dalle lacrime di chi sapeva d’aver disputato, causa opinabile scelta dei vertici dirigenziali, la gara che segnava l’epilogo del rapporto con l’amata maglia nerazzurra.&lt;br /&gt;Uno scudetto soltanto, dunque, ma non uno scudetto qualsiasi: un titolo che, per quanto riguarda i tornei a diciotto squadre, ancora oggi viene apostrofato con la sigla “dei record” (58 punti ottenuti: frutto di 26 vittorie, 6 pareggi, 2 sconfitte) e ricordato per le poderose imprese che il club del presidente Ernesto Pellegrini, matematicamente campione d’Italia già alla quintultima giornata, seppe mettere assieme. Una straordinaria macchina da guerra, l’Inter 1988/’89, che polverizzava primati ed aveva nell’ex raccattapalle Zenga uno dei perni fondamentali: sia per ciò che concerne il rendimento offerto sul rettangolo verde che per le qualità di trascinatore, in quella strepitosa annata l’estremo difensore meneghino risultò decisivo alla stessa maniera del futuro Pallone d’Oro Lothar Matthaeus, del capocannoniere Aldo Serena, dell’amico campione del mondo Beppe Bergomi. L’abile e strategica regia dell’esperto Giovanni Trapattoni, allenatore “evergreen” quanto le famose hit che all’epoca incendiavano radio e cuori, fece ovviamente il resto.&lt;br /&gt;Sempre determinante, sempre in prima pagina, sempre a contatto con la Storia: capace di contribuire a far vincere alla Beneamata il suo tredicesimo tricolore ergendo davanti alla propria porta un muro, mentre un altro, nel medesimo anno di grazia, crollava sotto i liberatòri colpi della gente di Berlino. Anche per questo, come cantano i sostenitori nerazzurri, “c’è solo un Walter Zenga”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 20/10/2008 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.calciatori-online.com/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000000;"&gt;www.calciatori-online.com&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Walter Zenga&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Nato a Milano il 28/04/1960&lt;br /&gt;Portiere&lt;br /&gt;All’Inter dal 1982 al 1994&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 473-0&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Vittorie: 1 scudetto (1988/’89), 1 Supercoppe italiana (1989), 2 coppe Uefa (1990/’91, 1993/’94)&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-3102134565400883747?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/3102134565400883747'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/3102134565400883747'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2008/10/unico-emblematico-walter-zenga.html' title='UNICO, EMBLEMATICO WALTER ZENGA'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Sg8A2yM0lBI/AAAAAAAAAAs/4Z1gdQ6RjDA/s72-c/The+world%27s+best+goalkepper.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-6746536153624915620</id><published>2008-08-20T21:00:00.003+02:00</published><updated>2009-10-27T22:55:09.642+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2008/&apos;09'/><title type='text'>ROBERTO MANCINI CAMPIONE DI CLASSE</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/ShkAmRIzV0I/AAAAAAAAACU/XbSwgT6CPTc/s1600-h/Mancio!.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5339299490659784514" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 242px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/ShkAmRIzV0I/AAAAAAAAACU/XbSwgT6CPTc/s320/Mancio!.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Numeri alla mano, assieme al rivoluzionario tecnico argentino della Grande Inter Helenio Herrera, Roberto Mancini è ad oggi l’allenatore più decorato della centenaria storia nerazzurra: sette è la cifra di trofei conquistati nello spazio di appena quattro stagioni, allorché il trentanovenne mister marchigiano - fortemente voluto dal patron Massimo Moratti che, in più di una circostanza, era stato ad un passo dal condurlo all’ombra del Duomo quando ancora calcava il rettangolo verde con innata classe da geniale e carismatico “dieci” qual’era - approdò a Milano nell’estate 2004 reduce da una biennale quanto positiva esperienza sulla panchina di una Lazio alle prese con seri problemi economico-societari.&lt;br /&gt;Checché ne dicano i suoi frustrati ed invidiosi detrattori, dato di fatto inconfutabile è che circa un quarto degli allori totali che la gloriosa bacheca di Via Durini attualmente ospita sono stati ottenuti con Mancio nelle vesti di direttore d’orchestra: una pregiata orchestra che in meno di un lustro ha fruttato tre scudetti (di cui uno, quello legittimamente assegnato a tavolino e dal parziale gusto risarcitorio, va però ascritto anche ai defraudati predecessori Luigi Simoni ed Hector Cuper), due coppe Italia e due Supercoppe italiane. Il fondamentale contributo alla causa interista di Mancini, fedele attuatore di un efficace 4-4-2 nelle varianti con centrocampo schierato in linea od a rombo, non è tuttavia da misurarsi esclusivamente con le numerose vittorie raggiunte: l’impulsivo Roberto è tornato a far assaporare un gioco audace, gradevole e talora spettacolare ai milioni di sostenitori della Beneamata che da tempo, pur avendo quasi regolarmente avuto in squadra fior di campioni, non vedevano la compagine milanese esprimersi a certi livelli con continuità. Non va poi nemmeno dimenticato che, ad esempio, per merito delle strategiche e talvolta impopolari scelte dell’ex fantasista sampdoriano, il club meneghino si è ritrovato in casa uno degli odierni cinque migliori portieri al mondo (Julio Cesar), un eccezionale centrocampista tuttofare tra i primi in Europa (Cambiasso), un capitano mai così straordinariamente costante e prodigioso come nella versione da mediano (Zanetti) ed un giovane attaccante a cui si possono fiduciosamente affidare le speranze di trionfo azzurre e nerazzurre dei prossimi quindici anni (Balotelli). Felici intuizioni che non gli hanno però garantito un sempre adeguato credito dirigenziale in termini di decisioni da assumere, nonostante con competenza avesse dimostrato - in quattro annate non tuttavia prive di qualche errore - di riuscire nella difficile soluzione di specifici quesiti tecnici, e non solo, che da un po’ minavano il territorio Inter.&lt;br /&gt;Oltre che per le idee coraggiose e vincenti, Mancio è ben presto entrato nel cuore della maggioranza della gente “bauscia” soprattutto perché ha da subito manifestato affetto ai propri colori sociali (spingendosi a dichiarare che, in Italia, dopo l’avventura interista non ne avrebbe più tentata alcuna altra) e, come fosse un tifoso qualunque, ne ha spesso difeso l’onore attraverso l’instaurazione di appassionanti quanto opportune battaglie verbali. Tra le tante, memorabili le prese di posizione contro i prepotenti del calcio nazionale, contro i diversi giornalisti in malafede che adorano spargere veleno nell’ambiente nerazzurro non appena ne hanno occasione (creando, od ingigantendo a dismisura, artefatte polemiche che nei confronti di società differenti non si sognerebbero mai di concepire) e contro i molti addetti ai lavori che non potevano sopportare il concetto di un’Inter meritatamente ritornata agli splendori del passato anche grazie ad un allenatore che - avendo la preziosa dote di dire, nel limite del possibile, sempre ciò che pensava - appariva unicamente come un sofisticato e presuntuoso uomo di bell’aspetto che sovente si era trovato la strada facilitata. Una strada, a soli quarantatré anni, già costellata di record ed importanti affermazioni: il degno successore José Mourinho, per annunciare il quale si è frettolosamente scaricato Mancini in modo riprovevole, è avvisato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 20/08/2008 sul sito &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.robertomancini.com/"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#330033;"&gt;www.robertomancini.com&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;Roberto Mancini&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Nato a Jesi (AN) il 27/11/1964&lt;br /&gt;Allenatore&lt;br /&gt;All’Inter dal 2004 al 2008&lt;br /&gt;Vittorie: 3 scudetti (2005/’06, 2006/’07, 2007/’08), 2 coppe Italia (2004/’05, 2005/’06), 2 Supercoppe italiane (2005, 2006)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-6746536153624915620?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/6746536153624915620'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/6746536153624915620'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2008/08/roberto-mancini-campione-di-classe.html' title='ROBERTO MANCINI CAMPIONE DI CLASSE'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/ShkAmRIzV0I/AAAAAAAAACU/XbSwgT6CPTc/s72-c/Mancio!.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-4206169073318142220</id><published>2008-06-20T19:15:00.005+02:00</published><updated>2009-10-27T22:55:45.699+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2007/&apos;08'/><title type='text'>ANGELO MORATTI, UN SIGNOR PRESIDENTE</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/ShgPf9N08tI/AAAAAAAAAB8/8j2P0fd-J0c/s1600-h/angelo_moratti.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5339034399930643154" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 284px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/ShgPf9N08tI/AAAAAAAAAB8/8j2P0fd-J0c/s320/angelo_moratti.JPG" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Lo scorso 5 novembre, a poco più di ventisei anni esatti dalla scomparsa, il Comune di Milano gli ha meritatamente intitolato il piazzale antistante lo stadio Meazza: presenti alla cerimonia commemorativa, oltre ai familiari ed ai politici di rappresentanza, diversi di quei portentosi giocatori che gli donarono alcune delle più alte gioie di sempre e a cui volle bene come fossero figli. Basterebbe questa frase del leggendario vicepresidente interista Peppino Prisco, celebre avvocato dall’indomito cuore nerazzurro nonché maestro di arguta e mai volgare ironia che tuttora molti addetti ai lavori provano vanamente ad emulare, per definirlo: &lt;em&gt;"era un uomo di grande intelligenza e di grande correttezza: non a caso è l'unico petroliere in Italia morto senza aver mai ricevuto nemmeno una comunicazione giudiziaria".&lt;era&gt;&lt;era&gt;&lt;era&gt;&lt;era&gt;&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;L’uomo in questione era Angelo Moratti, tenace ed ingegnoso industriale giunto al timone dell’Inter il 28 maggio 1955 attraverso un esborso di 100 milioni, persona dal notevole altruismo e dalla straordinaria competenza imprenditoriale: competenza iniziata a maturare non ancora maggiorenne, allorché cominciò ad esercitare i più svariati mestieri per scampare alla miseria, e senza poter contare sull’appoggio dei genitori di cui rimase presto orfano. Per l’animo sensibile, onesto, umile e generoso è stato sovente collocato sopra il concetto di mero capitano d’azienda, ma è innegabile che il suo nome verrà ricordato in eterno soprattutto per essere stato il principale artefice del sogno chiamato Grande Inter, la magnifica compagine che nel bel mezzo dei propizi anni Sessanta avrebbe segnato un’epoca vincendo tre scudetti, due coppe Campioni e due Intercontinentali (Angelo Moratti fu infatti il primo presidente, era il 1964, capace di condurre un club italiano in vetta al mondo).&lt;br /&gt;L’avvio, però, non fu affatto facile nemmeno per il petroliere nato a Somma Lombardo il 5 novembre 1909, il quale dovette impiegare un po’ di tempo per far quadrare i conti e dare un’adeguata organizzazione alla società, strutturandola come fosse una delle sue ditte e non la squadra per cui appassionatamente tifava da quando conobbe la moglie Erminia, fervida sostenitrice della Beneamata: un iniziale lustro trascorso tra ingerimenti di bocconi amari e continui cambi d’allenatore, sino alla felicissima intuizione di portare a Milano l’argentino Helenio Herrera, carismatico e costosissimo tecnico proveniente dal pluridecorato Barcellona che, a partire dalla terza stagione all’ombra del Duomo, avrebbe contribuito in maniera sostanziale agli eclatanti trionfi nerazzurri dentro e fuori confine.&lt;br /&gt;Non solo bravura, ma anche formidabile umanità. Al culmine di un periodo di scarso rendimento - ad esempio - nell’inverno 1960 Moratti convocò nel proprio studio quell’indolente fuoriclasse che era Mario Corso e, invece di una sonora strigliata che pure Corso temeva, regalò con fiducia un marengo d’oro all’allora diciannovenne ala mancina: ala che uscì dall’ufficio padronale rinvigorita all’inverosimile, incominciando da lì l’ascesa verso l’appellativo di “Piede sinistro di Dio”.&lt;br /&gt;Corsi e ricorsi di una favola interrottasi il 18 maggio 1968, con la meditata decisione di passare la mano a favore dell’austero ed oculato imprenditore tessile milanese Ivanoe Fraizzoli, ma coraggiosamente ripresa ventisette primavere dopo - mentre una seria crisi tecnica ed economica stava stritolando il club meneghino - dal quartogenito Massimo, figura che, oltre all’amore per il team di famiglia e alla ferrea ostinazione mostrata nel superare le iniziali delusioni patite, dal padre ha certamente ereditato il limpido e magnanimo modo di essere, di fare, di pensare. Tant’è vero che nonostante la conquista di uno storico, palpitante terzo tricolore consecutivo (il primo di questi, da alcuni ambienti poco obiettivi, continua però ad essere visto come la pietra dello scandalo invece che andare giustamente considerato come una logica e legittima conseguenza dello scandalo stesso) Moratti junior seguita a sentire l’obbligo morale di persistere nell’insegnamento di papà Angelo: costruire squadre forti e vincenti non per trarne chissà quali vantaggi personali, ma semplicemente per vedere la felicità dipinta sul volto dei tifosi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 20/06/2008 sulla rivista settimanale &lt;em&gt;Sportfoglio&lt;/em&gt;)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Angelo Moratti&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Nato a Somma Lombardo (VA) il 05/11/1909&lt;br /&gt;Presidente&lt;br /&gt;All’Inter dal 1955 al 1968&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Vittorie: 3 scudetti (1962/’63, 1964/’65, 1965/’66), 2 coppe Campioni (1963/’64, 1964/’65), 2 coppe Intercontinentali (1964, 1965)&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-4206169073318142220?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/4206169073318142220'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/4206169073318142220'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2008/06/angelo-moratti-un-signor-presidente.html' title='ANGELO MORATTI, UN SIGNOR PRESIDENTE'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/ShgPf9N08tI/AAAAAAAAAB8/8j2P0fd-J0c/s72-c/angelo_moratti.JPG' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-1907733154185558490</id><published>2008-02-15T19:20:00.005+01:00</published><updated>2009-10-27T22:56:14.463+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2007/&apos;08'/><title type='text'>AUSCHWITZ: SOLA ANDATA</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/ShAYFZ7pV_I/AAAAAAAAABU/aW3tLDs3YS4/s1600-h/Veisz.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5336792039573510130" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 150px; CURSOR: hand; HEIGHT: 200px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/ShAYFZ7pV_I/AAAAAAAAABU/aW3tLDs3YS4/s320/Veisz.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Esistono luoghi, sulla Terra, talmente suggestivi da lasciare indiscriminatamente senza fiato chiunque abbia la fortuna di osservarli da vicino, ce ne sono altri - magari meno affascinanti - che agli occhi di determinate persone paiono addirittura meglio del panorama notturno di Bergamo Alta perché hanno l’inestimabile potere di riportare alla memoria nostalgici quanto piacevoli ricordi ed, infine, ne esistono altri ancora (Auschwitz, nel caso della storia che si andrà a raccontare) in cui gioie e gratificazioni del pur recente passato non sono in grado di lenire l’angoscia che assorbe un uomo quando diventa involontario protagonista di tali luoghi.&lt;br /&gt;L’interprete di questa vicenda - un uomo capace di distinguersi, per mezzo della sua acuta intelligenza, come uno dei tecnici calcistici più bravi e preparati del periodo compreso tra i due terribili conflitti che hanno scosso la civiltà del Novecento - è una delle oltre settanta milioni di vittime spazzate via dalla cruenta Seconda Guerra Mondiale: Arpad Weisz, mite ungherese classe 1896, abile giramondo giunto ad allenare nel Belpaese dopo alcuni trascorsi da centrocampista di medio livello in patria, Cecoslovacchia, Uruguay ed Italia stessa.&lt;br /&gt;Figlio di genitori ebrei, Weisz - il cui cognome veniva spesso italianizzato in Veisz, secondo gli autarchici comandi dell’epoca - iniziò la carriera di mister sulla panchina dell’Inter 1926/’27, appena pochi mesi dopo esserne stato giocatore in un campionato avaro di soddisfazioni sia per lui che per il club milanese, da lì a breve ribattezzato Ambrosiana dai gerarchi fascisti che ritenevano la parola Internazionale suonasse eccessivamente esterofila. L’allenatore magiaro dimostrò da subito qualità apprezzabili ed innovatrici, ma ciononostante la squadra nerazzurra dovette attendere la stagione 1929/’30 per poter festeggiare il terzo scudetto della propria storia, arrivato nell’anno del primo torneo a girone unico. Un torneo che, grazie alle trentuno reti realizzate, recava in calce la firma del suo fuoriclasse per eccellenza: quel Giuseppe Meazza aiutato a diventare campione assolutamente completo dal lungimirante trainer di Budapest, il quale obbligava la lamentosa giovane punta ad allenarsi in misura maggiore rispetto ai compagni perché, opinione di Weisz, sin dai primi tocchi l’esile “Pepin” aveva fatto vedere di valere molto più degli altri. Tricolore che, tuttavia, venne raggiunto anche per merito del talento di personaggi come il carismatico attaccante Leopoldo Conti, la mezzala Enrico Rivolta e l’estremo difensore Valentino Degani, detto “Salterello” o “Pantera” per lo stile temerariamente acrobatico (forse il capostipite di quella che sarebbe poi stata la grande tradizione della Beneamata in termini di portieri e che avrebbe raggiunto il culmine con i formidabili Giorgio Ghezzi e Walter Zenga). Dietro le quinte di tale successo, a sottolinearne ingegno e carattere riservato, c’era però mister Arpad: l’uomo divenuto predicatore di un calcio, quello danubiano, che per quei tempi era il top.&lt;br /&gt;Nel 1934, lasciata l’Inter dopo sei stagioni quasi sempre di vertice, il tecnico ungherese approdò a Bologna, dove troverà occasione di scrivere altre significative pagine di sport: allestendo una squadra dal gioco spettacolare e lanciando promettentissimi atleti, con i rossoblù conquisterà due scudetti consecutivi (1936 e 1937) e probabilmente ne avrebbe vinto pure un terzo se, nell’ottobre 1938, non avesse dovuto abbandonare in tutta fretta il capoluogo emiliano a seguito dell’istituzione delle leggi razziali promulgate da Mussolini. Per la famiglia Weisz era l’inizio della fine, la fuga appariva come unica via di salvezza. L’allenatore ebreo si rifugiò, con la moglie ed i due figli, prima a Parigi e successivamente in una cittadina olandese, Dordrecht, in cui gli riuscì l’ennesima meraviglia: portare il dilettantistico club locale a perseguire risultati eccezionali, ad esempio riuscire a sconfiggere una compagine dell’importanza del Feyenoord.&lt;br /&gt;Era però il canto del cigno, il mesto epilogo figurava purtroppo come imminente: in conseguenza dell’occupazione tedesca dei Paesi Bassi, i Weisz furono deportati nei campi di sterminio di Auschwitz, atroce meta dove l’anticamera della morte era perdere il proprio nome per trasformarsi in un misero e desolante numero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 15/02/2008 sulla rivista settimanale &lt;em&gt;Sportfoglio&lt;/em&gt;)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;Arpad Weisz&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Nato a Budapest (Ungheria) il 16/09/1896&lt;br /&gt;Centrocampista (poi allenatore)&lt;br /&gt;All’Inter dal 1925 al 1926 (come calciatore) e, eccezion fatta per le stagioni 1928/’29 e 1931/’32, dal 1926 al 1934 (come allenatore)&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 10-3&lt;br /&gt;Vittorie da allenatore: 1 scudetto (1929/’30)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-1907733154185558490?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/1907733154185558490'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/1907733154185558490'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2008/02/auschwitz-sola-andata.html' title='AUSCHWITZ: SOLA ANDATA'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/ShAYFZ7pV_I/AAAAAAAAABU/aW3tLDs3YS4/s72-c/Veisz.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-7596440937239604853</id><published>2007-10-05T12:24:00.007+02:00</published><updated>2009-10-27T22:56:41.058+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2007/&apos;08'/><title type='text'>MAURO BICICLI, UN CREMONESE DA SCUDETTO</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Sg79IO8UTXI/AAAAAAAAAAM/4RB3bWqlAv0/s1600-h/Bicicli.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5336480926372482418" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 244px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Sg79IO8UTXI/AAAAAAAAAAM/4RB3bWqlAv0/s320/Bicicli.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;La speranza, diceva Aristotele, è un sogno fatto da svegli. E non si stenta a credere che a Mauro Bicicli, polivalente esterno di centrocampo nato a Crema il 17 gennaio 1935, sia parso di dormire ad occhi aperti quando, nel 1953, venne notato dai talent-scout dell’Inter ed aggregato alle giovanili nerazzurre direttamente dal campionato Dilettanti.&lt;br /&gt;Due stagioni dopo, è il 17 aprile 1955, la dinamica ala destra gioca, al posto dell’indisponibile centravanti Lorenzi, la sua prima gara da professionista: il match perso 1-0 contro il Genoa segnerà l’inizio del lungo cammino dell’esile lombardo tra i campi di Serie A e B. Cammino che lo porterà pure a conquistare uno scudetto nel 1962/’63 con il club milanese che, partendo da quel tricolore, avrebbe iniziato un formidabile ciclo di vittorie, dominando incontrastato in patria, in Europa e nel mondo per cinque annate consecutive. Purtroppo Bicicli, proprio sul più bello, nell’estate 1963 abbandonerà Milano a causa dell’arrivo nel novembre precedente di un eccezionale concorrente nel ruolo di velocista di fascia: Jair Da Costa, ventiduenne freccia verdeoro di Osasco di San Paolo, fresco vincitore del Mondiale cileno, finta inebriante e tocco ispirato.&lt;br /&gt;Tre tornei (due di A) sotto la Lanterna rossoblù, prima di riaggregarsi alla squadra ancora oggi ricordata come una delle più forti che la storia del calcio abbia visto: l’opportunità di giocare ed allenarsi quotidianamente con assi favolosi del calibro di Giacinto Facchetti, Sandro Mazzola, Luis Suarez e Mario Corso si ripresentò nell’autunno 1966 (decisamente rivoluto da Helenio Herrera, astuto ed innovativo mister che stimava l’eclettico cremonese tanto da spronarlo con frasi tipo &lt;em&gt;"sei meglio di Garrincha"&lt;/em&gt;)&lt;sei&gt;&lt;sei&gt; ma fu un ritorno dall’avvio dolcissimo e dall’epilogo tremendamente amaro. Una settimana, tra il 25 maggio ed il primo giugno 1967, bastò alla Beneamata per dilapidare la possibile terza coppa Campioni in quattro anni ed il quarto scudetto in cinque: la prima contro il Celtic in una terribile giornata portoghese dal caldo opprimente, il secondo in un infuocato pomeriggio mantovano. L’avventura all’ombra della Madonnina di “Bicicletta” - durata, seppur ad intermittenza, otto stagioni - andava così a concludersi, con un ruolino di 182 presenze totali e 27 reti.&lt;br /&gt;La carriera agonistica, dopo dodici mesi trascorsi col Lanerossi Vicenza, terminò nel 1969 a Brescia e da lì ebbe inizio quella da allenatore: dapprima - e per ben undici primavere - come tecnico del settore giovanile delle rondinelle, quindi un lungo girovagare tra le panchine della Serie C e D (Ospitaletto, Fanfulla, Legnano) fino al 1993, anno in cui divenne direttore generale del Legnano. Una parentesi dirigenziale durata un triennio, fino a quando non arrivò la telefonata dell’amico Mazzola che lo ricondusse all’Inter, questa volta nelle vesti di osservatore e non più d’infaticabile ala dalla volonterosa tenacia e dal prode temperamento.&lt;br /&gt;Temperamento che, ad esempio, la leggenda narra non lesinò affatto in un derby del torneo 1961/’62 - secondo del “Mago” argentino sulla panchina nerazzurra - dove qualche scintilla di troppo con l’avversario Dino Sani gli procurò la rottura del setto nasale: nelle stracittadine meneghine le accese battaglie erano (e sono) all’ordine del giorno, ciononostante il pignolo Herrera decise comunque di multare il proprio atleta. La sanzione fu però pagata dall’allora presidente Angelo Moratti, magnifico signore rinascimentale della Milano calcistica del dopoguerra, il quale obbligò tuttavia Bicicli ad incontrare il brasiliano Sani per una stretta di mano rappacificante. Un atto generoso, quello del virtuoso patron, ma allo stesso tempo intriso della sua usuale sensibilità ed intelligenza. Uno dei tanti mirabili gesti compiuti dalla persona che il guizzante Mauro ha raggiunto in Cielo il 22 agosto 2001, ad appena sessantasei anni di una vita spesa sempre di corsa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 05/10/2007 sulla rivista settimanale &lt;em&gt;Sportfoglio&lt;/em&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;Mauro Bicicli&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Nato a Crema (CR) il 17/01/1935&lt;br /&gt;Centrocampista&lt;br /&gt;All’Inter dal 1954 al 1955, dal 1957 al 1963, dal 1966 al 1967&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 182-27&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;Vittorie: 1 scudetto (1962/’63)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-7596440937239604853?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/7596440937239604853'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/7596440937239604853'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2009/05/mauro-bicicli-un-cremonese-da-scudetto.html' title='MAURO BICICLI, UN CREMONESE DA SCUDETTO'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Sg79IO8UTXI/AAAAAAAAAAM/4RB3bWqlAv0/s72-c/Bicicli.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-7355270843077444666</id><published>2007-06-01T19:00:00.005+02:00</published><updated>2009-10-27T22:57:07.688+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2006/&apos;07'/><title type='text'>GIACINTO FACCHETTI, L’INDIMENTICABILE</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/ShgXk9-KHwI/AAAAAAAAACE/uYwn9EJekOg/s1600-h/Cipe.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5339043282125725442" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 306px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/ShgXk9-KHwI/AAAAAAAAACE/uYwn9EJekOg/s320/Cipe.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Il patron Moratti glielo ha affettuosamente dedicato, i giocatori lo hanno vinto - anzi, stravinto - soprattutto per lui: il quindicesimo tricolore della storia interista porta indelebile il nome di Giacinto Facchetti, esemplare bandiera nerazzurra (da calciatore, da dirigente, da presidente) rapita lo scorso 4 settembre da un’improvvisa quanto assurda malattia che lo ha strappato dinanzi agli occhi delle infinite persone che lo conoscevano e gli volevano bene.&lt;br /&gt;Lo hanno tolto dagli occhi, ma non dal cuore di tutti gli sportivi che altro non potevano fare che stimare una persona dallo stile e dalle virtù impeccabili: eccezionalmente corretto nonostante avesse un fisico statuario che avrebbe potuto procurargli notevoli vantaggi quando ancora solcava con ininterrotta maestria il lato sinistro del rettangolo verde, sempre gentile e disponibile con qualsiasi tifoso o giornalista avesse bisogno di lui, elegantemente pacato nel districarsi pure dalle polemiche verbali più accese, irreprensibilmente onesto in un mondo – quello del pallone italico, ritenuto di recente indegno persino d’organizzare la fase finale di un Europeo – dove illegalità ed arroganza l’hanno fatta spesso da padrona.&lt;br /&gt;Un mondo che ha rappresentato la sua vita, un mondo che al campione nato a Treviglio il 18 luglio 1942 ha regalato molte gioie e alcune delusioni. Da giocatore ha speso una carriera solo con indosso la casacca dell’Inter, con la quale ha debuttato nel maggio 1961 in una gara di coppa delle Fiere in quel di Birmingham: seguirono poi quattro scudetti, due coppe Campioni, due coppe Intercontinentali ed una coppa Italia prima di dare l’addio al calcio giocato nel 1978, quasi trentaseienne. In mezzo ci furono, tuttavia, anche un campionato scialacquato tra i pioppeti mantovani all’ultima giornata del torneo 1966/’67, uno svanito anni prima nell’ingiusto spareggio col Bologna e due finali della massima competizione continentale perse rispettivamente contro Celtic e Ajax.&lt;br /&gt;Probabilmente, però, il più grande dispiacere di Facchetti fu la sconfitta contro il Brasile maturata durante la manifestazione messicana del 1970 che, giunta all’ultimo atto, non gli permise di alzare al cielo il prestigioso trofeo da capitano della Nazionale (cosa che invece fece all’Olimpico di Roma durante i vittoriosi Europei del 1968): l’unico importante alloro mancante tra gli innumerevoli conquistati dall’atleta che – soprattutto grazie al suo scopritore Helenio Herrera, istrionico allenatore argentino della squadra cui verrà accostato per sempre l’aggettivo Grande – inventò il ruolo di terzino fluidificante, guarnendo la carriera di ben 75 gol in 634 presenze con la maglia della Beneamata e di 3 reti in 94 apparizioni con quella azzurra, con la quale disputò tre Mondiali e indossò per settanta volte la fascia al braccio. Talentuoso e professionale monumento del football che ha reso fiera un’intera nazione.&lt;br /&gt;Un’amarezza, quella della sconfitta contro Pelè e compagni, pari forse soltanto a quella maturata in Giacinto trentasei primavere più tardi con lo scoppio di “Moggiopoli”, sistema che ha messo in luce la tanta sporcizia che, per svariato tempo, non ha permesso confronti ad armi pari: un colpo assai duro per la limpida integrità morale di colui divenuto presidente nerazzurro nel gennaio 2004, ma che ha avuto almeno il merito di far balzare agli onori della cronaca qualcosa di cui l’ex difensore bergamasco aveva sempre sospettato.&lt;br /&gt;Il potenziale rammarico risiede nel fatto che, con ogni probabilità, solo a partire da quel triste pomeriggio di settembre parecchi si saranno avveduti su quanto bisogno ci sarebbe di personaggi come Facchetti sia sul campo che dietro le scrivanie dell’universo calcistico nostrano: &lt;em&gt;"Molto più grande sul piano umano rispetto&lt;molto&gt;&lt;molto&gt;&lt;molto&gt; a quello sportivo"&lt;/em&gt; &lt;molto&gt;ha detto di lui Gianni Rivera, storico rivale rossonero in quella Milano degli anni Sessanta-Settanta che scopriva il boom economico e vedeva gente giungere da ogni parte d’Italia in cerca di fortuna. Una frase che dice tutto, verosimilmente la più bella ed azzeccata tra le migliaia spese nel giorno dell’addio all’eterno numero tre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 01/06/2007 sulla rivista settimanale &lt;em&gt;Sportfoglio&lt;/em&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Giacinto Facchetti&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Nato a Treviglio (BG) il 18/07/1942&lt;br /&gt;Difensore (poi presidente)&lt;br /&gt;All’Inter dal 1960 al 1978 (come calciatore) e dal 2004 al 2006 (come presidente)&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 634-75&lt;br /&gt;Vittorie da calciatore: 4 scudetti (1962/’63, 1964/’65, 1965/’66, 1970/’71), 1 coppa Italia (1977/’78), 2 coppe Campioni (1963/’64, 1964/’65), 2 coppe Intercontinentali (1964, 1965)&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Vittorie da presidente: 1 scudetto (2005/’06), 2 coppe Italia (2004/’05, 2005/’06), 2 Supercoppe italiane (2005, 2006)&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-7355270843077444666?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/7355270843077444666'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/7355270843077444666'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2007/06/giacinto-facchetti-lindimenticabile.html' title='GIACINTO FACCHETTI, L’INDIMENTICABILE'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/ShgXk9-KHwI/AAAAAAAAACE/uYwn9EJekOg/s72-c/Cipe.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-1670544211680635985</id><published>2007-03-16T19:45:00.004+01:00</published><updated>2009-10-27T22:57:59.179+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2006/&apos;07'/><title type='text'>BENITO LORENZI, GOL AL “VELENO”: ADDIO AL MITO</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Sg8Bed0nrII/AAAAAAAAAA0/TUCHjlNmjeo/s1600-h/Lorenzi1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5336485706370362498" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 222px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Sg8Bed0nrII/AAAAAAAAAA0/TUCHjlNmjeo/s320/Lorenzi1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;E’ il pomeriggio di sabato 3 marzo quando Benito Lorenzi, astuto cannoniere dal magico dribbling e dallo scatto irresistibile, vola in Cielo a causa di una lunga malattia. Anche in tale circostanza però, quasi fosse una dimostrazione del gran personaggio che è stato in 81 anni d’esistenza, non ha scelto un dì a caso: ha optato per il giorno dell’eclissi di una luna coloratasi di rosso acceso quanto lo era il suo carattere, ma, soprattutto, ha voluto dar l’addio nella giornata ipotecante il quindicesimo tricolore dell’amata Inter che a Livorno aveva proseguito nel dolce compito di polverizzare un record dietro l’altro nella Massima Serie.&lt;br /&gt;Non è per niente fuori luogo affermare che, nella vita del campione nato a Borgo a Buggiano il 20 dicembre 1925, il club nerazzurro ha rappresentato buona parte della vita stessa: infatti, dopo averci giocato per undici stagioni - collezionando, tra campionato e coppe, 314 presenze con 143 gol - e vinto due scudetti, l’attaccante giunto all’ombra del Duomo appena ventunenne ha proseguito a prestare servizio per la società milanese pure al termine della sua conclusiva annata agonistica (1958/’59) disputata tra le fila dell’Alessandria. In parte come attento osservatore e scopritore di talenti (Arturo Di Napoli il più recente) ed in parte con mansione di tecnico del settore giovanile, incarico attraverso il quale ha contributo a sorreggere, far maturare e accompagnare in prima squadra un fuoriclasse rimasto molto presto orfano di padre del calibro di Alessandro Mazzola, al cui genitore – il leggendario Valentino – Lorenzi era sinceramente legato da profonda ammirazione.&lt;br /&gt;La cosa che tuttavia lo ha consacrato tra i miti del football nostrano e lo ha eretto ad autentico idolo del popolo interista è da ricercare in quell’azzeccatissimo soprannome affibbiatogli, per la particolare vivacità fanciullesca, da mamma Ida e di cui il minuto toscanaccio è sempre andato fiero: “Veleno”, in virtù della proverbiale facilità nel farsi beffa di portieri e difensori sfidanti, dell’animosa ironia nel pungere gli avversari, dell’accanita foga battagliera che ci metteva in ogni partita e della spudorata furbizia. Un episodio su tutti, probabilmente il più celebre: derby d’andata del torneo di Serie A 1957/’58, la formazione nerazzurra è in vantaggio 1-0 quando ai concittadini viene fischiato un assai discusso rigore a favore. Dagli undici metri si presenta l’argentino Cucchiaroni, ignaro dello scherzo tiratogli pochi secondi innanzi dallo scaltro ex centravanti dell’Empoli: approfittando appunto del caos creatosi intorno all’arbitro Lo Bello, Benito (nome impostogli dal nonno in segno di presa in giro verso il neonato regime fascista obbligatolo a chiudere il panificio) con sagace destrezza pone mezzo limone proprio sul dischetto dove è posizionata la palla. Risultato: il rossonero sparerà fuori, Lorenzi sogghignerà di gusto, i sostenitori rivali s’infurieranno all’inverosimile e la Beneamata porterà a casa un successo tanto gradito quanto irridente nel match storicamente più sentito che, in campionato, domenica scorsa ha scritto la suggestiva pagina numero 168 (59 vittorie Inter, 53 pareggi, 56 vittorie Milan).&lt;br /&gt;Un temperamento certamente non comune che, oltre a cozzare col fatto d’essere “Veleno” un assiduo e praticante cattolico, lo ha presumibilmente ostacolato nella carriera in Nazionale, contingenza nella quale l’ardente personalità dell’asso pistoiese veniva forse vista unicamente come un pericoloso limite che non come un notevole valore aggiunto: cosicché oggi raccontiamo che uno dei più forti attaccanti italiani degli anni Cinquanta ha preso parte a solo quattordici gare con la maglia azzurra, tra cui quelle del Mondiale elvetico 1954 dove segnò l’ultima delle sue quattro reti con la casacca degli allora due volte campioni del Mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 16/03/2007 sulla rivista settimanale &lt;em&gt;Sportfoglio&lt;/em&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;Benito Lorenzi&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Nato a Borgo a Buggiano (PT) il 20/12/1925&lt;br /&gt;Attaccante&lt;br /&gt;All’Inter dal 1947 al 1958&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 314-143&lt;br /&gt;Vittorie: 2 scudetti (1952/’53, 1953/’54)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-1670544211680635985?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/1670544211680635985'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/1670544211680635985'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2007/03/benito-lorenzi-gol-al-veleno-addio-al.html' title='BENITO LORENZI, GOL AL “VELENO”: ADDIO AL MITO'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Sg8Bed0nrII/AAAAAAAAAA0/TUCHjlNmjeo/s72-c/Lorenzi1.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-7933878189646495052</id><published>2007-02-16T12:30:00.005+01:00</published><updated>2009-10-27T22:58:29.232+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2006/&apos;07'/><title type='text'>GIUSEPPE MEAZZA, IL FUNAMBOLO DEGLI ANNI TRENTA</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/ShG1ueXUVoI/AAAAAAAAABc/0uWrNSnSxVI/s1600-h/Meazza1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5337246843440223874" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 224px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/ShG1ueXUVoI/AAAAAAAAABc/0uWrNSnSxVI/s320/Meazza1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Il recente passaggio di Ronaldo al Milan ha portato molti ad avventare comparazioni tra un altro campione interista che passò in rossonero e l’ingrato brasiliano: il raffronto squisitamente tecnico potrebbe probabilmente starci, ciò che invece non è nemmeno lontanamente equiparabile - oltre all’umanità dei due, s’intende - sono le circostanze che li hanno condotti da una sponda all’altra del Naviglio.&lt;br /&gt;Il sopracitato termine di paragone è Giuseppe Meazza, estroso atleta con virtù calcistiche soprannaturali e debolezze da uomo comune. Centravanti dalla innata classe cristallina, geniale e funambolico, designato emblema di un’epoca - quella in mezzo ai due conflitti mondiali - che a quel tempo guardava a lui come a l’italiano simbolo: gran giocatore, aspetto piacente, orfano di guerra, legatissimo alla madre (cui telefonava regolarmente prima d’ogni partita, nonostante allora non fosse esattamente semplice telefonare), adorato e popolare.&lt;br /&gt;“Pepin”, come veniva chiamato nella sua Milano dove nacque il 23 agosto 1910, fin dall’esordio impressionò tutti: aveva appena diciassette anni quando, con una doppietta, aiutò l’Inter a battere 6-1 la Dominante Genova e ne aveva soltanto diciannove quando invece debuttò in Nazionale contro la Svizzera, superata 4-2 grazie ad un paio di propri gol. Era il preludio di un’abbagliante carriera che lo avrebbe visto prim’attore assoluto di quasi quattro lustri di calcio, trascorsi per larga parte con indosso i colori nerazzurri: con la compagine meneghina disputò 408 gare e segnò ben 287 reti, conquistò due scudetti ed una coppa Italia, fu tre volte capocannoniere in campionato ma anche protagonista di un addio denso di mistero ed amarezza.&lt;br /&gt;Il “Balilla”, infatti, sul finire degli anni Trenta fu vittima di un presunto problema circolatorio, detto “caviglia fredda”, che la medicina sportiva di quel periodo non era in grado di risolvere: l’allora Ambrosiana-Inter (ribattezzata in tal maniera per volere del regime fascista) decise a malincuore di privarsi del celebre attaccante e quest’ultimo passò ai rivali cittadini del Milan. Un cambio di maglia che il pubblico della Beneamata considerò un profondo tradimento perpetrato da colui che avevano osannato per tredici stagioni, ma che Meazza stesso spiegò diversi anni appresso con codeste parole: &lt;em&gt;"Non lo ritengo un tradimento: in quei momenti, che erano momenti molto brutti, m'ero appena sposato e l'idea di abbandonare Milano non mi sembrava affatto opportuna".&lt;/em&gt;&lt;non&gt; Parole proferite con sentimento, supportate dal fatto che “Pepin” rimase comunque socio del club nerazzurro anche dopo averlo abbandonato e nel 1946/’47 vi ritornò, prima di divenirne pure allenatore, per concludere il percorso agonistico nel ruolo di centrocampista.&lt;br /&gt;Al termine della biennale esperienza rossonera, l’imbrillantinato fuoriclasse giocò inoltre un torneo a testa per Juventus e Atalanta: ultimi lampi che avviarono al termine il cammino di uno dei più forti calciatori italici di sempre.&lt;br /&gt;Colui al quale, un anno dopo la scomparsa avvenutane nel 1979, è stato meritatamente intitolato lo stadio di San Siro fu però anche un atleta che scrisse pagine memorabili nella storia della Nazionale: attraverso doti come tocco eccelso con ambo i piedi, ubriacante dribbling, notevole scatto ed imperioso colpo di testa (malgrado un’altezza di soli 169 cm) guidò la selezione italiana di Vittorio Pozzo a conquistare il Mondiale 1934 e 1938. Due prestigiosissimi titoli da sommarsi alle 33 reti che il “Balilla” realizzò in 53 apparizioni con gli Azzurri: dati da indiscutibile stella.&lt;br /&gt;Una stella che, a volte, veniva offuscata da preoccupanti pause a causa dei suoi due più grandi vizi, le donne e la passione per il gioco: manchevolezze decisamente plausibili per uno che aveva iniziato a tirar calci per le vie del modesto quartiere natio di Porta Vittoria e si ritrovava, giovanissimo, protagonista tra le fila di una delle più importanti e facoltose squadre nostrane. L’asso dagli oltre 350 gol in carriera, però, sapeva sempre come uscirne: utilizzando colpi sbalorditivi, oltre che tra le pagine di cronaca rosa, pure sul rettangolo verde.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 16/02/2007 sulla rivista settimanale &lt;em&gt;Sportfoglio&lt;/em&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;Giuseppe Meazza&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Nato a Milano il 23/08/1910&lt;br /&gt;Attaccante&lt;br /&gt;All’Inter dal 1927 al 1940 (più, nelle vesti di allenatore-giocatore, durante la stagione 1946/’47)&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 408-287&lt;br /&gt;Vittorie: 2 scudetti (1929/’30, 1937/’38), 1 coppa Italia (1938/’39)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-7933878189646495052?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/7933878189646495052'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/7933878189646495052'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2007/02/giuseppe-meazza-il-funambolo-degli-anni.html' title='GIUSEPPE MEAZZA, IL FUNAMBOLO DEGLI ANNI TRENTA'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/ShG1ueXUVoI/AAAAAAAAABc/0uWrNSnSxVI/s72-c/Meazza1.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2674846501870370068.post-3445513639103913291</id><published>2007-01-26T12:00:00.007+01:00</published><updated>2009-10-27T22:58:59.811+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stagione 2006/&apos;07'/><title type='text'>VIRGILIO FOSSATI, DAL PALLONE ALLA BAIONETTA</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Sg8B5zB-4qI/AAAAAAAAAA8/IR0zjfqWn2Y/s1600-h/Fossati.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5336486175920022178" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 230px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Sg8B5zB-4qI/AAAAAAAAAA8/IR0zjfqWn2Y/s320/Fossati.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Può capitare di passare, in così poco tempo, dal più bello dei sogni al peggiore degli incubi da non avere neanche l’occasione di chiedersi o spiegarsi il perché: tutto accade talmente tanto improvvisamente che trovare risposte lucide e plausibili diventa pressoché impossibile. Un attimo prima stai fieramente indossando la fascia di capitano della tua Nazionale ed un istante dopo ti ritrovi scaraventato nel bel mezzo dei bombardamenti, costretto a tentare d’uccidere un ipotetico amico allo scopo di salvarne migliaia d’altri. Noncurante del fatto che stai seriamente rischiando di perdere la cosa più preziosa, la vita.&lt;br /&gt;Guerra e sport, in apparenza, nulla avrebbero da spartire. Smodatamente ingiustificabile, angosciante ed assurda la prima; salutare, entusiasmante e spesso motivo d’orgoglio e aggregazione il secondo. In questa vicenda, invece, il destino di una persona a cui l’universo calcistico era pronto a regalare soddisfazioni ed imprese è stato brutalmente interrotto da uno dei due strazianti conflitti mondiali riservatici dalla storia. Si parla di Virgilio Fossati, milanese di Porta Ticinese, classe 1889 ed eroico capitano dell’Inter che nel 1910 vinse il primo campionato della sua oramai centenaria saga: un titolo conquistato a soli due anni di distanza dalla fondazione della Beneamata, avvenuta il 9 marzo 1908 presso un ristorante a quattro passi dal Duomo. L’uomo-simbolo della neonata squadra nerazzurra era appunto questo baffuto giovanotto, passato dal calciare per ore un mucchio di stracci annodati, durante le torride estati padane, all’essere scelto nel 1909 dall’allora presidente Giovanni Paramithiotti ed affiliato alla compagine meneghina.&lt;br /&gt;Un diciannovenne che s’affacciava alla realtà del calcio nonostante l’arte pedatoria apparisse ancora come poco più che una novità per l’intero Paese, attratto da quella curiosa moda britannica chiamata “football”: era l’inizio del Ventesimo secolo, un’epoca dove le Alpi si passavano a cavallo, i panni si lavavano al fiume e dove da li a breve si sarebbero scatenati impetuosi venti di ostilità. Folate che, nel 1915, portarono il valoroso mediano Fossati ad abbandonare gli obblighi agonistici per correre al fronte: un fronte al quale giunse da sottotenente, prima di essere nominato capitano alcuni mesi dopo, ma dal quale non tornò più. Vittima dell’esercito austriaco lungo il confine nord-orientale.&lt;br /&gt;Genera rabbia pensare che, solo poche settimane prima del coinvolgimento italiano nella Grande Guerra, Virgilio era impegnato ad affrontare - e battere 3-1 - la selezione svizzera. I cinquemila spettatori, abbandonando quel giorno lo stadio di Torino, avevano gli occhi pieni della vittoria italiana e la testa un po’ meno appesantita dalla preoccupante situazione che li stava circondando: una di quelle sconvolgenti gioie occasionali che soltanto “il gioco più bello del mondo” sa regalare. E di codesto gioco Fossati si mise in evidenza come uno dei primi talentuosi protagonisti: novantasette presenze e quattro gol con l’Inter (società che nel 1928, a dieci anni dalla prematura scomparsa, gli intitolò il campo di Via Goldoni) da sommare ai dodici gettoni - ed una rete - con la Nazionale, di cui divenne il primo atleta nerazzurro ad approdarvi. Fu infatti lui, in una domenica del maggio 1910, l’unico giocatore interista a scendere in campo contro la Francia, all’Arena Civica di Milano, per la prima gara assoluta degli Azzurri (allora in tenuta bianca): proprio una segnatura del centrocampista lombardo contribuì all’ingente successo finale per 6-2 e a “dare il la” ad una storia infinita che, in svariati casi, avrebbe assunto gli affascinanti contorni della leggenda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(Articolo pubblicato il 26/01/2007 sulla rivista settimanale &lt;em&gt;Sportfoglio&lt;/em&gt;)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#3366ff;"&gt;&lt;em&gt;Virgilio Fossati&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Nato a Milano il 12/09/1889&lt;br /&gt;Centrocampista (e, contemporaneamente, allenatore)&lt;br /&gt;All’Inter dal 1909 al 1915&lt;br /&gt;Totale presenze-gol: 97-4&lt;br /&gt;Vittorie: 1 scudetto (1909/’10)&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2674846501870370068-3445513639103913291?l=biografienerazzurre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/3445513639103913291'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2674846501870370068/posts/default/3445513639103913291'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://biografienerazzurre.blogspot.com/2009/05/virgilio-fossati-dal-pallone-alla.html' title='VIRGILIO FOSSATI, DAL PALLONE ALLA BAIONETTA'/><author><name>Pierluigi Avanzi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01858353239134208692</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://4.bp.blogspot.com/-V-6xzaz0iF4/TyVH29npt1I/AAAAAAAAATU/LwWVpfVLmE4/s220/Pierluigi%2BAvanzi.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_VN0fS94Hnmw/Sg8B5zB-4qI/AAAAAAAAAA8/IR0zjfqWn2Y/s72-c/Fossati.jpg' height='72' width='72'/></entry></feed>
