"Amare l'Inter vuol dire conoscerne ogni particolare, saperne apprezzare le sfumature, perlustrare questo lungo bellissimo mistero" (Giacinto Facchetti)

Introduzione

C’è chi dice che i fatti della storia (politica, sportiva, civile, ecc.) debbano essere raccontati soltanto da chi li ha vissuti. Oppure c’è chi asserisce che - non avendo avuto, ad esempio per ragioni d’età, la fortuna o la sfortuna di viverle - le circostanze storiche accadute prima che una persona venga alla luce non possano assolutamente esser mai prese in considerazione dalla suddetta persona o, peggio ancora, non contino: stupidaggini, mere e stratosferiche stupidaggini. Secondo tale insensato pensiero, dunque, oggi quasi nessuno dovrebbe più occuparsi della figura di Benito Mussolini, piuttosto che di Fausto Coppi o Martin Luther King, unicamente per non averne seguito le gesta nella veste di protagonisti temporali. La storia è bene valutarla nella sua interezza - anche perché nel passato, spesso, si riflette il futuro - e non estrapolare solo una parte di essa, di solito quella che fa maggiormente comodo. La nostra, noi (veri) tifosi interisti non tenteremo mai di scordarla o rinnegarla, ma ne saremo anzi eternamente orgogliosi.
Perciò dobbiamo dire grazie a chi l’illustre storia della Beneamata l’ha firmata, rappresentandone sempre degnamente nome e stile. Le appassionate biografie di alcuni di questi indimenticabili personaggi, quindi, costituiscono la presente raccolta di articoli iniziati a scrivere e pubblicare durante la stagione, per i sostenitori nerazzurri, della tanto aspettata e liberatoria “chiusura del cerchio”: la meravigliosa e per certi versi irripetibile stagione 2006/’07, ovvero quella della conquista di uno scudetto sul campo che, assente dal 1989, ha di fatto permesso di rinascere a nuova vita.
Consentendo così di tracciare un’invisibile, ma decisa, riga di confine tra i recenti trascorsi farciti di sofferte delusioni ed indigesti trionfi avversari e un pacifico avvenire in cui regnerà finalmente la consapevolezza d’aver dimostrato a tutti - inibiti amministratori delegati, che in estate pronosticavano azzardati agganci in classifica entro Natale, compresi - di essere meritatamente tornati la squadra più forte d’Italia. E di esserlo tornati a suon di pressoché imbattibili record, andati ad affiancare i clamorosi primati collezionati dall’Inter tricolore di Giovanni Trapattoni quasi un ventennio prima. Dio solo sa quanto quel 22 aprile 2007, dall’affezionato ed assiduo popolo nerazzurro, sia stato ansiosamente atteso e desiderato: nel radioso giorno della gioiosa e caotica festa per le strade di una delirante Milano, il conseguimento del quindicesimo scudetto ha d’incanto eliminato il sapore dei diciassette malagevoli campionati precedenti (due o tre di questi, però, rivelatisi tali soprattutto a causa di smascherate e rilevanti colpe altrui) e portato migliaia di individui a scendere in piazza per urlare, sventolare e cantare la loro totale, immensa felicità.

Nessun uomo è tanto ricco da potersi ricomprare il passato, diceva Oscar Wilde: nemmeno da cancellarlo, aggiungerei io.


Pierluigi Avanzi *


* Ragioniere per sbaglio, “interologo” per vocazione. Cresciuto nella periferia ovest della munifica Milano, ma nato ed attualmente residente in provincia di una città fortunatamente ancora a misura d’uomo come Mantova. Innamorato folle dell’Inter dai tempi dell’incrollabile trio tedesco Brehme-Klinsmann-Matthaeus, da allora ha assiduamente iniziato a seguire le gesta della compagine nerazzurra attraverso i mezzi più disparati: via radio, davanti alla tv, al campo d'allenamento, sulla carta stampata, in streaming e, naturalmente, allo stadio. Ha nella squadra del “Triplete” la pietra di paragone, tanto da considerare l’estasiante notte del 22 maggio 2010 come l’ineguagliabile picco, oltre che del calcio italiano, della propria ed appassionata vita da tifoso.




venerdì 15 febbraio 2008

AUSCHWITZ: SOLA ANDATA

Esistono luoghi, sulla Terra, talmente suggestivi da lasciare indiscriminatamente senza fiato chiunque abbia la fortuna di osservarli da vicino, ce ne sono altri - magari meno affascinanti - che agli occhi di determinate persone paiono addirittura meglio del panorama notturno di Bergamo Alta perché hanno l’inestimabile potere di riportare alla memoria nostalgici quanto piacevoli ricordi ed, infine, ne esistono altri ancora (Auschwitz, nel caso della storia che si andrà a raccontare) in cui gioie e gratificazioni del pur recente passato non sono in grado di lenire l’angoscia che assorbe un uomo quando diventa involontario protagonista di tali luoghi.
L’interprete di questa vicenda - un uomo capace di distinguersi, per mezzo della sua acuta intelligenza, come uno dei tecnici calcistici più bravi e preparati del periodo compreso tra i due terribili conflitti che hanno scosso la civiltà del Novecento - è una delle oltre settanta milioni di vittime spazzate via dalla cruenta Seconda Guerra Mondiale: Arpad Weisz, mite ungherese classe 1896, abile giramondo giunto ad allenare nel Belpaese dopo alcuni trascorsi da centrocampista di medio livello in patria, Cecoslovacchia, Uruguay ed Italia stessa.
Figlio di genitori ebrei, Weisz - il cui cognome veniva spesso italianizzato in Veisz, secondo gli autarchici comandi dell’epoca - iniziò la carriera di mister sulla panchina dell’Inter 1926/’27, appena pochi mesi dopo esserne stato giocatore in un campionato avaro di soddisfazioni sia per lui che per il club milanese, da lì a breve ribattezzato Ambrosiana dai gerarchi fascisti che ritenevano la parola Internazionale suonasse eccessivamente esterofila. L’allenatore magiaro dimostrò da subito qualità apprezzabili ed innovatrici, ma ciononostante la squadra nerazzurra dovette attendere la stagione 1929/’30 per poter festeggiare il terzo scudetto della propria storia, arrivato nell’anno del primo torneo a girone unico. Un torneo che, grazie alle trentuno reti realizzate, recava in calce la firma del suo fuoriclasse per eccellenza: quel Giuseppe Meazza aiutato a diventare campione assolutamente completo dal lungimirante trainer di Budapest, il quale obbligava la lamentosa giovane punta ad allenarsi in misura maggiore rispetto ai compagni perché, opinione di Weisz, sin dai primi tocchi l’esile “Pepin” aveva fatto vedere di valere molto più degli altri. Tricolore che, tuttavia, venne raggiunto anche per merito del talento di personaggi come il carismatico attaccante Leopoldo Conti, la mezzala Enrico Rivolta e l’estremo difensore Valentino Degani, detto “Salterello” o “Pantera” per lo stile temerariamente acrobatico (forse il capostipite di quella che sarebbe poi stata la grande tradizione della Beneamata in termini di portieri e che avrebbe raggiunto il culmine con i formidabili Giorgio Ghezzi e Walter Zenga). Dietro le quinte di tale successo, a sottolinearne ingegno e carattere riservato, c’era però mister Arpad: l’uomo divenuto predicatore di un calcio, quello danubiano, che per quei tempi era il top.
Nel 1934, lasciata l’Inter dopo sei stagioni quasi sempre di vertice, il tecnico ungherese approdò a Bologna, dove troverà occasione di scrivere altre significative pagine di sport: allestendo una squadra dal gioco spettacolare e lanciando promettentissimi atleti, con i rossoblù conquisterà due scudetti consecutivi (1936 e 1937) e probabilmente ne avrebbe vinto pure un terzo se, nell’ottobre 1938, non avesse dovuto abbandonare in tutta fretta il capoluogo emiliano a seguito dell’istituzione delle leggi razziali promulgate da Mussolini. Per la famiglia Weisz era l’inizio della fine, la fuga appariva come unica via di salvezza. L’allenatore ebreo si rifugiò, con la moglie ed i due figli, prima a Parigi e successivamente in una cittadina olandese, Dordrecht, in cui gli riuscì l’ennesima meraviglia: portare il dilettantistico club locale a perseguire risultati eccezionali, ad esempio riuscire a sconfiggere una compagine dell’importanza del Feyenoord.
Era però il canto del cigno, il mesto epilogo figurava purtroppo come imminente: in conseguenza dell’occupazione tedesca dei Paesi Bassi, i Weisz furono deportati nei campi di sterminio di Auschwitz, atroce meta dove l’anticamera della morte era perdere il proprio nome per trasformarsi in un misero e desolante numero.

(Articolo pubblicato il 15/02/2008 sulla rivista settimanale Sportfoglio)

Arpad Weisz
Nato a Budapest (Ungheria) il 16/04/1896
Centrocampista (poi allenatore)
All’Inter dal 1925 al 1926 (come calciatore) e, eccezion fatta per le stagioni 1928/’29 e 1931/’32, dal 1926 al 1934 (come allenatore)
Totale presenze-gol: 10-3
Vittorie da allenatore: 1 scudetto (1929/’30)