"Amare l'Inter vuol dire conoscerne ogni particolare, saperne apprezzare le sfumature, perlustrare questo lungo bellissimo mistero" (Giacinto Facchetti)

Introduzione

C’è chi dice che i fatti della storia (politica, sportiva, civile, ecc.) debbano essere raccontati soltanto da chi li ha vissuti. Oppure c’è chi asserisce che - non avendo avuto, ad esempio per ragioni d’età, la fortuna o la sfortuna di viverle - le circostanze storiche accadute prima che una persona venga alla luce non possano assolutamente esser mai prese in considerazione dalla suddetta persona o, peggio ancora, non contino: stupidaggini, mere e stratosferiche stupidaggini. Secondo tale insensato pensiero, dunque, oggi quasi nessuno dovrebbe più occuparsi della figura di Benito Mussolini, piuttosto che di Fausto Coppi o Martin Luther King, unicamente per non averne seguito le gesta nella veste di protagonisti temporali. La storia è bene valutarla nella sua interezza - anche perché nel passato, spesso, si riflette il futuro - e non estrapolare solo una parte di essa, di solito quella che fa maggiormente comodo. La nostra, noi (veri) tifosi interisti non tenteremo mai di scordarla o rinnegarla, ma ne saremo anzi eternamente orgogliosi.
Perciò dobbiamo dire grazie a chi l’illustre storia della Beneamata l’ha firmata, rappresentandone sempre degnamente nome e stile. Le appassionate biografie di alcuni di questi indimenticabili personaggi, quindi, costituiscono la presente raccolta di articoli iniziati a scrivere e pubblicare durante la stagione, per i sostenitori nerazzurri, della tanto aspettata e liberatoria “chiusura del cerchio”: la meravigliosa e per certi versi irripetibile stagione 2006/’07, ovvero quella della conquista di uno scudetto sul campo che, assente dal 1989, ha di fatto permesso di rinascere a nuova vita.
Consentendo così di tracciare un’invisibile, ma decisa, riga di confine tra i recenti trascorsi farciti di sofferte delusioni ed indigesti trionfi avversari e un pacifico avvenire in cui regnerà finalmente la consapevolezza d’aver dimostrato a tutti - inibiti amministratori delegati, che in estate pronosticavano azzardati agganci in classifica entro Natale, compresi - di essere meritatamente tornati la squadra più forte d’Italia. E di esserlo tornati a suon di pressoché imbattibili record, andati ad affiancare i clamorosi primati collezionati dall’Inter tricolore di Giovanni Trapattoni quasi un ventennio prima. Dio solo sa quanto quel 22 aprile 2007, dall’affezionato ed assiduo popolo nerazzurro, sia stato ansiosamente atteso e desiderato: nel radioso giorno della gioiosa e caotica festa per le strade di una delirante Milano, il conseguimento del quindicesimo scudetto ha d’incanto eliminato il sapore dei diciassette malagevoli campionati precedenti (due o tre di questi, però, rivelatisi tali soprattutto a causa di smascherate e rilevanti colpe altrui) e portato migliaia di individui a scendere in piazza per urlare, sventolare e cantare la loro totale, immensa felicità.

Nessun uomo è tanto ricco da potersi ricomprare il passato, diceva Oscar Wilde: nemmeno da cancellarlo, aggiungerei io.


Pierluigi Avanzi *


* Ragioniere per sbaglio, “interologo” per vocazione. Cresciuto nella periferia ovest della munifica Milano, ma nato ed attualmente residente in provincia di una città fortunatamente ancora a misura d’uomo come Mantova. Innamorato folle dell’Inter dai tempi dell’incrollabile trio tedesco Brehme-Klinsmann-Matthaeus, da allora ha assiduamente iniziato a seguire le gesta della compagine nerazzurra attraverso i mezzi più disparati: via radio, davanti alla tv, al campo d'allenamento, sulla carta stampata, in streaming e, naturalmente, allo stadio. Ha nella squadra del “Triplete” la pietra di paragone, tanto da considerare l’estasiante notte del 22 maggio 2010 come l’ineguagliabile picco, oltre che del calcio italiano, della propria ed appassionata vita da tifoso.




giovedì 10 settembre 2015

LA FONDAMENTALE IMPORTANZA DI UN CAMBIASSO

Cambiasso è uno di quei giocatori che ancora adesso significano moltissimo per me: ha fatto la storia dell’Inter, divenendo perno fondamentale pure della mia squadra d’oro stagione 2009/’10confessava pochi mesi fa mister Josè Mourinho, il carismatico e ingegnoso tecnico portoghese tuttora capace di elettrizzare fascinosamente il nostalgico popolo della Beneamata anche soltanto con una parola proferita a migliaia di chilometri di distanza. Un perno fondamentale nonché un grandissimo affare, l’argentino Esteban Matias Cambiasso, prelevato a costo zero nell’estate 2004 dal Real Madrid per cominciare con i nerazzurri un profondo romanzo durato un decennio, nel quale il sapiente centrocampista di Buenos Aires in totale collezionerà 430 partite (realizzando cinquantuno segnature) e vincerà cinque scudetti, quattro coppe Italia, quattro Supercoppe italiane, una Champions League ed un Mondiale per club. Per acclimatarsi all’imminente derby meneghino, che vide proprio Cambiasso decisivo goleador in occasione del successo conseguito nel dicembre 2007 dalla “Banda Mancini”, si potrebbe dire che ha conquistato più trofei Esteban in appena due lustri all’ombra del Duomo che tutto il Milan negli ultimi vent’anni. Oggi il fresco trentacinquenne “Cuchu”, soprannome ereditato da un divertente personaggio televisivo sudamericano e scortatolo per l’intera carriera, dopo la buona stagione conclusa lo scorso maggio con indosso la divisa del Leicester – la prima disputata in Premier League dal decoratissimo mediano di origini genovesi cresciuto nell’Argentinos Junior – proverà ad incantare i suoi nuovi tifosi dell’Olympiacos con le medesime qualità sopraffine quanto indispensabili che l’hanno a lungo fatto adorare dalla gente interista, la quale lo ha ammirato eccelso interprete nel proteggere adeguatamente la difesa, tenere saggiamente compatta e organizzata la squadra, correre a perdifiato, calamitare e recuperare centinaia di palloni in mezzo al campo, porgere preziosi assist agli attaccanti o inserirsi con prontezza per scaricare direttamente a rete. In attesa di vestire in futuro gli assai probabili panni da allenatore, professione che l’ex numero diciannove del Biscione ha inconsapevolmente già iniziato a praticare da anni (pure sui tavoli da pranzo di Appiano Gentile, utilizzando saliera e macinino del pepe come pedine per spiegare schemi ai malcapitati colleghi di pasto) guidando e trascinando i compagni dal centro del prato grazie alla sua sublime, e talvolta maniacale, intelligenza tattica unita a un’innata predisposizione nell’assumersi responsabilità di rilievo.
Doti che nello scorso campionato sono spesso latitate nella formazione pilotata prima da Walter Mazzarri e poi da Roberto Mancini, costretti invano a ricercare sul manto erboso un leader alla Cambiasso che sapesse lucidamente sopportare qualsivoglia tipo di pressione e al contempo sapesse capeggiare la squadra con senno, personalità, ordine e determinazione sia nei momenti di quiete che negli attimi di tempesta. Un giocatore di ammirevole serietà e incapace di nascondersi, in campo e fuori. L’averlo salutato, apparentemente per ragioni anagrafiche, al termine del torneo 2013/’14 – in contemporanea dei più comprensibili e giustificati commiati agli altri tre fenomenali “mostri sacri” Walter Samuel, Javier Zanetti e Diego Milito – è purtroppo risultato un errore, frutto di una decisione presa dal presidente Erick Thohir con il chiaro obiettivo di abbassare il monte-ingaggi: scelta che in realtà all’Inter è costata un centrocampista di caratura mondiale, fra l’altro di quindici mesi più giovane rispetto al tanto decantato Andrea Pirlo delle ultime stagioni juventine, in grado di garantire ancora annualmente almeno una ventina di gare da titolare di ottimo livello (di sicuro, particolarmente indicato per quelle maggiormente “calde”) oltre a poter offrire il proprio fondamentale contributo di uomo-spogliatoio di solidissima professionalità e sincero attaccamento alla maglia, capace di trainare e parallelamente mostrarsi autorevole punto di riferimento non solo per i nuovi arrivati. Per velocizzare la crescita di giovani e talentuosi colleghi di reparto come Brozovic o Kondogbia, ad esempio, avere adesso un Cuchu al fianco sarebbe basilare.
Altamente consigliabile dunque sarebbe stato trattenere uno dei centrocampisti più completi mai apparsi sulla sponda del Naviglio che fu prima di Luis Suarez e poi di Lothar Matthaeus, soprattutto in considerazione del notevole vuoto in ambito di carisma, audacia ed esperienza creatosi sul rettangolo verde immediatamente dopo l’addio di Cambiasso e del suo fraterno amico capitan Zanetti, col quale, oltre ad aver condiviso un viscerale senso d’appartenenza ai colori nerazzurri e una lunga militanza con la Nazionale argentina – cinquantadue presenze e cinque gol per il raziocinante “volante” di Buenos Aires con la casacca albiceleste – ha sovente formato la coppia centrale di centrocampo nella stagione per il Biscione più leggendaria di sempre. Quella chiusa con un inestimabile ed invidiatissimo Triplete vanamente tentato di replicare nella scorsa annata dalla Juventus (ai cui sostenitori, e in generale ai negazionisti di Calciopoli per professione che imperterriti seguitano ancora oggi a blaterare il loro mistificatorio verbo attraverso pulpiti televisivi compiacenti, una volta per tutte si suggerisce lettura delle recentemente pubblicate motivazioni della Cassazione e del libro, raccontante fatti e non certo opinioni, “Calciopoli – La vera storia” scritto dal pm Giuseppe Narducci). Un Triplete spontaneamente festeggiato dal buon Esteban, così come accaduto in occasione di molte delle vittorie maggiormente importanti da lui ottenute con l’Inter, con addosso una maglietta nerazzurra “vintage” di cotone pesante con il numero tre sulle spalle. Felipe Melo, pur se indiscutibilmente utile, anche per questo non sarà mai la stessa cosa.

Il blog Biografie Nerazzurre, che con il presente post saluta tutti e chiude così dieci stagioni di appassionata e volitiva scrittura, nutre invece la speranza di poter essere stato apprezzato dal popolo interista anche solo la metà di quanto lo sia stato un giocatore ed un uomo come Esteban Matias Cambiasso.

(Articolo pubblicato il 10/09/2015 sul sito www.calciatori-online.com)


Esteban Matias Cambiasso
Nato a Buenos Aires (Argentina) il 18/08/1980
Centrocampista
All’Inter dal 2004 al 2014
Totale presenze-gol: 430-51
Vittorie: 5 scudetti (2005/’06, 2006/’07, 2007/’08, 2008/’09, 2009/’10), 4 coppe Italia (2004/’05, 2005/’06, 2009/’10, 2010/’11),  4 Supercoppe italiane (2005, 2006, 2008, 2010), 1 coppa Campioni (2009/’10), 1 Mondiale per Club (2010)

giovedì 16 aprile 2015

SI SCRIVE DERBY, SI LEGGE ALDO SERENA

Milano, periferia ovest. In un imprecisato anno a cavallo tra la fine degli Ottanta e l’inizio dei Novanta, tra automobili parcheggiate copiosamente e regolari occhiatacce della portinaia, ragazzini giocano a pallone su un marciapiede prospiciente a uno dei molti condomini color crema di connotazione perlopiù proletaria che, a partire dai favolosi e redditizi anni Sessanta, avevano cominciato ad ospitare una cifra sempre maggiore di immigrati provenienti dalle più e meno distanti zone d’Italia, famiglie all’inseguimento di un ipotetico benessere economico da raggiungersi solo al prezzo di tanto, ammirevole, faticoso, dignitosissimo, esemplare e laborioso sacrificio. Uno di questi entusiasti ragazzini, intento a colpire con forza un Super Tele esageratamente gonfio, sfodera con orgoglio una maglia nerazzurra sponsorizzata “Misura”: la maglia del F.C. Internazionale, per tutti l’Inter, la squadra che in quella disinvolta e briosa epoca “da bere” – priva di vacui ed appariscenti social network, attraverso i quali parecchia gente è oggi presuntuosamente convinta di poter equiparare la propria parola al Vangelo, e piena di rapporti personali splendidamente autentici – assieme al Milan del trio olandese Rijkaard-Van Basten-Gullit faceva del capoluogo lombardo l’incontrastata città regina del calcio italiano, un calcio italiano decisamente romantico alle prese con sfide epiche contornate da stadi colmi e, forse mai come in tale periodo, traboccante di fuoriclasse, profondamente competitivo ed al top mondiale. Una metropoli che al tempo, oltre ad osservare da lontano eventi enormi tipo la sospirata riunificazione della Germania o la feroce repressione cinese contro la protesta degli studenti di Piazza Tien An Men, si divideva scudetti e coppe europee con Napoli e Sampdoria e, tra una sorsata di Sprint a colazione e una puntata di Super Vicky prima di cena, nell’animo di qualunque bambino all’epoca vi crescesse non poteva far sbocciare una naturale passione per lo sport più celebre all’ombra del Duomo e di conseguenza per una delle due sue formazioni cittadine, fosse essa la Beneamata che portava sul cuore lo strepitoso scudetto-record conquistato nella stagione 1988/’89 oppure la rivale rossonera della doppietta in coppa Campioni 1989-1990 ispirata dalla fortunata e provvidenziale nebbia di Belgrado. Da una parte la mai retrocessa Inter dai tredici tricolori messi in bacheca (undici quelli inanellati dai dirimpettai, finiti in Serie B per ben due volte a inizio anni Ottanta), dall’altra il Milan con nel palmares quattro coppe Campioni (in opposizione alle allora due del Biscione). Il proficuo football spoglio di fronzoli del decoratissimo e tatticamente sagace mister Giovanni Trapattoni di fronte all’utopia rivoluzionaria e alla ricerca senza posa del fuorigioco del trainer milanista Arrigo Sacchi. I nerazzurri Lothar Matthaeus, Andreas Brehme e Jurgen Klinsmann, triade tedesca iridata a Italia ’90, a far da contraltare al terzetto orange del Diavolo vincitore dell’Europeo 1988. La sopracitata casacca del ragazzino in questione, però, non recava sulle spalle né il numero dieci del fenomenale centrocampista d’assalto e Pallone d’Oro 1990 Matthaeus, né il numero tre del portentoso terzino sinistro Andreas Brehme, né il numero nove dell’acrobatico centravanti Klinsmann: su quella gracile schiena faceva infatti capolino un “undici” fatto di elastiche fettucce bianche cucite a mano, il numero del capocannoniere della massima Serie 1988/’89, alla ragguardevole quota di ventidue reti, Aldo Serena. In attesa della disfida meneghina prevista fra pochi giorni, che in campionato vedrà magicamente contrapposti per la centottantaquattresima occasione l’universo intellettualmente Baùscia contro quello popolarmente Casciavìt, l’uomo che meglio conosce spirito e sensazioni suscitate dal vocabolo derby, non fosse altro per averlo disputato, sia a Milano che a Torino, con le divise di tutte le compagini coinvolte.
Tanto solido come atleta quanto inquieto nella carriera, Serena per la fazione Baùscia rimarrà in eterno il cecchino dalle lunghe leve che, sul perfetto spartito dal sapor di 3-5-2 tratteggiato dal Trap, nella stagione scudettata visse indiscutibilmente la migliore delle sue sette in nerazzurro – vorticosamente spese, tra un prestito e l’altro, fra il tramonto degli anni Settanta e l’alba dei Novanta – anche perché “l’unica dove potei giocare nella posizione a me più congeniale, ossia quella di attaccante centrale affiancato da una seconda punta di movimento”. Il longilineo e di gran fisico Aldo sostenuto dal piccolo e agile argentino Ramon Diaz, una delle coppie offensive meglio assortite e redditizie della storia interista, fruttò un totale di ben trentaquattro segnature in due, decisive per la vittoria del titolo e probabilmente, essendo Diaz un calciatore acquistato solo in prestito che al termine di tale meravigliosa annata fu rimpiazzato da un Klinsmann troppo simile ad “Aldone” per stazza e caratteristiche tattiche, pure per il mancato successo nei due a lungo battagliati tornei seguenti, conclusi rispettivamente al terzo ed al secondo posto in classifica: tornei che per Serena furono gli ultimi disputati con il Biscione prima di chiudere il sipario agonistico con un paio di comparsate ancora in maglia rossonera, con la quale in precedenza era stato protagonista nella cadetteria 1982/’83. Trevigiano di Montebelluna – paese fulcro, guarda caso, del distretto industriale della calzatura sportiva – classe 1960, caparbio centravanti dalla mole snella e slanciata, piedi non raffinatissimi ma tosto guerriero dell’area di rigore e micidiale nel colpo di testa, somma incarnazione della “Working on a dream” cantata dall’idolo Bruce Springsteen, subito dopo il cui concerto milanese del 21 giugno 1985 passò da casa Pellegrini per firmare nottetempo il rovente contratto che quell’estate lo avrebbe trasferito dal Torino alla Juventus, e tangibile protagonista di una granitica compagine nerazzurra finita sugli almanacchi per la vorace “fame”, il piglio grintoso e l’indole d’acciaio. Peculiarità che andavano sapientemente ad unirsi alle pregevoli qualità tecnico-atletiche di parecchi singoli presenti in una rosa che, con ben otto uomini compreso Serena, avrebbe fatto dell’Inter la società nostrana maggiormente rappresentata al Mondiale 1990: il tutto sublimato dalla pragmatica saggezza di un perfezionista assoluto della panchina come l’intelligente, esperto, lungimirante ed incline al dialogo mister Trapattoni, il cui anticipato addio alla Beneamata rispetto agli accordi, avvenuto nel maggio 1991 dopo cinque campionati quasi sempre di vertice, non per nulla coincise con l’epilogo di un ciclo vincente che si sarebbe potuto e dovuto protrarre per almeno dodici mesi ancora. Allo scudetto vinto alla straordinaria e tuttora imbattuta quota (per i tornei a diciotto squadre assegnanti due punti a vittoria) di 58 punti, infatti, andranno ad aggiungersi la Supercoppa italiana 1989 e, a ventisei anni dall’ultimo successo del Biscione in Europa, la coppa Uefa 1991, trofeo che all’epoca godeva di notevolissimo credito poiché, a differenza di oggi, per arrivare a conquistarlo si doveva passare attraverso un arduo cammino cui prendevano parte le migliori formazioni del Continente classificatesi dal secondo gradino in giù nei rispettivi campionati di appartenenza.
Tre trionfi ai quali Serena, gitano del gol portato giovanissimo in nerazzurro nel 1978 dai dilettanti del Montebelluna, nella stagione 1981/’82 sotto la guida dell’allenatore Eugenio Bersellini, con cui non ebbe tuttavia un rapporto granché positivo, sommò anche una coppa Italia: allori che impreziosirono una carriera interista portata sempre avanti da Aldo con audacia e personalità – le stesse che adesso paiono irrimediabilmente mancare a diversi dei lautamente pagati calciatori agli ordini di Roberto Mancini, incapaci di sopportare le pressioni e le pretese trasmesse dalla storicamente “pesante” maglia della Beneamata – e chiusa totalizzando duecentoventiquattro presenze con un bottino di settantanove centri (cinque invece le marcature, in ventiquattro partite, siglate con la Nazionale), di cui quattro segnati al Diavolo e tutti procuranti vittorie per la compagine nerazzurra. Leggendarie reti rimaste nella memoria dei tifosi e del derby della Madonnina, da decenni ormai la stracittadina più prestigiosa d’Europa in quanto l’unica del Vecchio Continente che pone a confronto squadre entrambe vincitrici della coppa Campioni: pur se nell’imminenza di un match che si annuncia in tono decisamente minore rispetto al glorioso passato, Inter-Milan resta una cosa seria. Che ti prende lo stomaco, la gola e l’anima. Altare o polvere, gioia o lacrime, bagliore oppure oscurità. “Il cuore ha ragioni che la ragione non conosce” diceva Pascal. E’ il derby di Milano, bellezza.

(Articolo pubblicato il 16/04/2015 sul sito www.fcinternews.it)


Aldo Serena
Nato a Montebelluna (TV) il 25/06/1960
Attaccante
All’Inter dal 1978 al 1979, dal 1981 al 1982, dal 1983 al 1984, dal 1987 al 1991
Totale presenze-gol: 224-79
Vittorie: 1 scudetto (1988/’89), 1 coppa Italia (1981/’82), 1 Supercoppa italiana (1989), 1 coppa Uefa (1990/’91)

mercoledì 19 novembre 2014

DICIASSETTE MESI DIFFICILI. CON DUE ALIBI

Non sarà un mostro di simpatia, né uno caratterialmente predisposto ad accattivarsi gli apprezzamenti altrui attraverso gesti o frasi di particolare effetto. Non sprizzerà “interismo” da tutti i pori (come però del resto nemmeno molti dei componenti dell’attuale famiglia nerazzurra, a cominciare da un presidente indonesiano che ha acquistato l’Inter con i soldi prestatigli da un gruppo di banche, alle quali sono freddamente e pericolosamente state offerte in garanzia le attività dell’Inter stessa), né si può dire sia provvisto di una dialettica tipicamente inattaccabile ed affabulatrice. Tutto si potrà affermare su Walter Mazzarri, comunque, tranne che sia un allenatore incapace. Più di ogni altra cosa, lo dice la sua carriera: prima di giungere sulla panchina del Biscione, nove stagioni consecutive di Serie A trascorse senza mai subire un solo esonero e toccando sovente traguardi finali inizialmente poco pronosticabili, soprattutto se parametrati alle rose a disposizione. Tre salvezze di fila da tecnico della modesta Reggina, l’ultima conquistata partendo con la zavorra di una pesantissima penalizzazione di ben quindici punti (divenuti poi undici in corso d’opera). Un biennio alla Sampdoria condito – oltre che da una qualificazione in Europa League – dall’approdo in finale di coppa Italia, obiettivo che i liguri non centravano da quindici anni. Quattro stagioni al Napoli, preso in corsa nell’ottobre 2009 nei bassifondi della classifica e immediatamente condotto al sesto posto, guidato nel 2012 a vincere la coppa Italia a distanza di un quarto di secolo dal precedente trionfo partenopeo nella coppa nazionale e successivamente portato nel 2013 al conseguimento del secondo posto in campionato, miglior piazzamento nella saga del club campano post-Maradona. Traguardi importanti, specialmente se rapportati al fatto di averli ottenuti capeggiando formazioni storicamente non certo di prima fascia. Traguardi raggiunti da WM anche grazie al suo essere trainer che pensa al calcio ed al bene della propria squadra ventiquattro ore su ventiquattro, un incessante lavoratore di campo serissimo, esperto, concreto e scrupoloso al limite del maniacale nella dedizione donata alla causa: qualità dipingenti un allenatore che, al di là del dorato ed eccessivo ingaggio percepito, nell’ultimo e complicato anno e mezzo ha seguitato a dimostrare di essere anzitutto un grande professionista (riscontrando e meritandosi, pubblicamente e perennemente, la stima e l’appoggio sincero dei suoi giocatori).  I tanti fischi mischiati ai giudizi negativi ed irridenti piovutigli addosso dall’estate 2013 a oggi, in alcuni casi decisamente sproporzionati se non addirittura prevenuti, avrebbero dunque dovuto tenere conto pure di ciò.
Così come avrebbero dovuto tenere conto di due fattori fondamentali, risultanti sfavorevolmente decisivi anche nell’annata che ha visto al timone della Beneamata il giovane ma sicuramente dotato mister Andrea Stramaccioni, dai quali non si può assolutamente prescindere se si vuole analizzare in maniera corretta l’operato di Mazzarri nei diciassette difficili mesi di permanenza all’ombra della Madonnina: da un lato il fattore infortuni e, dall’altro, il fattore arbitraggi. Riguardo al discorso infortuni, l’aver disputato pressoché l’intero girone d’andata del torneo 2013/2014 senza un centravanti puro – leggasi Icardi e Milito – utilissimo nel dare profondità e potenza offensiva alla squadra è stato innegabilmente uno dei problemi più rilevanti, unito altresì all’aver vissuto un autunno 2014 a dover far giocare una gara ogni tre giorni sempre agli stessi tredici-quattordici stanchi uomini (talvolta, inevitabilmente utilizzati fuori ruolo) a causa dei molti tributi corrisposti all’infermeria, e alla sfortuna, nell’arco di appena due mesi. Ha invece toccato vette quasi grottesche la vicenda, ormai arcinota malgrado venga spesso e opportunamente messa a tacere da numerosi e intellettualmente poco onesti media, narrante di un’Inter costantemente penalizzata da almeno un triennio a questa parte da irritanti ed influenti errori arbitrali, in alcune circostanze indiscutibilmente nitidi e in altre “solo” apparentemente impercettibili (in quanto figli di episodi giudicati perlopiù “di dubbia interpretazione” che, a differenza di ciò accaduto a determinate altre compagini, sono stati puntualmente fischiati a sfavore di Ranocchia&C.). Un tormento costato diversi punti e parecchia autostima alla formazione nerazzurra, ai cui sostenitori, oltre all’”Attenti, ve la faranno pagare” confidenzialmente pronunciato dal tecnico Josè Mourinho nel maggio 2010 subito dopo la vittoria da parte dell’Inter del quinto scudetto consecutivo, ha fatto pesantemente riaffiorare quei cattivi pensieri legati ad una turpe e amareggiante era, durata svariati anni, che gli amanti del calcio speravano essere definitivamente conclusa. Il secondo club italiano per cifra di tifosi e per titoli nazionali conquistati, pur essendo storicamente allergico ai “giochi di potere” tanto cari a certi suoi avversari, ha quindi l’obbligo di pretendere e ottenere doveroso rispetto e uniformità di trattamento dalla classe arbitrale, attraverso anche i cui sbagli sono ruotati i destini dei due ultimi allenatori sedutisi sulla panchina del Biscione.
Pur in presenza degli elementi sopracitati, ed essendo inoltre la Beneamata alle prese con una delicata ed epocale rivoluzione societaria che pare aver riportato l’orologio indietro di vent’anni, nella stagione meneghina di debutto Mazzarri è comunque riuscito a migliorare di quattro posizioni la pessima classifica 2012/’13, balzando dal nono al quinto posto: piazzamento che però non è stato in grado di spegnere i crescenti ed insofferenti mugugni di buona parte dell’esigente tifoseria “bauscia” che, a conferma del feeling mai sbocciato con WM, ai primi risultati negativi del campionato in corso ha ricominciato vigorosamente a reclamare un mister più organico alla storia nerazzurra e che parallelamente proponesse un’idea di calcio maggiormente spettacolare ed entusiasmante rispetto a quella nelle corde del cinquantatreenne tecnico livornese, nel frattempo sempre più stritolato da un ambiente carico di tensioni e critiche che stavano pericolosamente contagiando anche il gruppo. L’inaspettato ritorno dell’indimenticato, autorevole e pluridecorato Roberto Mancini, allenatore-manager dal profilo internazionale sicuramente da annoverarsi tra i top del football europeo, è stato accolto con notevole fervore dal popolo del Biscione principalmente per tali motivi. Un’operazione coraggiosa, in considerazione dello stato di salute poco confortante delle attuali casse interiste, ma che al contempo, non essendoci più il parafulmine Mazzarri che piglia fischi e laser verdi in faccia a prescindere, pone ulteriormente la squadra davanti alle proprie responsabilità e la invita a prendere coscienza della differenza esistente tra l’essere guidata da grandi allenatori e da allenatori da grandi. Infortuni e arbitraggi permettendo, of course.

(Articolo pubblicato il 19/11/2014 sul sito www.fcinternews.it)


Walter Mazzarri
Nato a San Vincenzo (LI) il 01/10/1961
Allenatore
All’Inter dal 2013 al 2014
Vittorie: /

mercoledì 27 agosto 2014

27/08/1995: L’ESORDIO DI EL TRACTOR, CAPITANO DI UNA GENERAZIONE

Javier Adelmar Zanetti detto “El Tractor” o più semplicemente “Il Capitano”, ragazzo argentino dal volto pulito e dai capelli perennemente in ordine che in una gara casalinga di campionato contro il Vicenza di esattamente diciannove anni fa andava a fare il suo debutto ufficiale con la maglia della Beneamata, è stato il simbolo per eccellenza di un’intera generazione d’interisti. Quella travolgentemente innamoratasi, ai tempi delle scuole elementari, della formazione granitica e vincente di mister Trapattoni. Quella che, passata ad incendiare i banchi delle scuole medie con la propria ardente fierezza nerazzurra, iniziava a conoscere le apprezzabili doti del neo arrivato Javier ma parallelamente osservava delusa gli indigesti trionfi dei compagni di svago rosso-bianconeri. Quella frequentante le scuole superiori mentre Zanetti&c. si vedevano clamorosamente soffiare sotto il naso due scudetti, in circostanze perlomeno cupe, dalla Juventus dei futuri radiati dirigenti Giraudo e Moggi: una generazione diventata adulta riempiendosi gioiosamente gli occhi con le fantastiche giocate dei diversi fuoriclasse acquistati dal presidente Massimo Moratti ma anche fastidiosamente le orecchie con il borioso e avvilente coro avversario “non vincete mai”, emblema per antonomasia di un sinistro periodo in cui l’inquieta gente interista era spesso beffata da fragorosi quanto inverosimili errori arbitrali ed al contempo derisa, quando ancora certi fatti di cronaca giudiziaria potevano rientrare solo nell’ambito dei sospetti e certe attesissime risposte tardavano volontariamente a pervenire, da chi quegli stessi arbitri, guardalinee e designatori si sarebbe successivamente scoperto essere in grado di manovrare ad hoc.  Una generazione che una volta imboccata la via del mondo del lavoro, nel momento in cui le braccia oggi perfettamente oliate del Capitano cominciavano a sollevare un trofeo dopo l’altro sino a ergersi progressivamente campione di tutto, ha però poi meritatamente ottenuto la migliore delle rivalse: sette consecutive stagioni caratterizzate da quindici titoli e un mix gaudentemente esplosivo di gremite ed elettrizzanti feste di popolo, notti felicemente insonni, storici rivali alle prese con seri e imbarazzanti  problemi in materia sia sportiva che legale, leggendarie imprese quasi inimmaginabili e orgogliose bandiere ripetutamente sventolanti per le strade, allo stadio e fuori dalle finestre di casa.
Una generazione sempre pronta, nelle fasi di sofferenza come in quelle di giubilo, ad esserci a prescindere e a trasmettere passione alla squadra ed al suo vigoroso e generosissimo numero quattro, un valoroso jolly dai dribbling a perdifiato e dalla forza devastante giunto ventiduenne a Milano dal piccolo Banfield nell’estate 1995 con le sole scarpette da calcio messe in una borsa di plastica a fargli da bagaglio ed il collega di viaggio albiceleste Sebastian “Avioncito” Rambert (giovane attaccante frettolosamente spacciato per asso, ma ben presto ceduto in quanto rivelatosi meteora di doti modeste): giacca beige, camicia turchese, cravatta vagamente pittoresca e sciarpa nerazzurra che recitava “esserci da protagonisti” nel giorno della presentazione ufficiale alla Terrazza Martini al cospetto del monumentale Giacinto Facchetti, del quale, non soltanto per il sorriso gentile e mai stanco e per il maniacale taglio di capelli equilibrato che ne hanno delineato il marchio  di fabbrica, Javier in seguito si sarebbe dimostrato il legittimo erede. Legittimo erede del grande Cipe, tuttora il biglietto da visita più confacente e luminoso della saga dell’Inter, per qualità in comune tipo l’eterna fedeltà – perpetuamente vista come scelta e non come sacrificio – palesata ad un vessillo e a determinati ideali, per le splendide virtù agonistiche da prode maratoneta ribaltafronte, per la moralità priva di macchia, per la professionalità da dieci e lode esibita con quotidiana umiltà, per l’ardita tenacia e la lealtà antica, per la considerevole abnegazione spesa pure nel dar forma ad opere di solidarietà fuori dal campo (doveroso citare la Fondazione PUPI creata assieme all’amata moglie Paula, fiabesca partner di vita da quando El Tractor era un ragazzo di diciannove anni, a sostegno della disagiata infanzia abitante le zone maggiormente povere d’Argentina) e per l’atavica voglia di vincere senza tuttavia prevaricare l’avversario, cui ha sempre donato e da cui ha sempre ricevuto estremo rispetto. Come accaduto al Facchetti non più giocatore, appunto, Zanetti è oggi in procinto di diventare la persona in grado di rappresentare degnamente il Biscione dinanzi alle alte sfere e in ogni angolo del globo: la recente nomina a vicepresidente della società meneghina, unita nel frattempo allo studio della lingua inglese da affiancare alle già conosciute spagnolo ed italiano, è probabilmente da intendersi in tale direzione. Una direzione che si spera possa sfociare in quell’autorevole braccio destro della proprietà, che in Corso Vittorio Emanuele manca tremendamente dal 2006, al quale affidare il fondamentale incarico in sede di politica sportiva.
Cuore nerazzurro, indole pacata e riflessiva, prestigio internazionale, lunga e gloriosa esperienza sul rettangolo verde da mettere a disposizione, capacità di trovare la parola giusta al momento giusto: un compito che pare cucito su misura per le peculiarità costantemente mostrate dalla primissima operazione di mercato targata Massimo Moratti – patron che aveva rilevato l’Inter dalle mani di Ernesto Pellegrini nel febbraio 1995 e che, subito dopo aver ratificato un accordo sottoscritto da Pellegrini stesso con l’attaccante Maurizio Ganz, fece di quel giovane esterno sudamericano già nel giro della Nazionale la prima pietra della sua gestione nonché l’unico calciatore che lo avrebbe scortato attraverso tutti i suoi diciotto emozionanti anni di presidenza – che sin dalle iniziali recite con la casacca del Biscione cominciò a scatenare dagli spalti convinti commenti d’indubbio apprezzamento. Quel numero quattro cresciuto nel modesto quartiere Dock Sud della nativa Buenos Aires, che con le proprie cosce di marmo solcava ininterrottamente la fascia destra senza quasi provare fatica e a cui era pressoché impossibile staccare il pallone dai piedi, apparve all’istante un acquisto azzeccato. Un affare concretizzatosi grazie alla segnalazione dell’ex centravanti Antonio Valentin Angelillo, che un notturno Moratti seduto col figlio davanti al videoregistratore immediatamente avallò con entusiasmo e che per diciannove stagioni consecutive avrebbe garantito alla Beneamata un atleta dal rendimento assolutamente disciplinato, puntuale, ammirevole ed eclettico, in grado di ricoprire con profitto una marea di ruoli (terzino destro e sinistro, centrocampista centrale, ala destra e sinistra, esterno ed interno di centrocampo) secondo la filosofia del “credo che il principale dovere di un giocatore sia quello di mettersi al servizio della squadra” spesso ripetuta da Javier e che sovente traccia il confine tra ottime individualità e campioni, categoria quest’ultima per gente alla Zanetti. Categoria che un giorno i sostenitori interisti si augurano possa annoverare anche il nuovo capitano Andrea Ranocchia, talentuoso difensore che dell’ex compagno argentino non potrà già avere il carisma costruitosi in anni di spogliatoio ma che ha sicuramente l’umiltà, il culto per il gruppo e la professionalità necessarie per divenire un esempio da seguire.
Un modus operandi che per quasi un ventennio è stato stabilmente incarnato dall’odierno recordman di presenze nerazzurre – 858 gare totali disputate, arricchite da un bottino di 21 reti realizzate – capace di conquistare a Milano la bellezza di sedici titoli, più di qualunque giocatore che, in oltre un secolo di blasonata storia, abbia mai indossato la maglia del Biscione: cinque scudetti, quattro coppe Italia, quattro Supercoppe italiane, una coppa Uefa (il primo alloro, vinto nella finalissima parigina 1997/’98 grazie pure ad un suo spettacolare gol), un Mondiale per Club ed una Champions League, orgogliosamente sollevata al cielo nella epica nottata madrilena e poche ore dopo anche al cospetto dell’alba radiosa ed indimenticabile di un San Siro inebriantemente vestito a festa. Una dorata ed encomiabile carriera passata altresì, però, per momenti non facili come il probabilissimo addio all’Inter con destinazione Real Madrid sfiorato ad inizio millennio e fortunatamente sventato in extremis da Moratti (la medesima e paternalistica persona che, onde evitare spiacevoli sorprese indonesiane in stile Ivan Cordoba, lo scorso maggio ne ha rapidamente preannunciato la vicepresidenza), come l’esclusione dai Mondiali 2006 e 2010 e gli zero trofei vinti con la casacca della Selecciòn malgrado un curriculum impreziosito da ben 145 presenze, come le sciocche dicerie mormorate da taluni (in concomitanza, ovviamente, di risultati opachi) sul fantomatico “clan degli argentini” capeggiato da Javier che ogni cosa disponeva dentro e fuori le mura di Appiano Gentile, come la rottura del tendine d’achille a trentanove anni, come l’onestà repentinamente dipinta alla stregua di una virtù da fessi sia prima che dopo l’esplosione dello scandalo “Calciopoli”, definito tempo fa da Zanetti “una macchia enorme e una figuraccia per il calcio italiano agli occhi di tutti, che incredibilmente c’è ancora qualcuno che tenta di negare”. Una carriera agonistica conclusa ufficialmente tre mesi fa sul terreno del Chievo, a distanza di una settimana dalla suggestiva serata contro la Lazio in cui i suoi tifosi hanno voluto “esserci da protagonisti” per riavvolgere metaforicamente in circa un paio d’ore un nastro lungo diciannove stagioni, andando a gonfiare l’aria del “Meazza” di sperticati cori, lacrime ed applausi per l’adorato e coraggioso Capitano di una generazione. Il minimo che si potesse fare per celebrare un eroico oplita classe 1973 nato nella magica notte di San Lorenzo, quella capace a volte di far sognare anche in assenza delle agognate stelle cadenti, divenuta inconsapevolmente ancor più magica in un pomeriggio di sole di ventidue anni e diciassette giorni dopo. Nella vita di molti uomini ci sono date che ne cambiano la storia, che la segnano a tal punto da farla mutare in un’altra storia. Il 27 agosto 1995 è stata forse una di queste date.

(Articolo pubblicato il 27/08/2014 sul sito www.fcinternews.it)


Javier Adelmar Zanetti
Nato a Buenos Aires (Argentina) il 10/08/1973
Centrocampista
All’Inter dal 1995 al 2014
Totale presenze-gol: 858-21
Vittorie: 5 scudetti (2005/’06, 2006/’07, 2007/’08, 2008/’09, 2009/’10), 4 coppe Italia (2004/’05, 2005/’06, 2009/’10, 2010/’11) 4 Supercoppe italiane (2005, 2006, 2008, 2010), 1 coppa Campioni (2009/’10), 1 coppa Uefa (1997/’98), 1 Mondiale per Club (2010)

martedì 20 maggio 2014

LA RIVALUTAZIONE DI STRAMA. IN DIFESA DI WM

Andrea Stramaccioni la passata stagione, Walter Mazzarri quest’anno: i meno colpevoli, in assoluto, degli ultimi due deludenti campionati disputati dall’Inter, rispettivamente terminati al nono ed al quinto posto (in zone di classifica, quindi, non certo consone alla gloriosa e pluridecorata storia nerazzurra). Allenatori differenti per stile, carattere e conoscenze accumulate, ma uniti dallo stesso destino: avere avuto la grande opportunità di misurarsi su una delle panchine più ambite e blasonate d’Europa e non essersela al contempo potuta giocare al meglio per cause, in buona parte, non riconducibili a loro. Strama, alla prima e tuttora ancora unica esperienza con un club professionistico, a riguardo ne ha in particolare pagato un prezzo molto alto: alla luce dei notevoli impedimenti che hanno inficiato anche il rendimento di un tecnico navigato, concreto, serissimo e scrupoloso al limite del maniacale come Mazzarri – mister arrivato cinquantaduenne a Milano dopo nove consecutivi tornei di Serie A trascorsi senza esoneri alla guida di Reggina, Sampdoria e Napoli a raggiungere obiettivi spesso migliori in confronto a quelli inizialmente postigli e preventivabili – il sopracitato prezzo pagato dal trainer capitolino è, a maggior ragione oggi, sicuramente da ritenersi oltremodo sproporzionato in relazione alle reali mancanze da lui mostrate durante la scorsa annata.
Scelto con audacia direttamente da Massimo Moratti, Stramaccioni giunse sulla panchina del Biscione appena trentaseienne sul finire del campionato 2011/’12 in sostituzione di Claudio Ranieri, con in tasca una prestigiosa laurea in giurisprudenza ed un passato da minuzioso e competente osservatore pure per società professionistiche, ma avendo in precedenza maturato esperienze come allenatore solo a livello di settore giovanile: in principio nella nativa Roma, lanciato e repentinamente impostosi grazie alla meritata stima riposta dal suo mentore Bruno Conti, e successivamente proprio all’Inter, con la cui compagine Primavera nel 2012 arrivò a vincere la Next Generation Series (una sorta di Champions League in ambito giovanile). Il ragazzo del quartiere San Giovanni, inarrestabile studioso di tattica capace di leggere libri sull’addestramento dei calciatori anche per interi pomeriggi, venne dunque catapultato in prima squadra per mezzo di una delle tante decisioni coraggiose prese in quasi diciannove anni di presidenza da Moratti, che in lui aveva probabilmente identificato quell’innovativa ventata d’aria fresca, fascino, avanguardia e determinazione che gli insoddisfacenti Ranieri e Gasperini non erano in precedenza stati in grado di portare ad Appiano Gentile: una scelta forte quanto scomoda, dovutasi subito scontrare, ai primi risultati negativi della stagione 2012/’13, con le tossiche e per nulla simpatiche ironie di chi non riusciva assolutamente a perdonare all’invidiatissimo mister romano, quasi fosse un peccato mortale, d’essersi impossessato di una delle panchine più importanti del Continente senza aver sviluppato alle spalle alcun tipo di gavetta.
Dopo un positivo avvio di torneo, culminato a novembre nella netta vittoria in casa della Juventus capolista e campione d’Italia che a molti aveva prontamente fatto azzardare paragoni per Strama a dir poco ingombranti o perlomeno affrettati, iniziò il lento ma inesorabile inabissamento: pur avendo a disposizione una formazione titolare da considerarsi come minimo discreta per la qualitativamente impoverita Serie A recente, una volta giunta ad un punto dalla vetta la squadra nerazzurra cominciò un graduale ma interminabile declino. Al di là del rilevante dispendio di energie richiesto dall’Europa League del giovedì, dello scarso aiuto offerto al tecnico da parte della di lui più esperta dirigenza nella gestione delle fasi maggiormente complicate dell’annata e dell’essere alle prese con una rosa parzialmente rinnovata in confronto alla precedente, causato soprattutto da due fondamentali fattori, entrambi risultati infaustamente decisivi anche nella stagione appena conclusa da Mazzarri: gli infortuni andati a colpire per tempi non brevi diversi uomini cardine (quest’anno, ad esempio, WM ha dovuto giocarsi pressoché l’intero girone d’andata senza un centravanti puro) e gli incessanti e talora assurdi errori arbitrali subìti.  Da un lato, l’incredibile sequela di guai fisici obbliganti Stramaccioni a mettere sovente in campo elementi della Primavera, oppure calciatori tecnicamente limitati o in non accettabili condizioni atletiche, negante altresì la possibilità al giovane allenatore di poter dar forma con continuità ad un undici basato su una struttura di gioco e una spina dorsale ben definite. Dall’altro, la maniera chirurgica, e spesso ai confini dell’arroganza, con cui la compagine meneghina è costantemente stata bersagliata da sviste dei giudici di gara, in alcune circostanze inverosimilmente colossali quanto apparentemente inspiegabili. O meglio, nel pensiero di tanti tifosi interisti decifrabili forse solo con la presunta frase pronunciata dal lungimirante Josè Mourinho, nel favoloso maggio 2010, al momento della conquistata del quinto dei cinque scudetti consecutivi della Beneamata: “Attenti, ve la faranno pagare”.
Fattori che, non appena il club di Corso Vittorio Emanuele s’avvicinava alle prime piazze, facevano in modo di rendere assai impervio il cammino per potervi rimanere attaccato, tragitto lungo il quale nelle ultime due stagioni il Biscione è inevitabilmente stato costretto a lasciare molti punti specialmente per i motivi menzionati sopra: punti con cui la formazione nerazzurra avrebbe plausibilmente potuto competere per l’accesso ai preliminari di Champions, caricando di conseguenza giocatori e ambiente tutto di autostima e consapevolezza dei propri mezzi, anziché vederli progressivamente intristirsi e assuefarsi a settimane prive di buoni risultati. Riletto dunque quanto accaduto, a Walter Mazzarri – mister che ha comunque migliorato di quattro posizioni la classifica dell’Inter 2012/’13, pur avendo visto sfumare svariati successi anche per colpa di marchiani e inattesi errori di quotati singoli, ad esempio il “sanguinoso” Guarin di Livorno – è opportuno dare oggi una seconda occasione, come sarebbe stato giusto darla ad Andrea Stramaccioni lo scorso anno, scongiurando così l’ipotesi di ripartire ogni estate sempre da zero e regalare inutili vantaggi alle rivali già collaudate. A patto che in società s’inizi a pretendere, e ad ottenere, quel doveroso rispetto da parte della classe arbitrale ormai palesemente assente da almeno un biennio e si cerchi al più presto d’arrivare ad approntare una non smisurata rosa (limitando, possibilmente a 4-5 elementi, i tuttavia necessari over trenta) che possa però disporre di adeguati sostituti per l’undici titolare.

(Articolo pubblicato il 20/05/2014 sul sito www.fcinternews.it)


Andrea Stramaccioni
Nato a Roma il 09/01/1976
Allenatore
All’Inter dal 2012 al 2013
Vittorie: /

martedì 18 febbraio 2014

OGGI, 19 ANNI FA: MORATTI PROPRIETARIO DI UN SOGNO

Diciotto anni e nove mesi da proprietario unico di un sogno. Ufficialmente terminati lo scorso 15 novembre con la sofferta cessione del 70% delle quote societarie, per una cifra pari a 250 milioni di euro comprensiva del ripianamento dei debiti, a un trio (che presto potrebbe tuttavia diventare un duo) di uomini d’affari indonesiani capeggiato dal nuovo presidente nerazzurro Erick Thohir. Un sogno cominciato il 18 febbraio 1995 con un puro gesto di amore e coraggio, il primo di una lunghissima serie, che oggi pare però stridere moltissimo se raffrontato alla bramosa voglia di “aumentare il business” da novanta giorni a questa parte incessantemente predicata da Thohir come obiettivo principe. La storia di Massimo Moratti presidente dell’Inter inizia esattamente diciannove anni fa, in un pomeridiano sabato in cui il fantasma della zona retrocessione è distante soltanto una manciata di punti e il Biscione non è certo un gingillo col quale sollazzarsi a vincere: è anzi un complicato, costoso e blasonato intreccio di sentimenti, con le casse sempre più vuote e un parco giocatori, ad eccezione di pochissimi, tutt’altro che di ottimo livello. Un intreccio di sentimenti avente gli occhi sbigottiti, malinconici ed esasperati dei propri tifosi, inquietamente in attesa di tricolore dal prodigioso trionfo-record 1989 e fastidiosamente intossicati dalle continue conquiste dei rivali cittadini rossoneri targate Silvio Berlusconi. Con circa settanta miliardi di lire versate nelle tasche di Ernesto Pellegrini e per merito dell’importante “intercessione” dell’avvocato Peppino Prisco, Massimo nell’inverno 1995 poté dunque riannodare i fili di una luminosa e romantica utopia presente nel suo animo chiamata F.C. Internazionale, la squadra che l’adorato papà Angelo acquistò nel 1955 e nelle tredici stagioni di sua reggenza rese eternamente “Grande” grazie pure al conseguimento di tre scudetti, due coppe Campioni e due Intercontinentali. Moratti, ossia il marchio della famiglia che meglio ha identificato le prime 106 primavere della saga della Beneamata: un cognome sinonimo di signorilità – a volte addirittura eccessiva – nei comportamenti, tenace passione per i colori nerazzurri, genuina trasparenza nel modo di fare e di essere, orgogliosa dignità nel non voler chinare la testa davanti alle ingiustizie anche più palesi, limpida integrità morale e generosità, nel vero senso della parola, senza confini. A quest’ultimo riguardo, gli Inter Campus creati con la colta e impegnatissima consorte Milly sono infatti solo uno dei molteplici e splendidi esempi: porsi lo scopo d’aiutare tantissimi bambini, abitanti le aree maggiormente disagiate del mondo, semplicemente offrendo loro il diritto all’infanzia.
Definire Massimo Moratti il miglior patron, assieme al padre, dell’epopea interista potrebbe sembrare banale, ma in ogni caso veritiero: a parlare sono i numeri, da sempre scienza calcistica incontestabile scolpita da statistiche e albo d’oro. Numeri che lo raccontano come il presidente più longevo – oltre diciotto anni cui solo formalmente sottrarre i due durante i quali, pur mantenendone l’assoluto comando, nel 2004 decise di cedere la presidenza della società al fraterno amico e collaboratore Giacinto Facchetti – ed al contempo più vincente: sedici trofei andati a riempire smisuratamente di gioia, estasi e fierezza il cuore della gente “bauscia”, la stessa che a furor di popolo nel febbraio 1995 si affidava fiduciosamente ad un moderno Moratti con la vivida speranza di poter vedere il Biscione tornare all’altezza della sua gloriosa storia e rimuovere parallelamente la molesta ombra del Milan berlusconiano (negli ultimi diciannove anni incapace, per somma di titoli messi in bacheca, di reggere il passo della compagine morattiana). Missione ampiamente compiuta, certificata dalla conquista di cinque scudetti consecutivi, quattro coppe Italia, quattro Supercoppe italiane, una coppa Uefa (il primo alloro, conseguito contro la Lazio in una suggestiva serata parigina del 1998), un Mondiale per Club e quella Champions League agognata da quasi mezzo secolo dai sostenitori nerazzurri, dall’ammaliante notte del 22 maggio 2010 portatori sani di quantità maggiori di sereno ed istintivo affetto insediatesi al posto delle accumulate scorte di atavica e feroce ansia. Una vetta d’Europa, raggiunta nella leggendaria stagione dove la formazione guidata dal tecnico portoghese Josè Mourinho divenne la sola italiana capace di centrare un epico “Triplete” ancora adesso fonte di mal di stomaco altrui, attestante il fragoroso ritorno di una nuova “Grande Inter” come soltanto un secondo Moratti poteva rendere possibile: un uomo in grado di realizzare ciò grazie ad intuizioni sovente efficaci e a notevoli e ricorrenti slanci finanziari, utili ad esempio a colmare ripetutamente di visibilio gli occhi dei tifosi (dal munifico petroliere nato nel 1945 nella veronese Bosco Chiesanuova spesso descritti, in maniera sinceramente grata, alla stregua dei “veri proprietari del club”) con le inebrianti giocate dei molti fuoriclasse – da Ronaldo a Samuel Eto’o, solo per citarne un paio e limitarsi a chi sgambetta sul rettangolo verde – condotti a vestire la maglia della Beneamata nei recenti due decenni.
Elettrizzanti vittorie, sfavillanti campioni, ma anche faticosi periodi bui, specialmente nei primi dieci anni di presidenza, conditi dall’ottenimento della sola coppa Uefa e da alcuni errori di gestione (tipo i frequenti, e talvolta inopportuni, avvicendamenti di allenatore) tuttavia operati con la costante intenzione di voler unicamente il bene del team meneghino: anni in cui sul figlio di Angelo, accomunato al padre altresì per la cronica allergia ai “giochi di potere” in seno a Lega e FIGC, iniziarono sempre più a brulicare saccenti sarcasmi riguardo all’irrimediabile inabilità a vincere a dispetto dei tanti denari spesi in atleti e mister di alta caratura. Smargiasse ironie spazzate però via di colpo, nella per certi versi nauseante estate 2006, una volta emesse dalla giustizia sportiva le assai chiare e nette sentenze relative a “Calciopoli”, l’ignobile scandalo narrante di stagioni assolutamente prive di battaglie ad armi pari dove la società nerazzurra, mancata trionfatrice d’un soffio sia nel 1997/’98 che nel 2001/’02 di campionati pesantemente macchiati da incessanti e clamorosi strafalcioni delle giacchette nere, dovette inconsapevolmente combattere contro squadre i cui torbidi dirigenti, per fare in modo di poter pilotare a loro piacimento i destini della Serie A, controllavano capillarmente designatori arbitrali, arbitri, dirigenti federali, procuratori, giornalisti, moviolisti e addirittura vertici di altri club.
Un conto era supporre, un conto era sapere: l’asprissima ratifica della reiterata truffa subita ai propri danni, della quale prima del 2006 si riusciva esclusivamente a percepire l’odore, lasciò ferite lancinanti all’interno di Moratti – e così in tutti i supporter, pur se mitigate dall’evidente orgoglio nel vedere il Biscione pienamente estraneo al tanto marcio saltato fuori – ma non lo fece affatto mollare. Impossibile abbandonare il timone allora, senza aver vinto quei trofei che gli onnipresenti tifosi attendevano da tempo. Impossibile da abbandonare totalmente ancora oggi, come testimonia il 29,5% di quote attualmente in suo possesso e la carica di vicepresidente mantenuta dal secondogenito Angelomario, malgrado l’amarezza per gli assurdi striscioni di malcelata perfidia mostratigli dalla Curva Nord nella gara col Sassuolo e precedentemente in occasione della sua ultima partita da proprietario. Da proprietario unico, ma non da unico proprietario, di un sogno. Un sogno intrapreso esattamente diciannove anni fa con un amorevole gesto di coraggio e terminato, nella speranza che il 70% ceduto al trio indonesiano possa permetter di potere economicamente tornare al passo delle maggiori compagini del Continente, col coraggio dei propri amorevoli gesti. Quelli di un presidente vincente, spontaneo, appassionato, generoso e nerazzurro nell’anima, ma innanzitutto cristallino e perbene come, nel solco della tradizione, merita ed insegna la saga dell’Inter. Quelli di un presidente cui si dovrebbe dire soltanto grazie, ma che purtroppo dalla scorsa estate in parecchi (non solo la storicamente maldisposta nei suoi confronti Curva Nord) sull’onda dei prematuri peana pro Thohir paiono esserselo velenosamente dimenticato.

(Articolo pubblicato il 18/02/2014 sul sito www.fcinternews.it)


Massimo Moratti
Nato a Bosco Chiesanuova (VR) il 16/05/1945
Presidente
All’Inter dal 1995 al 2013 (dal gennaio 2004 al settembre 2006 solo come proprietario)
Vittorie: 5 scudetti (2005/’06, 2006/’07, 2007/’08, 2008/’09, 2009/’10), 4 coppe Italia (2004/’05, 2005/’06, 2009/’10, 2010/’11) 4 Supercoppe italiane (2005, 2006, 2008, 2010), 1 coppa Campioni (2009/’10), 1 coppa Uefa (1997/’98), 1 Mondiale per Club (2010)

domenica 3 novembre 2013

AMEDEO AMADEI, QUANDO IL DERBY DIVENTA LEGGENDA

Alcune settimane ancora di attesa e poi sarà derby di Milano numero 181 per ciò che riguarda le sfide di campionato (con un bilancio sinora di 66 vittorie Inter, 54 pareggi e 60 vittorie Milan), collocato in una non inedita giornata prenatalizia benché l’amministratore delegato ed “ex portaborse” rossonero Adriano Galliani, al momento dell’estiva pubblicazione dei calendari, avesse convenientemente tentato di rimuovere dalla memoria il match dello scorso 23 dicembre 2007 deciso da Esteban Cambiasso su strepitosa papera di uno sbertucciatissimo Nelson Dida. Tensione dunque destinata inevitabilmente a salire per la gara, e la rivalità, in assoluto maggiormente sentita dai tifosi, considerata tale in particolar modo da quelli nati o cresciuti nel capoluogo lombardo: una stracittadina antichissima (tutto ebbe inizio il 18 ottobre 1908, in palio la Coppa di Chiasso) e da decenni giustamente ritenuta la più prestigiosa del Continente, in quanto l’unica che confronta formazioni aventi entrambe conquistato la Champions League. Un duello che vede opposta la prima squadra italiana a essersi laureata campione d’Europa (Milan 1963) alla prima squadra italiana issatasi sul tetto del mondo (Inter 1964). La nobile Beneamata disegnata nel 1908 dal pennello dell’artista Giorgio Muggiani nel centralissimo ristorante “Orologio” contro il proletario Milan fondato dai brumisti, in una fiaschetteria di via Berchet, nel lontano 1899. La partita per antonomasia dell’avvocato Peppino Prisco, storico vicepresidente nerazzurro sempre ironicamente bendisposto a pungere i “cugini” con battute di rara arguzia, che se oggi fosse ancora in vita avrebbe probabilmente dipinto come quella tra la sola società dello Stivale ad aver realizzato il leggendario Triplete, nonché unica compagine nostrana onnipresente in Serie A, contro la società per la quale il solo triplete raggiungibile, dopo le retrocessioni in Serie B datate 1980 e 1982, potrebbe eventualmente essere rappresentato dalla cifra di tornei disputati in cadetteria. Un’ultracentenaria saga zeppa di personaggi mitici e incontri formidabili, il più straordinario di questi giocatosi esattamente sessantaquattro anni fa – era il 6 novembre 1949 – e firmato da tre gol dell’allora attaccante del Biscione Amedeo Amadei, generoso e popolare gladiatore di Frascati classe 1921, tuttora il più giovane calciatore ad aver esordito e in seguito segnato nella massima serie a girone unico.
Un’elettrizzante tripletta, quella del bomber prelevato dalla Roma nell’estate 1948 dal presidente nerazzurro Carlo Masseroni per la complessiva somma record di circa quarantacinque milioni (tra contanti e contropartite tecniche), entrata di diritto nella leggenda delle disfide meneghine: tre marcature capaci di capovolgere prodigiosamente l’andamento di un match che il gol di Liedholm, uno dei simboli dell’allora formazione rossonera che nella stagione successiva avrebbe vinto lo scudetto e posto così fine ad un clamoroso ma spesso dimenticato digiuno di trofei lungo ben quarantaquattro anni, aveva prematuramente fissato sul 4-1 per la squadra milanista già al diciannovesimo minuto. Le reti sul finire del tempo di Amadei e Nyers, unite ad una strabiliante progressione di gioco di tutta la Beneamata, diedero però il via a un’epica risalita culminata a metà ripresa con la realizzazione del 6-5 definitivo del “Fornaretto” Amadei – soprannominato in tal maniera in quanto figlio di proprietari di un forno a Frascati, attività che il sor Amedeo tornò a rioccupare al termine della sua importante carriera prima di calciatore e poi di allenatore – abilissimo a ribadire in porta una palla respinta dal palo: “Mr. Quarantacinque Milioni” regalò così al popolo del Biscione la vittoria nel derby più palpitante di sempre e a quello del Diavolo una fragorosa ed inimmaginabile rimonta subìta sulla falsariga delle diverse che l’avrebbero atteso in futuro.
Una mitologica stracittadina, svoltasi come da racconto della “Gazzetta dello Sport” in uno “stadio gremito sul quale era presente la classica atmosfera del tardo autunno lombardo”, che avrebbe però raffigurato il picco della breve avventura all’ombra del Duomo di un centravanti dal notevole fiuto del gol come Amadei, veloce e potente attaccante nato, cresciuto ed esaltatosi nella fila del team giallorosso (il quale se ne dovette privare, dopo undici anni di onoratissimo servizio, unicamente per problemi economici): due stagioni meneghine condite da settanta presenze e quarantadue reti, ma anche da nessun trofeo sollevato al cielo e da complicate incomprensioni non soltanto di natura tattica con un grande compagno di reparto dell’epoca, Benito Lorenzi, che assieme all’acquisto dell’estroso funambolo svedese Lennart Skoglund fu la principale causa della cessione al Napoli del “Fornaretto” avvenuta nel 1950. Magnanimo paladino in grado, grazie ai propri guadagni, di far ricostruire il negozio dei genitori distrutto durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale ed eterno eroe di un incredibile derby ancora oggi ritratto fedele delle essenziali peculiarità che, in oltre un secolo di storia, hanno caratterizzato il glorioso club nerazzurro: lucidamente folle, fascinosamente inquieto, raffinatamente geniale, imprevedibilmente pazzo. Oppure misterioso, improvviso e inebriante come un tardo autunno lombardo.

(Articolo pubblicato il 03/11/2013 sul sito www.fcinternews.it)


Amedeo Amadei
Nato a Frascati (RM) il 26/07/1921
Attaccante
All’Inter dal 1948 al 1950
Totale presenze-gol: 70-42
Vittorie: /

mercoledì 21 agosto 2013

ERNESTO PELLEGRINI E QUELL’IDEA PER IL FUTURO SOCIETARIO DELL’INTER CHE VIENE… DAL PASSATO

“Non ho nulla di personale contro Thohir, ma oggi l’Inter per lui è soltanto interesse: una squadra di calcio prima di tutto deve essere amata, non considerata un business”. Parole secche, accorate, pesanti, romantiche. E, seppur forse arrivate fuori tempo massimo, assolutamente condivisibili. Parole firmate poche settimane fa dal ragionier Ernesto Pellegrini, intraprendente e determinato self-made man milanese classe 1940 figlio di un ortolano del quartiere Taliedo, cavaliere del lavoro in cima ad un gruppo leader nel settore della ristorazione collettiva che attualmente offre occupazione a 7500 dipendenti, tifosissimo nerazzurro innamorato delle gesta del geniale Lennart “Nacka” Skoglund e, soprattutto, presidente della Beneamata per undici lunghi e chiaroscuri anni, dal 1984 al 1995, intrisi di meravigliose gioie (vedi l’ineguagliato scudetto-record 1988/’89 targato mister Trapattoni) e strazianti disfatte (ad esempio, l’inaspettato e terrificante tredicesimo posto nella Serie A 1993/’94). Undici faticose stagioni di governo passate a predicare efficienza e riservatezza, a tentare di combattere sul campo l’orgia di potere mediatico-politico-economico del fastoso Milan di Silvio Berlusconi, a lanciarsi in cospicui investimenti per comprare magnifici assi – a partire dal poderoso centravanti tedesco Karl Heinz Rummenigge, il biglietto da visita con il quale il rampante Ernesto si presentò alla gente del Biscione non appena acquistato da Ivanoe Fraizzoli il pacchetto di maggioranza – ma anche abbaglianti bidoni del calibro di Darko Pancev, a lottare contro un vistoso tic all’occhio sintomo del crescente nervosismo accumulato specialmente negli ultimi sfiancanti anni di gestione, a conquistare quattro trofei (un tricolore, una Supercoppa italiana e due, ardue quanto prestigiose, coppe Uefa) e a sfiorarne alcuni altri in una rivoluzionaria ed indimenticabile “Età dell’Oro” in cui il meglio del football mondiale era allora quasi totalmente ospite del campionato del Belpaese, segnatamente mutato sempre più in showbiz.
Undici annate al termine delle quali, in coda a quattro altalenanti settimane di trattative e nel bel mezzo di una grave crisi tecnico-economica che stava stritolando la società nerazzurra, per una somma intorno ai settanta miliardi di lire cedette a furor di popolo la proprietà del club a Massimo Moratti, l’amico petroliere che Pellegrini, insieme ad una misteriosa cerchia d’industriali nostrani con importanti finanze a disposizione, ha recentemente dichiarato che sarebbe lieto d’aiutare pur di vedere l’Inter rimanere saldamente nelle affidabili e italiane mani dell’odierno amministratore delegato Saras: l’affidabilità e l’italianità di una persona che da diciotto stagioni ha rinverdito una gloriosa saga famigliare mettendosi a capo della squadra con la stessa incredibile passione, serietà, trasparenza, attenzione, generosità e nobiltà d’animo ereditate dal padre Angelo, leggendario presidente che negli anni Sessanta rese la formazione meneghina allenata da Helenio Herrera perennemente “Grande”.  Grande quanto quella del figlio Massimo, patron che pare ora ad un passo dal vendere almeno il 65% delle quote al magnate indonesiano Erick Thohir (per una cifra circa dieci volte maggiore rispetto a quella spesa nel 1995) ma che “rischia” realmente di rimanere in eterno il più vincente dell’ultracentenaria storia del Biscione: una storia ripartita in pompa magna sotto il nome Moratti grazie anche al fondamentale apporto dell’avvocato Peppino Prisco, splendido trait-d’union tra la volontà d’acquisto di Moratti junior e la voglia di cessione, seppur forzata dai sempre più pressanti inviti dell’esasperata tifoseria, di Pellegrini. Il 18 febbraio 1995 andavano così a riannodarsi i fili di una mitica epopea che sarebbe poi stata ulteriormente impreziosita da sedici meritati trofei conquistati, da una nutrita schiera di fuoriclasse di livello internazionale portati a vestire la maglia interista, da una genuina, integra e signorile condotta rarissima per il calcio da squali dell’ultimo ventennio, comportamenti capaci di regalare una limpida immagine del club nerazzurro in grado di rendere orgoglioso il proprio popolo alla pari delle molte coppe vinte o dei tanti campioni comperati.
“Auspico che Moratti continui ad essere l’azionista di riferimento dell’Inter, avviando una ristrutturazione della società attraverso l’accordo con alcuni nuovi soci italiani, seri, economicamente forti e, soprattutto, interisti: mi rifiuto di credere che non ci sia nessuno con tali caratteristiche che, assieme a me, possa farsi avanti”: questo il sentimentale appello lanciato una ventina di giorni fa dal ragionier Ernesto Pellegrini, indubbiamente la soluzione migliore che gli aficionados della Beneamata potrebbero augurarsi per uscire dall’attuale empasse finanziaria e contemporaneamente lasciare la maggioranza del club nelle garantite mani di chi ha sempre e solo agito per il bene dei colori nerazzurri. Potendo così scongiurare la sventurata ipotesi di vedere quei supporter che oggi invocano a pieni polmoni l’arrivo di Thohir – qualcuno addirittura a colpi d’inconcepibile memoria corta e irrispettosa ingratitudine – essere costretti a far lo stesso tra pochi anni per un ritorno riparatore di Massimo Moratti.

(Articolo pubblicato il 21/08/2013 sul sito www.fcinternews.it)


Ernesto Pellegrini
Nato a Milano il 14/12/1940
Presidente
All’Inter dal 1984 al 1995
Vittorie: 1 scudetto (1988/’89), 1 Supercoppa italiana (1989), 2 coppe Uefa (1990/’91, 1993/’94)

venerdì 12 luglio 2013

RAMON DIAZ, IL TANGO MEGLIO DELLA RUMBA

Nell’ultracentenaria storia dell’Inter ci sono stati giocatori che, pur da strapagate e presuntuose stelle ritenute in grado di vincere i match da sole, in sei stagioni con indosso la gloriosa casacca della Beneamata hanno racimolato la miseria di una coppa Italia. Acclamatissimi atleti miliardari con in dote splendide donne e muscoli di cristallo costretti poi a rimirare la stessa compagine nerazzurra, una volta abbandonatala, andare alla prodigiosa conquista di ben quattordici trofei – tra cui cinque tricolori, una Champions League e un Mondiale per club – nelle sei stagioni immediatamente successive alla loro dipartita: roba da farsi venir la depressione, prontamente magari combattuta a colpi di dopolavoristiche rumbe e volgari retweet carichi d’invidia. Nella medesima storia dell’Inter, tuttavia, ci sono state anche situazioni di calciatori fermatisi all’ombra del Duomo per un’annata appena, ma capaci di lasciare un ottimo ricordo nel cuore dei tifosi ed al contempo di legare il proprio nome a uno strepitoso scudetto-record perennemente rimasto ineguagliato per ciò che riguarda i campionati italiani a diciotto squadre: un titolo, ottenuto in scioltezza all’enorme quota di 58 punti quando ancora una vittoria ne valeva soltanto due, arrivato pure per merito delle preziose prestazioni di un umile e guizzante attaccante argentino chiamato Ramon Angel Diaz, piccolo puntero (1,71 metri per 67chilogrammi) nato nel 1959 a La Rioja, aspetto triste e orgoglioso come il tango della sua terra, faccia da indio e anima da gaucho, rapinatore d’area dal sinistro preciso e perentorio perfettamente compatibile con il longilineo e “fisicato” compagno di reparto, nonché capocannoniere della Serie A con ventidue reti in quel fantastico torneo 1988/’89, Aldo Serena.
Un acquisto generato quasi per caso, quello di Diaz, scopertosi però tremendamente decisivo per le sorti della formazione saggiamente allenata da Giovanni Trapattoni: nell’estate 1988 il presidente Ernesto Pellegrini si era infatti assicurato il centravanti algerino Rabah Madjer, soprannominato “Tacco di Allah” per lo spettacolare gol che valse il pareggio nella finale di coppa Campioni 1987 vinta 2-1 dal Porto del bomber nordafricano sul Bayern Monaco, ma proprio poche ore prima di partire per il ritiro i medici nerazzurri riscontrarono un grave problema muscolare alla coscia dell’attaccante islamico, obbligando quindi il Biscione a non poter ratificare il contratto e a ricercare in fretta un rimpiazzo all’altezza di Madjer che potesse andare a completare un già sontuoso mercato annoverante calciatori affermati del calibro dei tedeschi Andreas Brehme e Lothar Matthaeus e ambitissimi giovani di talento come gli emiliano-romagnoli Alessandro Bianchi e Nicola Berti. Il sostituto venne appunto individuato nel rapido stoccatore albiceleste dai lineamenti malinconici – prelevato con la formula del prestito alla fine di un discreto biennio disputato con la Fiorentina, società alla quale Ramon era giunto in seguito alle esperienze nel River Plate di cui in futuro sarebbe stato pluridecorato tecnico, nel Napoli e nell’Avellino – che nel dipanarsi del torneo si rivelerà fondamentale pedina capace di un raro lavoro tattico volto a favorire il letale inserimento in avanti dei centrocampisti e le reti a grappoli del più prolifico Serena di sempre: un Diaz in grado di ritagliarsi la propria fetta di scudetto grazie pure ad apprezzati assist e a dodici importanti segnature nel corso di un campionato che allora era effettivamente il più bello e difficile del mondo, quello dove da circa un lustro vi giocavano praticamente tutti i maggiori fuoriclasse in attività, e che lo sarebbe stato per almeno un decennio ancora. Tant’è vero che, a cominciare dalla stagione 1988/’89 (quella che vedeva una sensazionale Inter impadronirsi del tricolore, nove anni dopo il precedente, ai danni di grossi team tipo il Napoli di Maradona e Careca, il Milan del trio olandese Rijkaard-Van Basten-Gullit, la Sampdoria di Vialli e Mancini) sino ad arrivare alla 1998/’99 (l’ultima nella quale si gareggiò anche per la Coppa delle Coppe), ben quindici dei trentatré trofei messi in palio nelle tre massime manifestazioni europee per club se li aggiudicarono squadre dello Stivale: quasi il cinquanta percento, una cifra mostruosa.
Una duratura tirannia italiana sul Continente, cui la Beneamata contribuì conquistando tre coppe Uefa, iniziata quando il calcio era ancora una luminosa arte romantica dove Sky era soltanto la traduzione inglese della parola “cielo”, dove le partite di campionato si disputavano tutte in contemporanea la domenica pomeriggio e non barbaramente a qualunque ora di un qualsiasi giorno, dove per vedere in televisione i primi gol di giornata si doveva attendere trepidanti “Novantesimo Minuto” al termine di un palpitante paio d’ore trascorse con l’orecchio incollato alla radio o alle pionieristiche tv locali, dove ogni singola società poteva tesserare sino ad un massimo di tre stranieri: avendo il club meneghino già preventivamente acquistato l’acrobatico centravanti teutonico Jurgen Klinsmann, dunque, fu solo per quest’ultimo motivo che il timido e pregevole puntero Ramon Diaz non venne riscattato alla fine della trionfalistica stagione 1988/’89. Una scelta probabilmente affrettata, che andò parzialmente ad ingolfare i precisi meccanismi di una squadra che aveva fatto innamorare e polverizzato primati: relativamente all’undici titolare, di sicuro una delle formazioni nerazzurre più vigorose ed entusiasmanti della storia. Una compagine capace di garantirsi lo scudetto numero tredici – sul finire di un rivoluzionario decennio che al popolo del Biscione aveva regalato anche la gioia del dodicesimo tricolore, in aggiunta al sollazzo per le due retrocessioni in Serie B patite dai dirimpettai rivali rossoneri – grazie all’insito agonismo tritatutto, graniticamente imperniata su tre quinti della retroguardia della Nazionale azzurra semifinalista all’Europeo ‘88 (Walter Zenga in porta, Riccardo Ferri e capitan Beppe Bergomi in marcatura) e sapientemente plasmata sul perfetto ordito tattico disegnato da Trapattoni: una sorta di dinamico e avanguardistico 3-5-2 cucito su misura per le caratteristiche dei giocatori a disposizione, tipo quello che pare avere in mente mister Walter Mazzarri per l’imminente Inter del futuro. “Ché quando smetti di sperare inizi un po’ a morire” canterebbe il grande Luciano Ligabue, sanguigno maestro di nostrano rock e non certo di rumba.

(Articolo pubblicato il 12/07/2013 sul sito www.fcinternews.it)


Ramon Angel Diaz
Nato a La Rioja (Argentina) il 29/08/1959
Attaccante
All’Inter dal 1988 al 1989
Totale presenze-gol: 43-15
Vittorie: 1 scudetto (1988/’89)

martedì 14 maggio 2013

TRA I PALI NERAZZURRI C’E’ SEMPRE IL TOP PLAYER. PRIMA DI HANDANOVIC, L’ASSOLUTO UOMO DERBY PAGLIUCA

Assieme a Rodrigo Palacio, lui è stato decisamente la nota più lieta dell’ultimo ed eccessivamente bistrattato mercato estivo dell’Inter: un giocatore da cui si dovrà obbligatoriamente ripartire se si voglion mantenere velleità imminenti di vertice, fondamentale base del futuro scheletro di una Beneamata non certo prescindente nemmeno dal talento e dal vigore atletico dei vari Andrea Ranocchia, Juan Jesus, Fredy Guarin e Mateo Kovavic. Lui è Samir Handanovic, il top-player dal quale ridecollare al termine di una stagione iniziata scontando il dazio di una formazione quasi completamente nuova rispetto all’anno precedente e poi sinistramente naufragata subito dopo l’esaltante vittoria conseguita in casa della Juve (match che a molti aveva fatto frettolosamente azzardare paragoni ingombranti per Andrea Stramaccioni, oggi ingiustamente addirittura visto come un mister di zero qualità di cui sbarazzarsi nottetempo) soprattutto a causa degli infiniti infortuni patiti da numerosi uomini-chiave, dei reiterati e talvolta colossali errori arbitrali a sfavore perfettamente fotografati dalle dichiarazioni di Paolo Bonolis e del rilevante dispendio energetico riscosso dalla per nulla snobbata Europa League del giovedì.
Un portiere, Handanovic, che dopo appena dodici mesi di militanza può esser tranquillamente già annoverato tra i migliori cinque della storia nerazzurra del dopoguerra, insieme a Walter Zenga, Giorgio Ghezzi, Julio Cesar e a colui per svariati motivi maggiormente rassomigliante all’estremo difensore sloveno: Gianluca Pagliuca, batman bolognese classe 1966 accomunato a Samir per il carattere pacatamente risoluto e la struttura corporea imponente ma agilissima, per le pregevoli capacità tecniche possedute in grado di renderlo pienamente degno della pesantissima eredità lasciata dal formidabile e adorato predecessore, per le determinanti prodezze votate più alla concretezza che alla spettacolarità fruttanti almeno 7-8 punti extra a torneo e per il fatto di essere giunto a Milano, in un’annata di scarsi risultati di squadra trascorsa a sventare tra i pali una quantità di pericoli ben sopra il previsto, al culmine della propria maturità fisico-calcistica.
Pagliuca sbarcò infatti sulle rive del Naviglio nella torrida estate 1994, quella della “Serenata Rap” cantata dall’euforico Jovanotti al Festivalbar, reduce da un Mondiale statunitense giocato da titolare (come accadrà poi anche per l’edizione francese del 1998) ma amaramente sfumato alla lotteria dei rigori nella finalissima disputata contro il Brasile di Romario e Bebeto: fortemente voluto dal nuovo allenatore Ottavio Bianchi, deciso assieme alla società ad allontanare l’enormemente carismatico ed idolatrato dalla folla “senatore” Zenga, l’atleta emiliano proveniente dalla Sampdoria fu l’unico colpo di prestigio dell’ultima campagna-acquisti firmata dal sempre più in difficoltà presidente Ernesto Pellegrini, il quale da lì a breve si sarebbe in maniera crescente sentito rappare nelle orecchie le rabbiose serenate dei tifosi che lo invitavano a farsi da parte. Cinque anni vissuti all’ombra del Duomo a proteggere egregiamente la porta del Biscione pur se, eccezion fatta per l’over trenta capitan Bergomi, il pacchetto arretrato che ne doveva garantire l’incolumità nel tempo avrebbe ascritto nomi sicuramente non passati alla storia del calcio tipo Bia, Festa, Mirko Conte, Fresi, Sartor, Galante, West, Colonnese e i fratelli Paganin: difensori immancabilmente strigliati dall’ex numero uno blucerchiato specialmente in occasione di evitabili gol subiti, ma spesso capaci, grazie alle frequenti parate salva-risultato della saracinesca felsinea, di distinguersi a fine stagione come una delle retroguardie meno bucate della Serie A. Cinque anni, e 234 presenze totali, interrottisi a causa di una delle tante scelte folli operate dal tecnico viareggino Marcello Lippi nel suo fallimentare periodo interista, proprio il mister che alla guida della Juventus aveva vinto lo scudetto 1997/’98 per mezzo di una sequenza clamorosa di sviste arbitrali e dunque immeritatamente privato Pagliuca, statuario protagonista di quella compagine nerazzurra classificatasi seconda al termine di un lungo testa a testa con la formazione piemontese, di un campionato cui persino il giornalista e sostenitore bianconero Roberto Beccantini ne criticò l’autenticità arrivando a scrivere codeste frasi, quasi alla stregua di terribili avvisaglie di ciò purtroppo scoperto soltanto otto primavere dopo, sul quotidiano torinese posseduto dalla Fiat “La Stampa”: “La stessa Juve, o almeno quella costola della Juve meno faziosa, faticherà a festeggiare l’imminente titolo. Non si può dire che nel corso della stagione la classe arbitrale abbia preso di petto la Juventus. Tutt’altro. Non si può rimanere indifferenti a certe coincidenze così singolari e, permettetecelo, così nutrite. C’è il sospetto che le regole non siano uguali per tutti o che, comunque, per alcuni siano più uguali degli altri”.
Un 1997/’98 vissuto ai vertici pure in ambito europeo e conclusosi a Parigi con lo straripante successo contro la Lazio in finale di coppa Uefa, l’unico trofeo conquistato da Gianluca (quella sera capitano della Beneamata per l’assenza di Bergomi) nel complicato e intenso lustro trascorso sotto la Madonnina tra vorticosi cambi di allenatori e di proprietà, speranze smarrite e poi ritrovate, iniqui soprusi, trionfi svaniti di un soffio, contestazioni dell’esasperato pubblico e un’invidiabile imbattibilità nelle stracittadine di campionato: dieci gare consecutive disputate da “Paglio” e compagni di fronte al Milan – società che magari mancherà di ventriloqui, ma di sicuro non di ossessionati e livorosi soldatini del piccolo schermo – con un soddisfacente bilancio di quattro vittorie e sei pareggi. Gianluca Pagliuca, assoluto uomo-derby. Anche in questo, identico al grande ed imprescindibile Samir Handanovic.

(Articolo pubblicato il 14/05/2013 sul sito www.fcinternews.it)

Gianluca Pagliuca
Nato a Bologna il 18/12/1966
Portiere
All’Inter dal 1994 al 1999
Totale presenze-gol: 234-0
Vittorie: 1 coppa Uefa (1997/’98)

lunedì 18 febbraio 2013

LEONARDO DE ARAUJO, TRA SOGNO E IPOTETICA REALTA’


“Nella vita non escludo nulla: non pensavo fosse così difficile andar via dopo quattordici anni dall'Italia, che sinceramente mi manca”: in questo modo alcuni giorni fa parlava Leonardo Nascimento de Araùjo, attuale direttore sportivo verdeoro di quell’opulento Paris Saint-Germain che si annuncia sicura star del firmamento europeo delle prossime stagioni, scatenando quindi i mass-media sulle ipotesi di futuro più disparate, specialmente in considerazione dell’indole spesso girovaga del quasi quarantaquattrenne ex allenatore interista, che in oltre cinque lustri di calcio (giocato e non) è stato attore principe in Brasile, Spagna, Giappone, Francia e, appunto, Italia. Esperienze che – unite a doti naturali ben radicate in Leo quali intelligenza, curiosità e spirito d’osservazione – lo hanno senza dubbio aiutato a formarsi un bagaglio culturale di tutto rispetto, qualità non certo diffusissima tra gli interpreti dell’universo del football odierno.
Un autorevole professionista di calcio a trecentosessanta gradi, capace negli anni di reinventarsi protagonista in più vesti e sempre ottenendo esiti apprezzabili. Giocatore d’innato talento e fantasia, campione del Mondo con la Nazionale carioca nel 1994, provvisto di un’unanimemente riconosciuta polivalenza tattica votata a renderlo prezioso elemento non solo in una determinata zona del rettangolo verde. Allenatore all'altezza di battersi contro la maestosa squadra del “Triplete”, mantenendo in piena corsa-scudetto almeno sino a fine marzo il Milan dei vari Jankulovski, Flamini, Antonini, Borriello, Favalli e Abate: prima e unica stagione disputata da Leonardo nei panni di mister, se si escludono i cinque mesi passati sulla panchina nerazzurra tra il gennaio e il maggio 2011, conditi dalla vittoria di una coppa Italia e da un campionato condotto con una media assolutamente da tricolore (53 punti in 23 partite) che solamente un derby perso grazie a tre gol irregolari e gli asfittici risultati conseguiti dalla precedente gestione marchiata Rafa Benitez – tecnico che anche ora nel Chelsea sta denotando i suoi cronici limiti nel sapersi amalgamare caratterialmente con un gruppo di stelle reduce da importantissimi trionfi – non hanno permesso all’Inter di conquistare per la sesta volta consecutiva. Da dirigente, infine, la perla maggiormente luccicante rimane indiscutibilmente quella di aver scoperto in Brasile, e portato poi in Serie A per pochi milioni di euro, un fuoriclasse ventunenne di nome Kakà.
Una persona di grande prestigio, signorilità e ambizione, in grado di mostrare tutto il suo elegante carisma pure nel voler non chinare il capo di fronte alle ingerenze altrui, sia che queste provenissero da individui di enorme potere e presunzione, sia che fossero dettate da una fetta di popolo-bue gracchiante beceri insulti (vergognosamente ripetuti venerdì scorso, tra l’altro, all’indirizzo dello sfortunatissimo “Principe” Diego Alberto Milito) che, comunque, non avrebbero avuto la forza di spostare di un solo millimetro le personali convinzioni di un uomo libero ed idealista come l’ex trainer della Beneamata: uomo indubbiamente da Inter, capace di custodire nel proprio animo alcune delle massime virtù caratterizzanti la storia del Biscione. Una storia onorata appieno dal profilo di un mister accomunato alla saga del club meneghino, gloriosamente fondato il 9 marzo 1908 da soci dissidenti fuoriusciti dal Milan, anche da una scelta audace quanto nobile: l’aver abbandonato le (umili, direbbe l’avvocato Prisco) origini rossonere per abbracciare e veder nascere un sogno nerazzurro. Un sogno, quello del Leonardo allenatore interista indicato direttamente da Massimo Moratti come accaduto per Roberto Mancini e Josè Mourinho, interrottosi però troppo presto e senza mai averne capito a fondo il motivo, ma che non è detto, complici le voci poco rassicuranti ed i venti di burrasca che da qualche tempo paiono soffiare sopra la testa del direttore dell’area tecnica Marco Branca, possa magari ricominciare nella probabilmente per lui più adeguata veste dirigenziale. Nella vita, e soprattutto nel calcio, non si può infatti escluder nulla. Parola di Leo, cittadino del mondo e sognatore in libertà.

(Articolo pubblicato il 18/02/2013 sul sito www.fcinternews.it)


Leonardo Nascimento de Araùjo
Nato a Niteroi (Brasile) il 05/09/1969
Allenatore
All'Inter nel 2011
Vittorie: 1 coppa Italia (2010/'11)