Introduzione

C’è chi dice che i fatti della storia (politica, sportiva, civile, ecc.) debbano essere raccontati soltanto da chi li ha vissuti. Oppure c’è chi asserisce che - non avendo avuto, ad esempio per ragioni d’età, la fortuna o la sfortuna di viverle - le circostanze storiche accadute prima che una persona venga alla luce non possano assolutamente esser mai prese in considerazione dalla suddetta persona o, peggio ancora, non contino: stupidaggini, mere e stratosferiche stupidaggini. Secondo tale insensato pensiero, dunque, oggi quasi nessuno dovrebbe più occuparsi della figura di Benito Mussolini, piuttosto che di Fausto Coppi o Martin Luther King, unicamente per non averne seguito le gesta nella veste di protagonisti temporali. La storia è bene valutarla nella sua interezza - anche perché nel passato, spesso, si riflette il futuro - e non estrapolare solo una parte di essa, di solito quella che fa maggiormente comodo. La nostra, noi (veri) tifosi interisti non tenteremo mai di scordarla o rinnegarla, ma ne saremo anzi eternamente orgogliosi.
Perciò dobbiamo dire grazie a chi l’illustre storia della Beneamata l’ha firmata, rappresentandone sempre degnamente nome e stile. Le appassionate biografie di alcuni di questi indimenticabili personaggi, quindi, costituiscono la presente raccolta di articoli iniziati a scrivere e pubblicare durante la stagione, per i sostenitori nerazzurri, della tanto aspettata e liberatoria “chiusura del cerchio”: la meravigliosa e per certi versi irripetibile stagione 2006/’07, ovvero quella della conquista di uno scudetto sul campo che, assente dal 1989, ha di fatto permesso di rinascere a nuova vita.
Consentendo così di tracciare un’invisibile, ma decisa, riga di confine tra i recenti trascorsi farciti di sofferte delusioni ed indigesti trionfi avversari e un pacifico avvenire in cui regnerà finalmente la consapevolezza d’aver dimostrato a tutti - inibiti amministratori delegati, che in estate pronosticavano azzardati agganci in classifica entro Natale, compresi - di essere meritatamente tornati la squadra più forte d’Italia. E di esserlo tornati a suon di pressoché imbattibili record, andati ad affiancare i clamorosi primati collezionati dall’Inter tricolore di Giovanni Trapattoni quasi un ventennio prima. Dio solo sa quanto quel 22 aprile 2007, dall’affezionato ed assiduo popolo nerazzurro, sia stato ansiosamente atteso e desiderato: nel radioso giorno della gioiosa e caotica festa per le strade di una delirante Milano, il conseguimento del quindicesimo scudetto ha d’incanto eliminato il sapore dei diciassette malagevoli campionati precedenti (due o tre di questi, però, rivelatisi tali soprattutto a causa di smascherate e rilevanti colpe altrui) e portato migliaia di individui a scendere in piazza per urlare, sventolare e cantare la loro totale, immensa felicità.

Nessun uomo è tanto ricco da potersi ricomprare il passato, diceva Oscar Wilde: nemmeno da cancellarlo, aggiungerei io.


Pierluigi Avanzi



http://www.youtube.com/watch?v=-6iEylnsFUY

sabato 7 novembre 2009

DON HELENIO, IL PRIMO “SPECIAL ONE” DELLA STORIA

Il prossimo 9 novembre, ormai, saranno trascorsi dodici anni esatti dalla scomparsa del capostipite di tutti gli allenatori di moderna generazione: quel giorno del 1997, infatti, si spegneva nel reparto rianimazione dell’ospedale di Venezia Helenio Herrera, colui che, con i suoi modi tanto magnetici quanto istrionici e le sue teorie certamente avanguardistiche ma spesso discusse, per primo avrebbe dato scintillante importanza alla figura del mister. Figura che in Italia, fino all’avvento dell’uomo venuto alla luce a Buenos Aires nel 1910 (nonostante più passaporti indicassero nel 1916 la data di nascita) ma cresciuto in Marocco ed affermatosi in Francia come difensore di medio livello ed in Spagna nelle vesti di tecnico di successo, era da sempre esiliata negli angoli semibui del palcoscenico calcistico.
Per i suoi estimatori rimarrà in eterno il geniale ed orgoglioso trainer che, con sfrontata competenza ed eccezionali doti di psicologo, ha plasmato l’Inter più forte di ogni tempo. Per i suoi detrattori, invece, sarà costantemente ricordato come un polemico e megalomane individuo che amava accentrare su di sé qualunque merito e che ha avuto la sola fortuna d’imbattersi in un presidente che gli ha permesso d’avere a disposizione un nucleo di fuoriclasse (su tutti il terzino-goleador Giacinto Facchetti, gli illuminati centrocampisti Luis Suarez e Mario Corso, l’estroso attaccante Sandro Mazzola) con cui sarebbe stato impossibile non vincere. Da entrambe le fazioni, tuttavia, sarà perennemente rievocato alla stregua di un personaggio che ha ridato entusiasmo e curato il football nostrano dalla condizione depressa e malaticcia del dopoguerra, che soltanto un “Mago” – di soprannome e di fatto – come Herrera poteva guarire.
Arrivato a Milano nell’estate 1960 reduce dai recenti trionfi con il Barcellona, tra la perplessità di alcuni e l’esaltazione di molti altri, il neo-allenatore si presenta come colui che intende cambiare la mentalità del calcio del nostro Paese e dell’Inter in particolare, al cui timone c’è il generoso petroliere Angelo Moratti che da cinque stagioni insegue vanamente la conquista di un titolo e che per strappare “HH” alla concorrenza lo ha letteralmente ricoperto di denaro (ingaggio record di 45 milioni annui più eventuali premi doppi rispetto alla squadra), argomento al quale don Helenio risultava da sempre assai sensibile. Il suo impatto con l’intero mondo del pallone tricolore è, da subito, di una dirompenza inaudita: fa appendere cartelli nello spogliatoio recitanti slogan assolutistici tipo “nel calcio chi non dà tutto non dà niente”, sottopone i fino ad allora disabituati giocatori a dieta ferrea ed allenamenti di un’intensità mai vista improntati quasi esclusivamente sulla velocità, introduce la consuetudine dei ritiri, fa fuori un campione prediletto dal popolo come Antonio Valentin Angelillo in nome dell’osservanza delle sue regole, ne crea di nuovi attingendo direttamente dal settore giovanile, si esibisce in proclami sensazionali sin dall’inizio dell’avventura ("Venceremo todo y contra todos", "Milan e Juve non esistono", "Sono solo colpevole di essere il più bravo") dimostrando immediatamente di possedere inattaccabile autostima e sicurezza di sé, probabilmente le maggiori qualità che servono ad una persona che voglia amarsi ed avere successo.
Il presidente, passati i primi due tornei dedicati all’assimilazione e all’assestamento dei metodi herreriani (ostacolati, in verità, anche da qualche circostanza “anomala” di troppo, come ad esempio l’assurda ripetizione del match-scudetto con la Juve dell’aprile 1961, inizialmente dato vinto a tavolino all’Inter causa invasione di campo dei tifosi bianconeri), comincia però ad essere stanco delle tante promesse del costosissimo tecnico sudamericano a cui puntualmente non seguono i fatti. I dubbi di Angelo Moratti, che nella tarda primavera 1962 l’avevano pure indotto a pensare all’emergente allenatore del Mantova Edmondo Fabbri, verranno comunque presto fugati dall’avvio di un ciclo romanzescamente fenomenale: tre scudetti (1963, 1965, 1966), due coppe Campioni (1964, 1965), due coppe Intercontinentali (1964, 1965), un titolo italiano svanito nello spareggio contro un Bologna in precedenza penalizzato e poi discutibilmente riabilitato dal’accusa di doping (1964), un secondo gettato alle ortiche all’ultima giornata come peraltro accaduto per la massima finale europea del medesimo anno (1967), un duraturo periodo d’incontrastato vertice in cui vennero sbaragliati avversari del calibro della Juventus di Sivori, del Milan di Rivera, del Real Madrid di Puskas e Di Stefano, del Benfica di Eusebio. L’Italia, l’Europa ed il Mondo per un lustro sono di assoluta dominazione nerazzurra, portano indelebilmente griffato il nome della meravigliosa squadra di Herrera e Moratti, artefici di una compagine che fino a quell’epoca si chiamava Inter e che da lì in poi, negli anni in cui una Milano sempre più popolata ed in potente sviluppo si entusiasmava per “Il ragazzo della via Gluck” cantato da Celentano, sarebbe eternamente stata ribattezzata “Grande Inter”. Unica nella storia del calcio di casa nostra, assieme al Torino di Valentino Mazzola, ad essere accostata all’aggettivo “Grande”: un gruppo magico, guidato appunto da un “Mago” nomade e carismatico, presuntuoso e vincente. Uno che, dopo averla condotta per otto leggendarie stagioni all’impetuoso grido di "Vamos a ganar!", lascerà spontaneamente il club meneghino – prima di ritornarvi per cinque sfortunati mesi, seguiti alla quinquennale esperienza romanista, nel 1973 – a poche ore dalle dimissioni del presidente, in un 18 maggio 1968 ricco di struggente malinconia per la gente che, in un colpo, perdeva due degli uomini più importanti e gratificanti della lunghissima e gloriosa saga del Biscione.
Da allora, Herrera è ancora adesso il solo tecnico ad aver portato la coppa Campioni sulla sponda nerazzurra del naviglio, quella coppa che oggi il popolo interista chiede al portoghese Josè Mourinho, per molti versi simile al predecessore “HH” (straordinarie e coraggiose doti di comunicatore, palmares e conto in banca invidiabili, lavoratore assai scrupoloso ma concretamente poco incline al calcio-spettacolo, polo d’attrazione ed autentico leader di spogliatoio) ed a lui accomunato, oltre che dal fatto di dividere l’opinione pubblica in maniera pressoché netta tra chi lo adora e chi lo detesta, dall’essere entrambi entrati a forza nella storia della Beneamata: uno l’ha poi mirabilmente scritta, l’altro ha da circa un anno e mezzo iniziato a farlo.

(Articolo pubblicato il 07/11/2009 sul sito www.calciatori-online.com)


Helenio Herrera
Nato a Buenos Aires (Argentina) il 10/04/1910
Allenatore
All’Inter dal 1960 al 1968, dal 1973 al 1974
Vittorie: 3 scudetti (1962/’63, 1964/’65, 1965/’66), 2 coppe Campioni (1963/’64, 1964/’65), 2 coppe Intercontinentali (1964, 1965)

domenica 16 agosto 2009

JULIO CRUZ: IL BOMBER GENTILUOMO

La terza fase della lunga vita italiana di Julio Ricardo Cruz, trentaquattrenne attaccante argentino di Santiago del Estero, ricomincia dunque dalla Roma biancoceleste, colori fortemente rassomiglianti quelli della sua nazionale, della quale spera ancora di poter far parte - magari per cogliere l’occasione di disputare, bissando Germania 2006, il secondo Mondiale in carriera - come accadutogli già in ventidue circostanze in passato.
Dopo aver messo in luce le proprie qualità a Bologna nel triennio 2000-2003 ed essersi tolto diverse soddisfazioni (singole e di squadra) nelle successive sei stagioni con la maglia dell’Inter, il puntero cresciuto nel Banfield, club che lanciò pure l’attuale simbolo nerazzurro nonché capitano di mille battaglie Javier Zanetti, proverà adesso a farsi apprezzare anche nella compagine del parsimonioso ed ostinato presidente Claudio Lotito: grazie a capacità sportive notevoli e rare doti umane per chi è ingranaggio di un universo spesso tacciato d’immoralità ed arroganza come quello del calcio, non sarà difficile per “El Jardinero” conquistare il popolo laziale e renderlo presto orgoglioso di lui. Perché non si può non essere orgogliosi e ben felici d’annoverare in rosa un atleta dalla preziosa sapienza e duttilità tattica (che lo porta ad avere il medesimo elevato rendimento sia che giochi da prima oppure da seconda punta, da esterno in un tridente o da centravanti unico), dalla pregevole e completa tecnica di base e da una media-gol, in rapporto ai minuti disputati, che lo ha fatto eleggere come uno dei calciatori più decisivi della quattordicinnale e sempre più vincente era di Massimo Moratti. Malgrado lo scarso credito riservatogli da un mister come Josè Mourinho che, nello scorso torneo, lo ha incomprensibilmente impiegato assai poco e, talora, addirittura nell’assurdo ruolo di mediano.
Julio, nei sei anni all’ombra della Madonnina, non è quasi mai stato considerato titolare inamovibile, ma anzi è sovente partito dalla panchina per far spazio, a turno, ai vari Vieri, Martins, Adriano, Crespo, Ibrahimovic e Balotelli: ogni qualvolta è però stato chiamato in causa, l’affidabile attaccante sudamericano ha perennemente risposto con prestazioni degnissime e spesso condite da reti “pesanti”, che suoi più reclamizzati e capricciosi compagni di reparto, in quel momento, si guardavano bene dal realizzare. Ciò, a differenza di questi ultimi, senza mai essere minimamente polemico od irrispettoso nei loro confronti o nei confronti di allenatore o società: un po’, insomma, come quelle ligie e pacate persone che in ufficio devono forzatamente convivere con alcuni presuntuosi colleghi, i quali, alzando la voce od utilizzando parole al veleno, credono di poter sempre così imporre le loro logiche.
E’ soprattutto per tale ed incessante atteggiamento puntuale, serio e disciplinato che Cruz divenne uno dei prediletti del grande Giacinto Facchetti, che in molti comportamenti del bomber sbarcato in Italia dal Feyenoord - e che non avevano ad esempio niente a che fare con quelli scorretti di un Fabio Cannavaro qualunque - riconosceva gli onesti valori che aveva costantemente tentato, con successo, di perseguire ed insegnare. Il “Cipe” cominciò a stravedere per lui sin dalle gare d’esordio dell’ex rossoblù in veste nerazzurra, la seconda delle quali, datata 17 settembre 2003, coincisa con il gol ufficiale numero uno con i nuovi colori: sul palcoscenico del mitico “Highbury” di Londra, tempio che in quell’occasione vide l’Inter essere la prima (e tuttora sola) squadra italiana ad espugnarlo, l’iniziale segnatura dell’argentino aprì le danze dell’entusiasmante 3-0 finale sull’Arsenal futuro campione d’Inghilterra. Una devastante e spettacolare dimostrazione di forza che verrà ricordata in eterno come uno dei match più scintillanti offerti dalla Beneamata in Champions League: non a caso, la prima di Cruz goleador combaciò immediatamente con un indimenticabile pezzo di storia del Biscione. A ruota, molte delle successive settantaquattro reti dell’uomo di Santiago del Estero sarebbero risultate altrettanto importanti per il conseguimento di ben quattro scudetti e due coppe nazionali: con serena rassegnazione degli amareggiati sostenitori bolognesi che, nei giorni in cui si stava consumando il passaggio di “El Jardinero” in maglia interista, provavano vanamente a dissuaderlo dall’intraprendere l’avventura meneghina perché tanto, com’era in uso ironizzare in quei torbidi anni pre-Calciopoli, la compagine a quell’epoca guidata dal cortese ma determinato Hector Cuper "non vinceva mai".
Da allora, quattro degli ultimi cinque tricolori assegnati hanno preso la strada di Appiano Gentile: agli ironici detrattori, che comunque han smesso di ridere già da tempo, miglior risposta non la si poteva dare. Sul campo, nel modo in cui piace a Cruz e sarebbe sicuramente piaciuto a Facchetti: con buona pace di gufi, nani, ballerine e colleghi d’ufficio vari.

(Articolo pubblicato il 16/08/2009 sul sito www.calciatori-online.com)


Julio Ricardo Cruz
Nato a Santiago del Estero (Argentina) il 10/10/1974
Attaccante
All’Inter dal 2003 al 2009
Totale presenze-gol: 195-75

Vittorie: 4 scudetti (2005/’06, 2006/’07, 2007/’08, 2008/’09), 2 coppe Italia (2004/’05, 2005/’06)

venerdì 22 maggio 2009

ADRIANO, IL LATO MALINCONICO DELLO SCUDETTO NUMERO 17

Negli ultimi ed abbastanza problematici tre anni e mezzo, Adriano Leite Ribeiro hanno provato in molti ad aiutarlo. C’hanno provato i suoi allenatori, Roberto Mancini e Josè Mourinho: il primo con diverse iniezioni di fiducia tipo il farlo partire titolare anche in circostanze in cui la precaria condizione ne scoraggiava vivamente l’utilizzo o concedendogli la possibilità di ritrovare il sorriso raggiungendo per alcune settimane le persone care in Brasile, il portoghese facendogli più da genitore che da tecnico e motivandolo come pochi altri avrebbero saputo fare. C’hanno provato i compagni di squadra che, a dispetto delle ridicole dicerie che lo volevano inviso al folto gruppo argentino presente ad Appiano Gentile, mai gli hanno fatto mancare appoggio e preziosi consigli. C’ha provato la società Inter, con a capo l’indulgente presidente Massimo Moratti, che gli ha costantemente perdonato ogni forma di cattiva condotta (e dal 2006 ad oggi, tra ritardi e pecche di svariato genere, sono state parecchie) seguitando a riversargli rinnovata speranza e fiumi di milioni sul conto corrente. Ed infine c’hanno provato i tifosi, perennemente pronti a sostenerlo e a dimostrargli affetto sia che il mastodontico sudamericano fosse reduce da una splendida doppietta nel derby oppure venisse da mesi in cui, anziché la rete avversaria, a gonfiarsi era unicamente la propria pancia.
Adriano invece, probabilmente vittima di un’infida malattia della psiche che lo ha portato ad avere sempre meno rispetto e stima di sé, ha ripagato questa gente solo con una serie d’ininterrotti pentimenti e vane promesse di non ricadere più negli antichi errori: situazioni a cui facevano occasionalmente seguito alcune buone prestazioni, adatte esclusivamente ad illudere che presto sarebbe finalmente tornato il travolgente campione apprezzato soprattutto nelle stagioni a cavallo dell’improvvisa morte del padre, avvenuta nell’estate 2004. Una sfilza di entusiasmanti performance che allora gli erano valse l’appellativo “Imperatore” e, attraverso un’incontenibile potenza fisica associata all’agile bravura brasiliana e ad un mancino al fulmicotone, l’avevano guidato appena ventiduenne a poter essere annoverato tra gli attaccanti più forti e completi al mondo. Un talento già di per sé consistente che però aveva il non semplice compito di continuare a crescere - principalmente a livello tattico - e confermarsi nel tempo, di dover gestire le inevitabili pressioni in aumento da parte dei mass-media (i quali, specie negli ultimi anni, si sono spesso e indelicatamente concentrati soltanto sulla sua poco professionale vita privata) ed al momento stesso l’obbligo morale di rimanere coi piedi ben piantati a terra: se a ciò si somma la nostalgia per i famigliari lontani e la malinconica sensazione di solitudine realizzata qualche periodo dopo la scomparsa dell’amato papà Almir, si può comprendere, ma non giustificare, cosa lo abbia spinto ad un’esistenza esageratamente sregolata sposatasi poi con l’abuso di alcool. Un vincolo che, attualmente, rappresenta un grave problema pure per giovani meno famosi e benestanti del calciatore carioca, convinti di poter realmente divertirsi o scacciare i brutti pensieri con l’effimero quanto devastante aiuto di bevande ad alta gradazione.
Portare in testa una corona, metaforicamente raffigurata dal raggiungimento di successo e ricchezza, non è mai stato facile: lo è ancora in misura minore se la persona che l’arriva ad indossare proviene da un’infanzia assai modesta spesa in una delle tante disagiate favelas della natia Rio de Janeiro, città di grande attrazione turistica che storicamente non conosce vie di mezzo (prosperità per pochi e povertà per molti, carnevale festeggiato con sfarzo che si mischia ai frequenti omicidi per un pugno di soldi) e che da lì, in una giornata agostana d’inizio millennio, ha fatto partire Adriano alla conquista dell’Europa. Fu infatti la sera del 14 agosto 2001, teatro il leggendario “Santiago Bernabeu” di Madrid, quella che fece in modo che l’esordio in maglia nerazzurra dell’ignoto ragazzone di Vila Cruzeiro restasse indelebile tra i tifosi interisti che videro la prestigiosa amichevole tra la truppa di Hector Cuper ed il temibilissimo Real: entrato ad una decina di minuti dal termine sul risultato di 1-1, il diciannovenne sudamericano, appena prelevato dal Flamengo in cambio della seconda metà del cartellino di Vampeta, sbalordì tutti con un magnifico gol decisivo su calcio di punizione ed una serie di altre giocate d’altissima scuola degne di un vero predestinato. Un predestinato che nel giro dei successivi ventiquattro mesi, trascorsi in parte a Milano ed in parte in prestito a Firenze e Parma, si sarebbe guadagnato l’ampia considerazione e le lodi della totalità degli strabiliati addetti ai lavori e non solo.
Poi, proprio mentre l’Inter era all’alba di uno dei periodi più luminosi e gaudenti della sua storia che è culminata lo scorso week-end con l’ottenimento del meritatissimo diciassettesimo scudetto, in avvio di 2006 l’atleta verdeoro iniziò ad infarcire il curriculum di eccessive nefandezze: allenamenti saltati o svolti male a causa delle precedenti notti brave che andavano a sommarsi ad abitudini alimentari non consone ad un professionista di tali proporzioni, che stava sempre più affidandosi a birre e drink vari come estremo tentativo di sopperire alla felicità perduta di un giovane a cui fama e denaro parevano esistere soltanto per ricordargli le responsabilità che aveva – e che da tempo stava disattendendo - ed amplificarne quindi quell’inquieto senso d’insoddisfazione chiamato depressione. Da allora ad oggi, il percorso agonistico dell’“Imperatore” ha alternato troppi momenti di buio a saltuari lampi di confortante ripresa, utili solo ad abbagliare e a ribadire l’incapacità della punta carioca di non riuscire più ad essere stabilmente all’altezza delle enormi potenzialità fisico-tecniche possedute.
Il calciatore, perlomeno a certi livelli, non sarà forse più recuperabile (la recente rescissione del contratto con la Beneamata ed il susseguente ritorno nel poco competitivo torneo brasiliano ne sono probabilmente la prova): l’uomo, invece, è obbligatorio salvarlo. L’unico augurio da fare adesso ad Adriano è che, attraverso una ritrovata serenità, possa debuttare nella sua nuova fase di vita come fece otto anni fa a Madrid: con immensa personalità e forza interiore, stupendo tutti e strappando infiniti applausi.

(Articolo pubblicato il 22/05/2009 sul sito www.calciatori-online.com)


Adriano Leite Ribeiro
Nato a Rio de Janeiro (Brasile) il 17/02/1982
Attaccante
All’Inter dal 2001 al 2002, dal 2004 al 2009
Totale presenze-gol: 177-74
Vittorie: 4 scudetti (2005/’06, 2006/’07, 2007/’08, 2008/’09), 2 coppe Italia (2004/’05, 2005/’06), 2 Supercoppe italiane (2005, 2006)

sabato 21 febbraio 2009

ROBERTO BONINSEGNA UNICITÀ DEL DERBY D’ITALIA

La molto presunta, ed assai poco certa, frase infelice di José Mourinho sul valore dei tre scudetti consecutivi ottenuti dall’Inter di Roberto Mancini (i cui meritati sette trofei in quattro anni di gestione nerazzurra, comunque, potrebbero risultare un traguardo di non facile raggiungimento anche per il pluridecorato tecnico portoghese) ha recentemente riattizzato la già arroventatissima rivalità tra tifosi interisti e juventini: una rivalità epocale, resa vieppiù accesa e pungente in seguito allo scoppio, nella primavera 2006, dell’ignobile scandalo “Moggiopoli” (o “Calciopoli” che dir si voglia). Il più tremendo scandalo della storia del calcio italiano, nonostante qualcuno ancora tenti, disperatamente e ben poco obiettivamente, di far passare alla stregua di un’ingiusta e premeditata farsa.
Nel groviglio di tale acre antagonismo, forse un solo giocatore è riuscito, ieri come oggi, a riscuotere totale apprezzamento da entrambe le fazioni pur avendo vestito ambedue le maglie in rigorosa sequenza, senza alcun “depurante” intermezzo tra queste: Roberto Boninsegna da Mantova, uno a cui volontà e coraggio, sin da quando mamma Elsa lo diede alla luce sotto i bombardamenti che nel 1943 stavano deturpando la suggestiva città lombarda, non hanno mai fatto difetto.
Mentre il mondo assisteva alla riunificazione del Vietnam e la NASA conduceva la sonda “Viking 1” ad atterrare su Marte, nella lontana estate 1976 accadde infatti che il presidente meneghino Ivanoe Fraizzoli decidesse incredibilmente di scambiare alla pari uno dei centravanti italici più devastanti di sempre con il siculo Pietro Anastasi, di Bobo più giovane ma innegabilmente meno forte. Un’operazione di mercato che lasciò sconcertati tutti gli aficionados della Beneamata, Boninsegna incluso: perché “Bonimba” - come lo ribattezzò, accostandolo al nano Bagonghi, il giornalista Gianni Brera - nell’Inter era cresciuto, aveva vinto da capocannoniere il suo primo tricolore al termine di una fantastica rimonta ai danni di un Milan che dopo appena sette turni del torneo 1970/’71 vantava già sei punti di vantaggio sui cugini, in 281 match era stato capace di accumulare qualcosa come 171 segnature, in breve tempo aveva conquistato il pubblico con quel preciso mancino d’inaudita potenza e l’animo da leone che spesso lo portavano a cercare la rete perfino a costo di rimetterci la pelle (emblematico, a questo proposito, il gol al Napoli nella stagione dello scudetto: pur d’insaccare la palla di testa, l’attaccante virgiliano rischiò di farsela staccare da un intervento a gamba tesa del difensore partenopeo Panzanato). Da buon innamorato ferito, tuttavia, l’esplosivo numero nove non si fece sfuggire l’occasione della vendetta: trafisse la sua ex squadra con una doppietta spietata non appena la incontrò da avversario, si fece così immediatamente gradire dai sostenitori della Juventus e contribuì poi in maniera determinante alle loro gioie, partecipando alla vittoria di due campionati, una coppa Italia ed una coppa Uefa nello spazio di tre sole annate, al tramonto delle quali approdò a Verona per godersi gli ultimi spiccioli di una gratificante carriera.
Carriera che visse uno dei momenti più alti nel 1970 in Messico, durante l’edizione dei Mondiali che la gente italiana ricorda con maggior emozione, quella dell’entusiasmante 4-3 contro la Germania in coda ad una gara entrata nella leggenda del football nostrano. Il valoroso Bobo di tale partita si rivelò gran mattatore anche in virtù della realizzazione del gol che, aprendo le ostilità, diede il “la” ad un incontro epicamente combattuto e regalò la finale agli azzurri di fronte al magnifico Brasile di Pelè: un Brasile che, nonostante il provvisorio pareggio di “Bonimba”, schiantò ad ogni modo 4-1 la compagine del c.t. Valcareggi. Dopo quella messicana, per il centravanti col viso da pugile ci fu una fugace apparizione nel corso dell’amara rassegna successiva disputatasi sul suolo tedesco: il sapore non fu però affatto lo stesso di quarantotto mesi prima, quando balzò talmente sugli scudi da offuscare temporaneamente pure la stella del collega di reparto Gigi Riva, suo ex compagno nel Cagliari dal 1966 al 1969 col quale - essendo entrambe impetuose punte di sfondamento con un unico piede, il sinistro, ma letale - non ebbe mai un rapporto idilliaco a causa della notevole concorrenza venutasi a creare tra di essi.
Le ventidue presenze condite da nove reti con la casacca degli attuali campioni del mondo, tuttavia, sono solo un paio delle molte e significative cifre che hanno consacrato Boninsegna nell’olimpo dei migliori attaccanti, così da essersi meritato una citazione in uno dei film maggiormente autentici ed appassionati del 1998 cinematografico: quel “Radiofreccia” diretto dall’inedito regista Luciano Ligabue in cui il protagonista, davanti ad un microfono di una delle diverse radio libere che cominciavano a prender forma nella provincia emiliana anni Settanta, inizia una schietta recita dei suoi giovani pensieri proprio dicendo "credo nelle rovesciate di Bonimba". Negli istintivi gesti atletici di questo splendido guerriero di Mantova (che si è dunque confermata, oltre che nebbiosa terra di bellezze artistiche e buona cucina, anche patria di sportivi talentuosi ed audaci come fu il mitico Tazio Nuvolari) si sono riconosciuti due popoli perennemente in contrasto tra loro: Roberto Boninsegna, pur mantenendo ancora oggi un cuore più nerazzurro che bianconero, è riuscito in tale prodezza. In attesa della sentita sfida di campionato dell’aprile prossimo e di eventuali incroci nelle altre competizioni, una prodezza da derby d’Italia.

(Articolo pubblicato il 21/02/2009 sul sito www.calciatori-online.com)


Roberto Boninsegna
Nato a Mantova il 13/11/1943
Attaccante
All’Inter dal 1969 al 1976
Totale presenze-gol: 281-171
Vittorie: 1 scudetto (1970/’71)